Stiamo entrando nell’ anno che precede la conclusione della legislatura e prepara il rinnovo delle Camere. E siamo un Paese smarrito. Da un lato,Giorgia Meloni fa appello alla “Nazione”, dall’ altra sono sempre piu’ numerosi gli italiani che si chiamano fuori.
E’ seriamente problematico affrontare un momento talmente rilevante, anche per il contesto europeo ed internazionale in cui si colloca, senza prendere di petto il tema della crescente disaffezione degli italiani dal voto. Assecondando, al contrario, un sentimento stupefatto di impotenza rassegnata. O fors’anche opportunistica? Come se l’Italia fosse divisa in due, abitata da due differenti comunità che tagliano trasversalmente lo schieramento bipolare. Evocando, in tal modo, la sostanziale inattualità ed il sostanziale superamento dell’ asse “destra-sinistra” – soverchiato dall’insipienza strutturale di un sistema di relazioni politiche esausto – a dar conto dell’effettiva realtà di un Paese, troppo plurale ed articolato, per poter essere soggiogato alle catene del bipolarismo.
In primo luogo, dunque, l’astensionismo è la sanzione più grave, fattuale ed oggettiva, incontrovertibile, asseverata dalla storia degli ultimi trent’anni, che il Paese esprime nei confronti del sistema maggioritario bipolare. In secondo luogo, segnala un cedimento, quasi il piacere di gettare la spugna, una resa incondizionata, un modo di ritrarsi per lasciare libero campo ad altri, di quel “discorso pubblico” fluido, plurale, flessibile e partecipato da cui, attraverso le opportune mediazioni istituzionali, nasce la democrazia, a favore della declinazione autocratica dei “nuovi poteri”, che, forti degli automatismi e della meccanica cieca dei loro algoritmi, mettono la politica all’angolo.
Appare sempre più evidente come perfino un’alternativa “nel sistema”, cioè un alternarsi al potere tra destra e sinistra, non sarebbe in grado di rispondere ai problemi del Paese. E questo finché la partita fosse giocata nell’attuale perimetro ristretto degli elettori “fidelizzati” a questo o quel partito e non, invece, ricorrendo ad una alternativa “di sistema”, che, cioè, liberi il collo degli italiani dal giogo del maggioritario. E li chiami ad essere di nuovo protagonisti del destino del Paese. Oggi, sequestrato nella controversia fuori tempo e fuori luogo di vecchie, cristallizzate ideologie.
Non bastano appelli e perorazioni, inviti accorati o documenti pensosi, tanto meno l’evocazione di un dovere, meno ancora una sorta di mozione degli affetti per risalire la china dell’abbandono delle urne da parte degli italiani. Bisogna, al contrario, offrire strumenti che riaccendano la passione civile e diano conto della sua potenziale efficacia.
Anzitutto, è indispensabile offrire agli italiani una nuova opzione politica. Senza compitare, più del dovuto, quanti voti possa ottenere, purché esista, ed offra agli elettori una via di fuga dalla costrizione che soffrono. Occorrono – e singolarmente su ognuno di questi punti si dovrà tornare – forze politiche che si mostrino per quel che effettivamente sono, per la cultura ad esse sottesa, senza nascondersi a nicchia in alleanze sghembe.
Occorre una nuova legge elettorale proporzionale che, se pure accompagnata dalle preferenze, non basterebbe se, nel contempo, non si affrontasse l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Ed è, infine, necessario “argomentare senza demonizzare”, disarmare, passare dall’invettiva alla dialettica tra forze che abbiamo, finalmente, pur in un fermo dissenso, il coraggio di riconoscersi reciprocamente buona fede, piuttosto che vivere di reciproca delegittimazione. In caso contrario, il sistema è destinato ad avvitarsi su di sé in una spirale autodistruttiva.
Domenico Galbiati