Dopo l’ennesimo episodio di caduta prematura del Governo del Paese, viene voglia di fare un ragionamento provocatorio sugli Italiani e i loro Governi. Nel nostro Paese la durata dei Governi è tanto breve che la si misura in giorni e quando per un evento o circostanza del tutto fortuite i giorni superano l’anno, per prudenza e timore della sorte continuiamo a misurarli in giorni. Questo nostro modo di misurare la durata dei Governi, ci indica che nell’opinione pubblica l’orizzonte al quale guardare senza ansia è breve, vicino; più oltre potrebbe esserci l’ignoto e quindi l’ansia potrebbe agire in tutta la sua possanza. La voglia di superare l’orizzonte per esplorare e di dare e darsi fiducia nella navigazione,  non si applica in politica e nel Governo del Paese in barba al luogo comune che ci vuole Paesi di naviganti, perché la nostra navigazione sicura è quella che ha sempre in vista alle spalle il profilo della costa di casa da cui si è partiti.

I numeri della durata dei Governi è impietosa, è sono stato oggetto di meritevoli studi di ingegneria politica ma anche di una sorta di “derisione “pubblica che è confluita in un dato caratteriale del popolo italiano: impossibile ad essere governato oltre l’anno e mezzo che è  la media dei Governi della Repubblica nei 76 anni e per i 67 Governi che si sono succediti dal 1946 , ivi compreso quello dimissionato ieri. Nel voto gli Italiani sembrano essere incapaci di scegliere una classe politica in grado di esprimere Governi duraturi, come le altre Nazioni, quanto meno quelle del panorama europeo. Nella Repubblica per 76 anni siamo a 67 Governi, media durata 1 anno e 2 mesi a cambio Governo. Il governo più lungo è il Berlusconi II con i suoi 3 anni e 8 mesi, a cui segue il Berlusconi IV con 3 anni e mezzo, segue il Governo Craxi con i 3 anni e il Governo Renzi con 2 anni e 8 mesi. I più brevi il Governo Fanfani I e De Gasperi VIII durata circa un mese.

E questo dato diventa indole se, con un salto provocatorio di natura antropologica-politica, si va vedere anche i Governi del Regno d’Italia dal 1861, in cui per 83 anni di Regno si succedono 65 Governi. Qui non va bene davvero, perché il Governo più lungo è quello di Mussolini con i suoi 20 anni in cui gli Italiani hanno scelto il modello dell’uomo unico al comando sfociato nella dittatura e per quei lunghi hanno gli Italiani si sono negati le competizioni elettorali e i partiti. Il secondo Governo più lungo per durata è quello di Lanza della destra storica con i suoi 3 anni e mezzo a cui seguono i Governi Giolitti III e IV della sinistra storica che si attestano sui 3 anni, e i più brevi il Governo Nitti II e Tittoni che durano meno di un mese ciascuno. Ci possono essere varie giustificazioni istituzionali a tale instabilità, quali lo Stato da costruire, l’armonizzazione della composizione del Parlamento tra un Senato nominato dal Re e una Camera che vede affacciarsi i partiti nella competizioni elettorali, alla stessa legge elettorale che non ha il suffragio universale ed divide gli elettori per censo, ma resta l’impressione che gli Italiani come popolo siano poco o nulla interessati alla rappresentanza e alla stabilità del Governo, quasi una delega piena e incondizionata nella gestione della “cosa pubblica”, mettendo il seme di quella distanza tra Paese reale e Paese politico che è una delle radici dell’assenteismo di cui è colpita la Repubblica negli ultimi decenni.

Nel tentativo di dare stabilità ai Governi , si è agito sulla legge elettorale modificando il sistema con l’introduzione del modello maggioritario, ma il risultato a 20 anni dalla sua prima adozione non ha dato i risultati che ci sarebbe aspettati: la durata media dei Governi è di 1 anno e 3 mesi, dato che avvalora la tesi provocatoria “antropologica-politica” che gli Italiani sono ingovernabili o meglio desiderano nel loro intimo di non essere governati per non più di 2 anni dallo stesso premier. Un indice di sfiducia generico sulle persone con un retro pensiero che la persona stia in quel ruolo per arricchire se stesso e/o fare interessi di altri gruppi di potere che non compaiono direttamente. Difficile dire quale tra le due ipotesi sia la più accreditabile, solo che nella coscienza pubblica l’atteggiamento di prudenza e di diffidenza fin anco di indifferenza verso le Istituzioni di Governo è retaggio di un passato non tanto lontano dei molti rovesci di forme di Stato/Governo che ha attraversato il territorio del Paese e le popolazioni, visto che nella memoria collettiva due soli Regni/Governi superano i duecento anni indenni: Il regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Tutto il resto nel Paese è una rotazione di Regni, Ducati, Principati che abituano le popolazioni ad una indifferenza, anche non consapevole, per le Istituzioni, piegando l’interesse alla dimensione quotidiana della vita (quello che ora chiamiamo il Paese reale). Così sembra che più che essere ingovernabili è che non ci va di essere governati per lungo tempo, financo che l ”innamoramento pubblico” per la figura di turno dura, il Governo ha la sua tenuta anche brevissima, quando questa comunanza di sensi (che è proprio caratteristica italiana) viene meno, non subentra un “amore più profondo”, ma semplicemente si cambia partner, salvo che a questo “gioco di amorosi sensi” in politica ormai sono interessati in pochi nel Paese; la maggioranza è indifferente e piegata al proprio quotidiano, sempre più arduo e duro. Una pista larga e libera per politici di poco scrupolo e scarsa morale nel proporsi “uomo solo al comando” come salvatori del Paese; il pericolo vero della nostra democrazia.

Elisabetta Campus