Sbruffone a metà. A Davos, pur mantenendo la stessa cifra, Donald Trump ha dovuto lasciar cadere gran parte delle sue velleità. Imitando Putin, si è messo a riscrivere gran parte della storia a suo uso e consumo. Il livore contro gli europei, e la Nato, è rimasto. Anzi, come scrive The New York Times di oggi, la frattura con l’Europa è evidente e gli europei devono decidere sul da farsi. Ma, intanto, Trump deve negare l’intenzione di invadere e rimandare ad un accordo che troverebbe con il Segretario della Nato, Mark Rutte. Soprattutto, fare retromarcia sulla bellicosa intenzione di applicare i dazi agli europei.
Il fatto è che i guai più grossi sul tema della Groenlandia gli stanno venendo dalle proprie retrovie. Dove non sfugge che il suo risultato finale è quello di perdere davvero l’Europa. È soprattutto a casa sua che gli stanno facendo dire: Groenlandia, Groenlandia quanti guai mi hai provocato. E sembra che prima di partire per Davos abbia avuto un violento litigio con il suo Vice J. Vance più che sensibile ai MAGA – Make American Great Again – il cuore primigenio del “trumpismo”. Quelli che hanno creduto alla fine delle guerre. E pure il Segretario di Stato, Marco Rubio, gli avrebbe fatto il lavaggio del cervello affinché abbassasse i toni.
Se non si può parlare di una rivolta vera e propria tra i repubblicani, poco ci manca. Prima il Venezuela. Adesso l’isola di ghiaccio. Già per il Venezuela era esploso il malcontento tra i parlamentari del suo stesso partito. Entrambe le questioni, in realtà, fanno emergere l’insofferenza del Congresso per come il Presidente minacci ogni giorno di avventurarsi in operazioni militari senza ascoltare e confrontarsi con nessun altro che se stesso e pochi cortigiani.
Al momento non è certo il numero di quanti stanno dando vita ad una vera e propria “fronda”. Ma è alto il rischio che in Parlamento gli vengano a mancare i voti e si trovi di fronte ad una presa di posizione netta in grado di limitargli capacità decisionali autonome. Del resto, sul caso venezuelano si è salvato al Senato solo grazie al voto del Vice J.D. Vance che ha risolto lo stallo creato da un risultato 60 a 60. Ma parliamo di un Congresso che, sulla carta, è a schiacciante maggioranza repubblicana.
A maggior ragione, dunque, le pretese sulla Groenlandia hanno innescato un dibattito più ampio sull’uso unilaterale della forza militare su decisione delle sola amministrazione Trump. E questo influisce anche su altre aree, a partire dal capitolo Iran. Crescono inoltre le voci di parlamentari repubblicani che non sono affatto d’accordo con l’atteggiamento tenuto verso gli alleati europei e della Nato, avvicinandosi così ai democratici impegnati a contestare la violazione del diritto, sia americano, sia internazionale
Inoltre, pochi sono d’accordo anche sull’ipotesi di acquisto della Groenlandia. Possibilità rilanciata dopo che ieri, a Davos, e a maggior ragione dopo il rinculare dalle stentoree dichiarazioni di volersela prendere “in ogni modo”. Ed, ovviamente, sono andate di pari passo le critiche alla minaccia di imporre dazi agli europei giudicati – come ha fatto il senatore repubblicano Thom Tillis – “dannosi per l’America, dannosi per le imprese americane e dannosi per gli alleati dell’America” e vantaggiosi, invece, per “Putin e Xi Jinping che avranno il massimo dei vantaggi dalla divisione tra i paesi Nato”.