Ricorre in questi giorni il secondo anniversario della “Settimana Sociale” dei cattolici – la cinquantesima della serie – che si tenne a Trieste e suscitò giustificate speranze ed attese in ordine ad un rinnovato impegno dei credenti in grado di restituire il vigore, da troppo tempo smarrito, ad un “discorso pubblico” che, al contrario, appare sempre più ripetitivo, torpido e scontato. Sul piano culturale, civile e sociale, per non dire del livello politico. Perennemente rattrappito in una difesa particolareggiata di interessi differenti che una politica, ad un tempo, affannosa e spenta, non è in grado di accompagnare verso l’ orizzonte dell’interesse generale del Paese e del bene collettivo. Cioè verso quella condizione tale per cui il traguardo positivo cui giunge un certo gruppo sociale non interviene a danno e detrimento di un altro, bensì in una cornice armonica di reciproca compensazione.

Dopo Trieste è stata evocata – se ne è fatta carico, in modo particolare, la rete di amministratori locali cattolici e di differente appartenenza politica, nata spontaneamente in quell’occasione – l’opportunità, o forse meglio, la necessità
e l’urgenza, che, prendendo le mosse dalla condivisione di buone prassi locali, cattolici di differente opzione politica avviassero, se non altro, un cammino di confronto più ravvicinato e ne verificassero i possibili approdi alla luce del loro comune riferimento alla Costituzione ed alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Peraltro, “Al cuore della democrazia”, tema proposto alla riflessione della Settimana”, era – ed è tuttora – centrale quanto ambizioso nel panorama di ordinamenti democratici, fra cui sicuramente il nostro, scossi, feriti e doloranti. I quali, d’altra parte, forse, proprio affrontando a viso aperto tale sofferenza, possono trarre motivo di ispirazione per resistere alle sfide del tempo e rilanciare i valori di cui sono espressione.

E’ alla luce di tale ambizione doverosa che andrebbe giudicato il cammino compiuto dalla comunità ecclesiale da due anni a questa parte. Sul piano dell’indicazione politico-programmatica o, addirittura, se mai vi sia, sul piano di una generale visione di sviluppo con cui andare incontro al nostro più immediato domani. Si tratta di una domanda che resta in sospeso, ma deve, intanto, fare i conti con la scadenza di un appuntamento elettorale ormai ravvicinato.
Lasciamo le cose come stavano prima di Trieste e, ad un primo esame, stanno tuttora oppure facciamo conto di trarre dalla riflessione di Trieste qualche frutto maturo?

A giudizio di coloro che, come gli amici di INSIEME, da tempo riflettono e suggeriscono una presenza “autonoma” di cattolici in campo politico – nulla a che vedere con una supposta “unità”, anzi nella consapevolezza di un pluralismo delle opzioni politiche dei cattolici acquisito una volta per tutte – i credenti possono trovare una vera sintonia e mettere, dunque, in campo – chi ci sta, pochi o tanti che siano – una loro proposta solo riscoprendo quella dimensione autenticamente “popolare”, anti-ideologica, propria di un sistema aperto, capace di apprendere sul campo, orientata alla ricerca di un comune orizzonte di senso, che, a sua volta, diventi un vincolo di coesione, di solidarietà, di visione comune e di reciproco sostegno.

Domenico Galbiati

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