La critica, anche giusta e doverosa alle politiche dell’Europa non può inficiare la sua sostanza più profonda e le sue prospettive. Non può limitarsi ad enfatizzare le ombre senza che, sull’altro piatto della bilancia, si soppesino i tanti risultati positivi raggiunti per 446 milioni di esseri umani. Soprattutto, non si può trascurare la considerazione che processi tanto rilevanti hanno bisogno dei tempi lunghi della storia, come del resto conferma il percorso degli Stati Uniti d’America sviluppatosi nell’arco di alcuni secoli.

L’ideale europeo è fortemente connesso con il pensiero dei cristiani, come pure la sua costruzione pratica, sin dalla figura e dall’opera di san Benedetto. Un processo lungo di maturazione cui si è purtroppo negato un riconoscimento esplicito all’interno della Costituzione europea. La cosa colpì Papa Giovanni Paolo II il quale aveva ben presente la questione delle “radici” dei fenomeni collettivi e del grande significato simbolico che esse assumono nel definire le attese e le prospettive di ogni comunità umana.

Interris ha intervistato il catto-leghista d’impronta salviniana Claudio Borghi in materia d’Europa ( CLICCA QUI ). Abbiamo così letto alcune analisi che appaiono superficiali, lacunose e di maniera. In qualche modo, persino in via di superamento, alla luce di quel che è maturato a Bruxelles e nelle altre capitali europee, dove finalmente si è cominciato a discutere su come cambiare le linee politiche seguite negli ultimi anni. Come dimostra il confronto in atto sul Recovery Fund, non ci si può però aspettare che miracolosamente si trovino soluzioni adeguate nel giro di poco tempo.

Anche però a voler seguire il ragionamento di chi critica l’Europa limitandosi a guardare a un periodo limitato e a questioni contingenti, non si può non considerare quanto possa essere fuorviante il considerare quello che continua a restare come uno dei più importanti accadimenti della storia moderna solo abbandonandosi a una valutazione di segno economicista e monetarista. Per di più dimenticando la portata di due gravi crisi finanziarie mondiali di inizio anni 2000 e del 2007 – 2008 non certamente originate in Europa. Una convergenza di stati, popoli, etnie, lingue, usi e costumi, culture, interessi economici, oltre che di consolidate diverse collocazioni internazionali richiedono un tempo adeguato per un processo complesso che non potrà mai seguire una progressione sempre lineare. Soprattutto, se una tale convergenza è parte viva di quelle dinamiche più generali violentemente imposte dalla globalizzazione e dipendono pure dalle trasformazioni in essere nella geopolitica, nell’evoluzione scientifico tecnologica e, persino, da quelle di natura antropologica.

In questo senso, l’accanimento nel prendere una parte per il tutto spiega la differenza tra quanti credono nell’onda lunga dei processi che richiedono così l’allargamento dello sguardo verso l’universalità dei fenomeni, e coloro i quali preferiscono perseguire, invece, più facili e comode, ma anche modeste e pericolose, involuzioni nazionaliste.

Lo spartiacque è sapienziale, culturale, politico. Quella dell’onorevole Borghi e di tutti gli altri catto-leghisti è una visione che s’illude di risolvere i nostri problemi con la mera riassunzione della sovranità monetaria. Ciò facendo, la questione dell’Italia nei confronti dell’Europa è posta in maniera maniacalmente unidirezionale. Indirettamente, si propina l’idea che sia possibile tornare, finalmente, a spendere liberamente e procedere a risolvere i nostri strutturali problemi a colpi di svalutazioni di una rinata Lira che, in breve, si rivelerebbe una liretta.

La questione riproposta dall’onorevole Borghi è quella di cosa l’Europa debba fare per l’Italia. Essa è sicuramente per noi importante; soprattutto oggi quando emergono più che mai le carenze del nostro Paese per le quali devono pure essere rimandate alla memoria le lunghe stagioni in cui la Lega è stata al governo. In ogni caso, questa giusta domanda si porta immediatamente dietro l’altra: cosa l’Italia potrebbe e dovrebbe fare per l’Europa?

Se è vero che esiste il problema del “governo” dell’Euro, ma assieme a tanti altri d’interesse comunitario, come sono quelli di una politica fiscale e della difesa comuni, neppure può essere sottovalutato il ruolo distorsivo e semplificatorio che finisce per giocare il tema della sovranità monetaria. Questo ha l’apparente pregio di prospettare un qualcosa immediatamente risolutore. In realtà, finisce per confondere uno strumento, qual è quello della gestione della moneta, con la sostanza di un processo che dev’essere ben più ampio sul piano economico, di quello degli investimenti strutturali, dell’innovazione e della politica. L’Italia ha bisogno, di per sé, di riformarsi. In taluni ambiti, davvero in maniera radicale. C’è un’idea al riguardo da parte dell’onorevole Borghi e del sistema di potere che la Lega ha organizzato soprattutto in quasi tutte le regioni del Nord?

