Le leggi elettorali che si sono succedute, da almeno tre decenni a questa parte, hanno un carattere comune.
Sono concepite in funzione di un risultato che si vorrebbe, quanto più possibile, preordinare e premettere alla consultazione. Sono emblematiche di una democrazia malata che non osa lasciare campo libero ad un confronto aperto in cui, ancor prima dei partiti che ne sono la declinazione più immediatamente politica, siano le culture, le concezioni della vita e della storia, le visioni del mondo ad entrare in un rapporto dialettico e perfino, fin dove possibile, di reciproca fecondazione, pur nella chiara distinzione dei ruoli e dei valori, si può dire, delle antropologie di cui ciascuna parte si fa interprete.

Una democrazia non è tale se ha paura del metodo che elettivamente le appartiene e le dà fondamento: la libera espressione, la capacità critica, l’autonomia di giudizio di ognuno. La responsabilità personale. Non c’è da sorprendersi – se mai del contrario – che, come succede in questi giorni, siano soprattutto le associazioni cattoliche, i mondi vitali, le minoranze creative a prendere posizione contro una legge elettorale nefasta.

La democrazia, la partecipazione attiva alla vita della comunità non delegabile a nessuna istanza sovraordinata alla propria coscienza, hanno una profonda e sostanziale attinenza con la dignità della persona. Ne rappresentano un momento costitutivo. Per questo i cattolici oggi devono essere i più severi e rigorosi difensori della democrazia.

Quando si cerca di sequestrare il confronto democratico nelle maglie di una camicia di forza che conosce solo le ragioni dello scontro pregiudiziale e di una mera contesa di potere, le persone sono ferite nel loro fondamentale diritto di cittadinanza, del quale finiscono per disamorarsi.

L’astensionismo ha raggiunto un livello tale da compromettere, se non la legittimità formale, la sostanziale attendibilità politica di forze che esercitano – al governo, ma vale altrimenti anche per le opposizioni – ruoli che eccedono largamente la loro effettiva forza di rappresentanza se rapportata alla dimensione complessiva del corpo elettorale.

Metà Italia siede ai bordi del campo. L’altra metà si azzuffa in un gioco scomposto, approssimativo, senza geometrie, neanche fosse la classica partita tra scapoli ed ammogliati. Eppure la politica, il confronto di cui si sostanzia rappresentano una delle palestre privilegiate nelle quali la persona sperimenta ed afferma, in modo più diretto e coinvolgente, quella capacità di tessere relazioni significative che ne rappresenta la natura sostanziale.
Prima che per ragioni di tecnica elettorale o per considerazioni di ordine istituzionale, i cattolici per queste ragioni non possono condividere una legge che, di fatto – del tutto contrariamente a quanto sostiene Giorgia Meloni – anziché ampliare, restringe e limita il ruolo dei cittadini nella costruzione della casa comune.

Domenico Galbiati

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