“ Chissà come si divertivano” è un racconto di Isaac Asimov del 1951. Nel racconto il protagonista Tommy nel 2157 trova in soffitta un vecchio libro che descrive le caratteristiche del sistema scolastico del XX secolo. Con grande sorpresa lui e la sua amica Margie scoprono che in quell’epoca i bambini non erano istruiti da un insegnante elettronico come invece accade loro ma si recavano in gruppo in speciali edifici, le scuole, per  venire sottoposti ad una istruzione comunitaria impartita da insegnanti “umani”. La storia si conclude con un nostalgico pensiero per la scuola del XX secolo che dà il titolo al racconto.

Questo racconto si inserisce perfettamente nel dibattito in corso sulla riapertura delle scuole. Dai primi di Marzo le scuole sono chiuse. Da più di due mesi i nostri figli e i nostri nipoti sono costretti a casa con gravi ripercussioni sul piano didattico e psicologico. Questa decisione non prende in sufficiente considerazione le esigenze delle fasce di studenti più giovani con particolare riferimento ai diritti dell’infanzia. Le scuole sembra che riaprano il primo di Settembre e la didattica a distanza attualmente adottata in modo più o meno spontaneo dai docenti crea problemi di apprendimento e di esclusione sociale.

L’estensione e la durata dell’attuale chiusura è senza precedenti e i costi sono enormi ! La chiusura colpisce soprattutto gli alunni più piccoli. Le cose che si imparano nelle prime fasi del percorso scolastico sono difficili da recuperare e le conseguenze negative durano tutta la vita. Le video lezioni hanno dei limiti: i bambini hanno difficoltà a studiare e concentrarsi, molti non hanno accesso a un computer, le connessioni internet possono essere scadenti, le case dove sono costretti i bambini possono essere sovraffollate o rumorose, molti non hanno genitori istruiti che li aiutano a fare i compiti.

La didattica a distanza forse può essere utile all’insegnamento e all’istruzione ma non all’educazione. Per educare occorre il contatto fisico con l’educatore; occorre guardarsi negli occhi! La proposta avanzata di una alternanza didattica, una sorta di classe mista: metà con presenza fisica in classe e metà connessa da remoto comporta dei problemi : difficoltà dei genitori a seguire i bambini, difficoltà dei docenti a fare lezione usando due didattiche diverse, difficoltà dei bambini a seguire le lezioni un po’ a casa e un po’ in aula.

Una scuola a metà è una soluzione? Occorre tenere maggiormente conto dei bisogni sociali ed educativi dei ragazzi e del loro benessere. L’uomo è un animale sociale e i bambini costretti a casa sono stressati e sviluppano fobie che saranno difficili da sradicare. Non mi sembra che ci sia la necessaria sensibilità sul tema. Forse la scuola all’aperto non è una soluzione per tutti e per tutte le esigenze didattiche ma occorre prendere in considerazione il problema. Forse la didattica a distanza può essere adatta per gli studenti delle scuole superiori che hanno più dimestichezza per il digitale ma per i bambini delle primarie la scuola all’aperto potrebbe essere una soluzione. Occorre trovare spazi da riconvertire in scuole e aule. Nelle nostre città e nelle nostre campagne esistono spazi (oratori, centri estivi, palestre,parchi ecc.) che potrebbero essere predisposti per diventare luoghi di incontro e di didattica eventualmente con l’aiuto del terzo settore.

La scuola all’aperto ha al centro il bambino fuori dallo schema tradizionale dell’aula (cattedra,banchi, sedie ecc.) e permette di mantenere il senso del lavoro di gruppo tra i bambini. I giardini delle scuole oppure le aree verdi pubbliche, campi sportivi o zone naturali limitrofe alle scuole possono essere idonee e praticabili per realizzare la didattica all’aperto. La natura è un elemento cruciale per uno sviluppo sano e completo dei bambini; nella natura i bambini diventano grandi e imparano a conoscere, rispettare e avere cura dell’ambiente.

Occorre costruire le condizioni logistiche e di sicurezza per praticare la didattica all’aperto; i bambini oltre che studiare sui libri hanno il diritto a sporcarsi le mani, giocare con la sabbia, la terra, l’erba, l’acqua e avere alberi su cui arrampicarsi. In Danimarca si ritorna in classe: due metri di distanza tra i banchi e lezioni all’aperto! Piccoli gruppi di 8-10 ragazzi adeguatamente distanziati, seguiti da un insegnante e con tutte le precauzioni del caso (lavaggio mani, pulizia servizi igienici, disinfestazione delle superfici e dei giocattoli). Uno studente per banco e un gazebo per ripararsi dalla pioggia.

Anche in Italia ci sono esperienze in corso  di didattica all’aperto e da anni esiste una rete nazionale delle scuole pubbliche all’aperto che ha sede a Bologna ospite della Fondazione Villa Ghigi ed esistono esempi concreti in provincia di Bologna, Roma e Milano. A Bologna la scuola Fortuzzi da cento anni fa lezione all’aperto nei meravigliosi giardini Margherita : gli alunni vengono dotati di banchi portatili e abbigliamento opportuno e devono studiare, leggere e scrivere il più possibile all’aria aperta. A Gaggio Montano in provincia di Bologna sono sei anni che fanno scuola all’aperto ed anche ad Ostia esiste l’esperienza di un asilo nido dove i bambini seguono le loro lezioni all’aria aperta. Anche alla primaria statale “Rinnovata Pizzigoni” di Milano i bambini fanno esperienze all’aperto e l’aula è uno dei tanti luoghi per studiare. Occorre quindi pensare a una scuola all’aperto come hanno pensato i danesi!  Anche mio suocero in Corsica faceva scuola all’aperto, in Africa nei villaggi fanno lezione all’ombra di un baobab! Sembrano proposte estemporanee, non sempre di facile soluzione ma esistono ancora quattro mesi per adeguare le scuole e se serve si può dimezzare le vacanze per recuperare il tempo perduto.

Occorre agire comunque in fretta perché esiste il rischio di ritrovarsi a Settembre nella stessa identica condizione.  I bambini sarebbero contenti di studiare in una scuola all’aperto (con tutte le garanzie di sicurezza) che permetterebbe loro un contatto diretto con l’insegnante e i propri amici di scuola. Forse il corona virus ci insegnerà a riaprire le scuole con un  po’ più di fantasia e creatività.

Maurizio Angellini e Stefano Aldrovandi