E’ sicuramente importante sentire l’onorevole Borghi parlare di una “tecnocrazia” europea che “non si fonda su sentimenti di compassione e solidarietà”.  E’ fin troppo facile replicare che si tratta di quegli stessi sentimenti che abbiamo  visto esplicare con tanta “squisita” sensibilità dal suo leader, l’onorevole Salvini, in materia d’immigrazione e di una politica di equità e di riequilibrio da introdurre tra tutte le regioni d’Italia.

Una parte dell’anima di Borghi, quella cattolica, fa capolino quando sostiene che in “condizioni normali la cura degli ultimi dovrebbe essere un dovere civico oltre che morale, purtroppo non è così”. L’altra parte, però, quella leghista, rimonta e s’impone quando, nei fatti,  continua a rimanere glaciale di fronte alle disperazioni consumate nelle acque del nostro Mediterraneo e a quelle connesse con quel deserto produttivo, infrastrutturale ed esistenziale in cui finiscono per ritrovarsi le popolazioni di larghe zone del Sud e delle nostre isole.

Inizialmente ho parlato di affermazioni lacunose addebitabili all’onorevole Borghi. Mi riferisco a quando esprime i rimproveri diretti verso l’Europa per quanto riguarda l’intervento in materia di Coronavirus. Qui emerge un particolare artificio cui ricorrono coloro che non vogliono analizzare con logicità e coerenza le responsabilità di chi davvero rallenta i processi dell’Unione. Si parla genericamente d’Europa e non si specificano le responsabilità dei singoli stati nazionali. In questi giorni vediamo i ritardi con cui si procede verso l’accordo sul Recovery Fund. Proposta fortemente sostenuta dalla Commissione, invece. Assieme ad altre che, come il Mes destinato alla sanità, potrebbero attutire molti dei guai dei paesi dalle economie più deboli. Le resistenze vengono da quelli che a noi appaiono animati da egoismi nazionalistici. Gli stessi egoismi insiti nel Dna del leghismo tout court e specificatamente in quello d’impronta salviniana che prova dar loro un respiro contraddittoriamente di portata nazionale, mentre l’istinto separatista cova ancora sotto la cenere. Molti dei paesi “ostili” all’Italia sono guidati da partiti antieuropeisti  o che, comunque, hanno interesse, persino di bottega, a mettere innanzi a tutto quello che presentano come una sana difesa dei loro interessi nazionali.

Paradossale è poi la lamentela di Borghi sul confinamento  che Bruxelles avrebbe imposto all’intero nostro continente, invece che rimproverare il Coronavirus. Torniamo al Salvini che a lungo invitava ad “aprire, aprire” mentre cominciavano a morire come mosche le genti delle sue valli prealpine e delle province di Bergamo e di Brescia?

A questo punto, Borghi ritorna a parlare dei paesi che avendo una propria moneta hanno potuto più immediatamente elargire denaro ai cittadini. Come se questo avesse frenato la pandemia nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove due governi comunemente chiamati “sovranisti” hanno sulla coscienza una scia di morti che avrebbe potuto essere davvero più limitata.

Il massimo l’onorevole Borghi lo raggiunge quando sostiene che per “per quanto riguarda l’Italia non vi è stato al momento alcun vantaggio derivante dall’adesione al progetto unionista e mi auguro presto di poter avere parte in un vero cambiamento di questa situazione che si va facendo sempre più critica”.

Un’analisi molto carente perché è grazie anche all’Europa se abbiamo avuto tanti decenni di Pace; se sono state eliminate tasse e balzelli imposte alle frontiere dagli stati eliminando molti di quei motivi che per secoli hanno portato a guerre tra vicini; se facciamo parte, così, di un mercato unico di diretto nostro interesse; se grazie alle politiche, prima comunitarie e poi dell’Unione, noi italiani abbiamo la “potenziale” possibilità di tutelare di più il consumatore, rispettare i tempi della giustizia, approfittare delle innovazioni tecnologiche, avviare una politica ambientale più moderna, inclusa quella che riguarda il ciclo dei rifiuti da noi sistematicamente elusa; se potrebbe essere possibile riequilibrare il sistema economico di tante regioni del centro sud e tante altre cose che l’Italia da sola non sarebbe mai in grado di fare.

Il fatto vero è che su questi punti si deve tornare al quesito posto in precedenza. Ma siamo sicuri che il problema sia quello dell’Europa e non quello di noi stessi? Siamo davvero all’altezza dell’Europa più avanzata e moderna? Perché siamo uno dei paesi più bersagliati dalle multe comminate per le infrazioni di norme introdotte per migliorare e non per peggiorare le prestazioni delle istituzioni, la qualità dei servizi offerti al cittadino e ai consumatori? E’ colpa degli altri europei o dei nostri governanti, che stiano essi all’opposizione o in maggioranza?

Giancarlo Infante