Svilimento del lavoro giornalistico. Il video del pestaggio del poliziotto alla manifestazione di Torino e il racconto che ne ha fatto la Rai hanno rispettato i principi del servizio pubblico? O si poteva fare di più e meglio nell’interesse dei cittadini e del diritto di cronaca? Si può aprire una discussione su come il Servizio pubblico ha raccontato i fatti di sabato scorso? La prima presa di posizione è proprio dei giornalisti Rai che in un comunicato parlano, appunto, di svilimento del lavoro giornalistico.

Un comunicato USIGRai

Il coordinamento dei Comitati di redazione dei Tgr Rai e dell’USIGRai (il sindacato dei giornalisti) in un comunicato scrive che “le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia. Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza”. Tuttavia, da sabato sera in avanti è mancata la completezza delle notizie e dei resoconti. I cittadini hanno il diritto a un’informazione nona senso unico. Le notizie e i video circolano a ritmi incalzanti ed è quindi giusto che il professionista dell’informazione faccia bene e fino in fono il proprio lavoro.

“Il ruolo del servizio pubblico è quello di informare – scrivono i giornalisti – con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio. Nel racconto della Tgr Piemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza”. È successo che il giorno dopo la manifestazione un giornalista ha intervistato una componente del centro sociale Askatasuna. Ha posto domande “dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto”. L’intervista, però, non è mai andata in onda. E’ rimasta negli archivi della Rai, perché per il direttore della Tgr la persona intervistata “ha risposto alle domande guardando la telecamera, ma non ha fornito nome e cognome” che non sono stati riportati nel video: quindi non va trasmessa. E’ una buona giustificazione ? Certo che no.

Il diritto di cronaca

I giornalisti l’hanno respinta come non condivisibile. Quante volte vengono trasmesse interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari? Parliamo di diritto di cronaca che trova un limite (giusto) nella tutela della persona intervistata. La ragazza di Askatasuna avrà fornito risposte a domande sul pestaggio, avrà argomentato il senso della manifestazione e la presenza dei violenti nel corteo, avrà parlato dei Centri sociali. Non lo sapremo ed è un problema per chi vuole essere informato, sentire più versioni. È il solo modo che conosciamo per formarci un’opinione.

Il lavoro del giornalista è fare domande, ricevere risposte e mandare in onda il servizio, scrivere l’articolo. Mai come di questi tempi di complementarietà della buona informazione con i social media, l’intelligenza artificiale, i “pirati delle news”, è necessario affermare e  sostenere la professionalità dei giornalisti. Del resto, ci sono casi celebri nella storia del giornalismo d’inchiesta e /o di servizio, di persone intervistate senza rivelare l’identità, a volto coperto, con voce alterata e altri metodi di irriconoscibilità. Ci sono giornalisti e autori televisivi che hanno costruito carriere prestigiose con questi metodi. L’informazione ha il dovere di esporre i fatti in modo completo.

“Né censura, né par condicio”

La motivazione di non mandare in onda l’intervista è, dunque, fuori luogo. “Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico” scrivono i  giornalisti Rai. Siamo noi a “valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande ”. Ma chi decide e cosa mandare in onda ? Se la domanda riguarda il servizio pubblico e gli atteggiamenti sono quelli della Rai di Torino, bisogna davvero aprire una discussione in questa fase delicata dell’informazione nel nostro Paese.

Gli esponenti del Centro sociale non hanno diritto di parola? Sono colpevoli degli incidenti e dell’aggressione al poliziotto, a prescindere? Domani accadrà con uno studente che non vuole essere ripreso ? Con un operaio a rischio? Con un testimone di un fatto di cronaca? Magari un pentito di mafia? Sarebbe stato utile, invece, ascoltarli quelli di Askatasuna, grazie alla professionalità e all’intermediazione di uno che conosce le regole del mestiere. Ma davvero si pensa che non dandogli la parola in un Tg, loro e domani gli altri, non si facciano sentire in altro modo ? Buona informazione contro “fake news”, ci dice qualcosa?

Il caso (?) vuole che in tutte le edizioni del Tgr Piemonte (e non solo) “l’intermediazione giornalistica non c’è stata nella pubblicazione del video, arrivato preconfezionato, con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande ” scrive l’USIGRai. Del poliziotto si sa tutto e non aveva motivo di nascondersi, vittima di una violenza inaudita. Ripetiamo: i violenti sono violenti. Ma resta la domanda: è questa l’informazione che si deve al Paese? O quella rappresentazione dei fatti, senza altre voci, copre altri disegni?

Nunzio Ingiusto

Pubblicato su www.italianotizie24.it/

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