Papa Leone ha invitato i giovani a superare confini ed ideologie. Le quali, contrariamente a quanto comunemente si ritiene, non sono affatto defunte e superate una volta per tutte. Persistono. Sotto mentite spoglie, vestendo abiti mentali, appena adattati alla moda del momento. Le ideologie, dunque. Quelle vecchie, quelle nuove, quelle riciclate.
Sostanzialmente, sono quei confini impalpabili, eppure impenetrabili, cui volentieri consegniamo i nostri pensieri ed, intera, la nostra visione della vicenda umana.

In primo luogo, sono coinvolgenti nella misura in cui presumono – ciascuna a modo suo – di darci ragione del mondo.
Immaginano di cogliere il senso compiuto della storia, di distillarne quella legge “necessaria” che spiega la sequenza dei suoi sviluppi e la destinazione immancabile dei suoi ultimi approdi. Se non appare immediatamente evidente, costruiscono ad arte, rispondendo al nostro incontenibile bisogno, un certo senso del mondo che sia il plausibile orizzonte in cui inscrivere l’ ordine delle cose. Nel cui alveo, un’ ideologia che si rispetti dev’essere in grado di disporre la successione storica dell’ accadere secondo la presunzione di una consequenzialità logica che, a sua volta, permetta di anticipare il futuro, senza consentirgli di coglierci di sorpresa.

In secondo luogo, dunque, oltre che esplicativa, l’ideologia è pure rassicurante e protettiva. Ogni ideologia, in altri termini, funziona come una sorta di “macchina del tempo”, che lo chiude su di sé in un bozzolo e gli restituisce quella forma circolare ed immutabile dell’ eterno ritorno che solo la concezione cristiana della sua linearità e del suo aperto sviluppo gli ha restituito. Ogni ideologia, in altri termini, assume dal passato quella legge inossidabile che ci dà ragione del domani, cosicché questo è già, di fatto, sostanzialmente dato in germe nel tempo che l’ha preceduto e, per questo, anche le ideologie apparentemente più progressiste, di fatto, non generano novità. Tornano da dove sono partite in un incessante “gioco dell’ oca” che non conduce da nessuna parte.

In terzo luogo, vantano un altro formidabile “atout”. Consentono di trasferire sul piano di una incontrovertibile necessità storica, a suo modo, general-generica, anonima e sfuggente, tutt’al più collettiva, quella cogente responsabilità personale, che ricade su ognuno di noi e dalla quale, più o meno nel segreto del cuore, ciascuno vorrebbe essere sollevato. Stabiliscono, ad esempio, quale sia l’ invalicabile confine tra “sfruttati” e sfruttatori”, in qualche modo, tra il bene ed il male, cosicché se stai dalla parte del giusto non ce n’è per nessuno… Non a caso, possono essere la radice dell’ intolleranza e del radicalismo fono alle condizioni più estreme.

Viva, dunque, il “libero pensiero”, che sia davvero “pensiero” e davvero “libero”, cui ci invita, cominciando dai giovani, Papa Leone.

Domenico Galbiati

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