Ci scrive un amico e sostiene che, in linea generale, anche esaminando la questione in sede storica, senza limitarci ai giorni nostri – dove tale condizione è addirittura più rilevante – è mancato e manca tuttora il “coraggio politico” di cui i cattolici dovrebbero dar prova.
Perché dovrebbe toccare ai credenti, in modo particolare, essere coraggiosi ? Forse perché dovremmo sapere che la storia la facciamo noi, ma, ad un tempo, è nelle mani di Dio, senza che, in tutto ciò, vi sia contraddizione ?
Infatti, questa fiducia in nessun modo può attenuare o addirittura dissolvere la tensione drammatica di passaggi cruciali della vicenda umana, affidati alla libertà delle donne e degli uomini di ogni tempo. Non dovrebbero essere i credenti, prima d’ altri, capaci di decifrare la suggestione “provvidenziale” – in anni lontani si evocavano i “segni del tempo” – che accompagna l’ umanità anche nei momenti più crudi del suo cammino e da questa lasciarsi condurre per mano ?
E, dunque, osare ? Sapendo che i tornanti su cui ci inerpichiamo sono processi liberi ed aperti ad ogni esito possibile, eppure per quanto, non vi sia, dunque, un approdo scontato, non può venir meno la nostra fiducia – come ricorda Papa Leone nella sua prima Enciclica – nella “bontà” originaria di una creazione, che, in quanto tale, non può andare perduta.
Francois Juillien, filosofo francese, dichiaratamente ateo, eppure appassionato lettore del Vangelo di Giovanni, ne trae la convinzione che solo dal cristianesimo – anzi, puntualizza, da Cristo stesso – possiamo attendere la “novità” di cui il nostro mondo ha bisogno per sopravvivere. Il resto è rimasticatura di cose già date che non rompono il bozzolo in cui ci siamo imprigionati. Dobbiamo sorprenderci che sia un ateo a ricordarcelo ?
Vi sono persone lontane dalla fede dalle quali abbiamo molto da imparare. Hanno, nascosta tra le pieghe della loro
negazione del divino, una fame di assoluto che in troppi credenti si è via via appannata. E scorgono, osservandoli da lontano – meglio di quanto non facciano coloro che sentendosi di casa, si distraggono – le ricchezze anche di ordine umano e civile che sono intrinseche ai valori che ci sono donati in uno con la fede.
La storia non è mai una stanca bonaccia, ma sempre si manifesta come un vento che ora tenue, ora impetuoso, ora turbolento, ora perfino devastante soffia, indecifrabile, da chissà dove. Ma non è mossa da uno spirito disincarnato o da un demone che ci precede – il “grande leviatano” – attraversa le nostre vite, le trascende e, da sé, va oltre, verso regioni impensabili. Né destino fatale cui siamo, per forza di cose, consegnati, imprigionati nelle sue pieghe, ma, ad un tempo, protetti e rassicurati, pacificati, non più inquieti, sicuri, purché stiamo al gioco di una forza ineluttabile. Non è, al contrario, vero che al credente, in primo luogo, compete quell’ inquietudine che accompagna ed asseconda la libertà?
Se dovessimo stilare la mappa dei luoghi, dei temi e degli argomenti laddove merita di essere esercitato il “coraggio politico” dei cattolici, da dove prendere le mosse ? Forse proprio dalla rinnovata convinzione che – anche nel tempo che vede la tecnica esondare quasi dovesse travolgere gli argini della nostra identità e la democrazia in crisi profonda, insidiata da poteri altri, dissonanti dal suo canone di giustizia e di libertà- non vi sono necessità storiche intrinseche all’ ordine delle cose del mondo, né automatismi di sorta, né fato né karma, né destino che possa sollevarci da quella responsabilità singolare e personale circa gli sviluppi della storia che, via via si rapprende in una responsabilità collettiva, nella quale ciascuno di noi sarebbe tentato di dissolvere la propria. Così da assolvere preliminarmente la propria coscienza, liberandola dall’onere di un giudizio critico ed autonomo.
Non siamo votati al caos, all’ onda montante di eventi sgranati ed impredicibili, che si fanno da sé e sfidano l’assurdo, bensì alla faticosa ricerca di un senso che pur c’è nell’ ordine del creato ed a noi compete portare a compimento. Tutto ciò, infine, declinato secondo il concreto e quotidiano vissuto, dentro il momento storico dato, ci rinvia alla politica ed alla nobiltà intrinseca che le appartiene. Anche quale spazio in cui l’ esercizio della capacità di relazione e della socialità diventa un momento imprescindibile della maturazione personologica di ognuno, dei più giovani in modo particolare.
Domenico Galbiati