Come se ne vanno i bambini che muoiono di fame? Se c’è una cosa più orribile di ogni altra è veder morire un bambino. A Gaza succede ogni giorno. I bambini muoiono sotto le bombe e muoiono stremati dalla fame.
C’è una morte violenta che, d’improvviso, si abbatte e, in pochi istanti, li porta via. E c’è, se possibile, una violenza più perfida e più sottile, somministrata a dosi subentranti, un giorno dopo l’altro, in modo che si fiacchi il corpo e si oscuri la mente, ma secondo una progressione scandita e lenta che costringe, se così si può dire, ad assaporare la propria morte. Quasi fosse una compagna di strada che ti prende per mano e ti accompagna in un “altrove”.
E’ un po’ quel che succede anche nei bambini oncologici, quando entrano nella fase terminale della malattia. I bambini sanno della morte più di quanto noi pensiamo e la “sentono” arrivare come un’ameba oscura ed informe che invade le loro membra. E, di fronte alla morte, hanno una compostezza lucida che non sempre c’è nell’adulto.
I bambini a Gaza muoiono così: illanguidiscono, quasi diventassero trasparenti e si dissolvessero. Infine, tutti si muore.
Può succedere e, di fatto, succede a qualunque età e finché la morte colpisce chi, pur giovane, abbia sperimentato, sia pure appena un po’, la piena consapevolezza di sé, e coscienza di cosa sia la vita, rientra nell’ordine naturale delle cose, ma per un bambino non è mai così. La morte di un bambino è sempre uno scandalo e lascia in chi vi assiste una traccia indelebile.
I bambini che muoiono a Gaza mi ricordano un bimbo di otto anni – fortunatamente l’unico nel paio d’anni che ho prestato servizio nel Pronto Soccorso del mio ospedale – che, arrivato a sirene spiegate, ho visto morire in pochi minuti, senza poter fare nulla, adagiato sul lettino, cosciente fino all’ultimo respiro e consapevole di dover morire.
Aveva infilato la testa nel montacarichi dell’officina del padre e poi, chissà come, lo aveva azionato.
Non dimenticherò cosa ho imparato, incrociando il suo sguardo. Non c’era nulla di infantile in quegli occhi e neppure allarme o spavento. C’era una compostezza pacata, forse addirittura un momento di serenità che mi ha colpito come venisse da una dimensione che non conosciamo. C’era, in quello sguardo, non una domanda di soccorso, ma di complicità e vi si leggevano, in un sol tratto, tutte le domande e le risposte che abbiamo dentro: la vita e la morte, perché siamo qui, da dove e per dove.
Forse si tratta di un’ esperienza che si può provare solo una volta nella vita ed io sono grato a quel bambino di Oggiono, alla porte di Lecco, per averla vissuta assieme. Credo che anche a Gaza i bambini muoiano così.
Domenico Galbiati