I dati relativi alla pandemia, forniti dagli esperti delle Nazioni Unite, riferiti dall’ “Osservatore Romano” e ripresi, mercoledì scorso, anche dal nostro giornale ( CLICCA QUI ), costringono a riflettere. A fronte dei 573.000 decessi da Covid 19 che risultano dal conteggio della John Hopkins University, vi sarebbero 400.000 bambini sotto i 5 anni, 168.000 neonati ed oltre 24.000 madri scomparse per effetti indiretti della pandemia, dovuti ad interruzione di cure e di assistenza oppure alla sospensione di programmi di sostegno alimentare.
Il virus avrebbe dunque tagliato, da una estremità all’altra delle generazioni, entrambe le ali della vita. Sfruttando una situazione di gravissima precarietà – si direbbe di prossimità alla morte – che colpisce ordinariamente, a prescindere dal virus, le generazioni più giovani nei Paesi del sottosviluppo. E’ dolorosissima l’ecatombe cui abbiamo assistito anche nel nostro Paese, ma il fatto che venga meno una persona anziana rientra nell’ordine delle cose possibili e che si prevedono secondo i processi ed il decorso naturale della vita. Ma che muoiano bambini, centinaia di migliaia di bambini, è una cosa indecente che non può non colpire le nostre coscienze, per quanto troppo spesso, pur senza farlo apposta, manteniamo alta la guardia, proprio per non farci sorprendere da eventi o da emozioni che ci dovrebbero turbare.
Un anziano porta pur sempre con sé un patrimonio di affetti e di esperienze vissute, un bagaglio di valori e di impegni che hanno riempito la sua vita, che, anche nei momenti bui, hanno interrogato la sua coscienza.
Anche quando appare terribilmente solo è pur sempre accompagnato dalla memoria delle figure che hanno attraversato e condiviso, nel bene o nel male, i momenti più belli o, sia pure, i più dolorosi della sua esistenza; una vita, in ogni caso, giunta alla piena consapevolezza di sé.
La morte, soprattutto da credenti, non ci deve scandalizzare. Eppure quando colpisce anche un solo bambino, ancor prima che abbia maturato una piena coscienza, prima che abbia percepito, compreso e gustato per intero il sapore e la ricchezza del dono che gli è dato, la morte grida vendetta. Quanti bambini sacrifichiamo, quotidianamente, giorno dopo giorno, al divario apparentemente incolmabile tra benessere e povertà endemica, tra consumismo e fame?
Un gap che ha pur sempre a che vedere con il nostro tenore di vita; in ultima analisi, si può dire, dunque, con la nostra stessa libertà, senza che ci diamo la pena di affondare il nostro sguardo nella voragine di questa somma ingiustizia.
Potremmo salvarci in corner, sostenendo che posta la questione in questi termini, cadiamo in una sorta di perorazione moralistica che nulla ha a che vedere con la politica. In effetti, non è così. Infatti, ci diciamo spesso quanto sia necessaria una “visione” per orientare, a cominciare appunto dal piano politico, il nostro cammino. Ma dove collochiamo la linea estrema di questo orizzonte entro cui forgiare la nostra visione del mondo?
Appena fuori dall’uscio di casa nostra o ci spingiamo più in là? E fin dove?
Riusciamo a ricomprendere nel raggio del nostro sguardo anche la mortalità neonatale ed infantile, i bambini denutriti, quelli che se pure sopravvivono porteranno per tutta la vita lo stigma della fame sofferta fino a comprometterne lo stesso sviluppo mentale o ancora i bambini che muoiono prematuramente? Basta appartenere ad un’altra storia, ad un’altra civiltà, abitare oltre un altro confine per sostenere che questi sono discorsi compassionevoli e pietosi che non hanno facoltà di accedere a quella dimensione della politica che quotidianamente ci appassiona? Oppure queste considerazioni altro non sono che la prima soglia di accesso ad ogni possibile discorso attorno alla pace, tema, questo sì, pienamente riconosciuto degno di considerazione politica?
Senonché, una domanda, su cui non è qui il caso di insistere – ma sarà pur necessario tornarvi – si impone. Un dilemma che, a sua volta, concerne il fatto la politica abbia o meno alcunché a che fare con la “verità’” o sia piuttosto irrevocabilmente consegnata all’aleatorietà del relativismo culturale oggi in auge, come i più ritengono o forse sono rassegnati a credere.
Libertà e giustizia sociale in che rapporto di reciprocità si pongono? Sono valori che viaggiano su binari paralleli, mai destinati ad incrociarsi? Oppure necessariamente si intrecciano, si condizionano a vicenda; in definitiva, possono o meno vivere l’uno senza l’altro, nella misura in cui ambedue sono radicati in quella verità dell’uomo che spesso la politica fatica perfino ad ammettere?
La libertà di cui godiamo, le libertà civili di cui andiamo giustamente orgogliosi non sono moralmente, in qualche modo, compromesse, come se patissero una sorta di minor legittimazione, nella misura in cui convivono, come se niente fosse, con condizioni di deprivazione umana e di abissale ingiustizia, forse fino al punto, per quanto indirettamente, addirittura di alimentarsene?
Domenico Galbiati
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