L’Europa come specchio delle contraddizioni

Giorgia Meloni ama evocare un’Europa forte. Ma le sue parole suonano come un esercizio di retorica: «L’Unione europea è chiamata a dimostrare capacità di iniziativa, unità, visione strategica», ha detto ieri in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo. E lo ha fatto anche in riferimento al futuro Quadro Finanziario Pluriennale sorvolando sul fatto che anch’esso va oltre il problema di bilancio perché il nodo centrale è quello dalla unità di intenti, che si raggiunge solo superando il voto all’unanimità, radice di ogni paralisi europea. E lei è sempre stata tra quelli che hanno sempre ostacolato ogni passo verso una maggiore coesione politica, difendendo la sovranità nazionale come un totem.

L’Europa di chi?

Quando afferma che «in qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni dipendono dall’Europa», viene spontaneo chiedersi: quale Europa? Quella del suo alleato Viktor Orbán e di altri – anche interni al suo Governo – che negano i valori fondanti dell’Unione e ne minano la credibilità. E magari giungono addirittura ad operare come veri e propri alleati interni all’Europa della Russia e di altre entità internazionali che non vedono l’ora di veder crollare l’impianto dell’Unione. Giorgia Meloni parla di un’Europa protagonista, ma la sua stessa politica la relega ai margini, oscillando tra l’orgoglio nazionale e la dipendenza dai partner più euroscettici.

L’Europa sabotata e poi invocata

Meloni denuncia la frammentazione dei formati negoziali europei, lamentando che «nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa». Evidente la polemica con quel famoso E3 – Regno Unito, Francia e Germania, mal digerito sin dagli inizi, ma verso cui sembrava dirigersi dopo essere stata abbandonata da Donald Trump? Un E3 che, assieme alle mai sopite ambizioni da grandi potenze dei tre paesi citati, è anche frutto di una oggettiva incapacità da parte dell’Europa intera a parlare con la stessa voce e a battere la stessa strada. Solo colpa loro? Perché la domanda è inevitabile: chi ha contribuito a indebolire quella legittimità, opponendosi a ogni passo verso un’Europa federale e rappresentativa? Non si può sabotare l’Unione e poi pretendere che parli con una sola voce. La critica di Giorgia Meloni – anche se non se ne rende conto – è, in realtà, una oggettiva ammissione involontaria di colpa.

Dalla guerra alla pace, ma senza coerenza

Oggi , riguardo al conflitto russo ucraino, sostiene che «difendere i confini del diritto non ci impedisce di tenere aperti i canali necessari a raggiungere i nostri obiettivi». Un tono conciliante, certo, ma non è la stessa leader che invocava il sostegno all’Ucraina «fino alla vittoria»? La metamorfosi è evidente: da falco interventista a colomba diplomatica.

Sovranismo travestito da pragmatismo

Anche sul tema degli investimenti esteri da regolamentare in Europa, la nostra Presidente del Consiglio si vanta che, grazie alla sua azione, la decisione finale spetterà ai singolipaesi: «grazie anche all’impegno dell’Italia, la decisione finale continuerà a spettare agli Stati membri». Un successo, dice lei. In realtà, è la conferma di una visione corporativa e difensiva, che antepone le prerogative nazionali agli interessi comuni. L’Europa, così, resta – ancora una volta pure grazie a lei – un mosaico di interessi divergenti, incapace di agire come soggetto politico unitario.

Israele e la doppia morale

Infine, la questione di Israele rivela l’ennesimo doppio standard. Dopo aver difeso le sanzioni dure contro la Russia, Giorgia Meloni predica ora prudenza per lo Stato ebraico: «Io non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea». Ma l’Europa non può essere forte se applica due pesi e due misure. La fermezza verso Mosca e la cautela verso Tel Aviv non sono segni di equilibrio, bensì di opportunismo politico. Punire la società civile israeliana sarebbe sbagliato, dice, ed è giusto. Ma ignorare le violazioni dei diritti umani lo è altrettanto.

Conclusione

I discorsi di Giorgia Meloni si presentano, dunque, come un insieme di buone intenzioni e di contraddizioni. Dietro la retorica del reclamo dell’Unità europea si nasconde una politica che continua a dividere, dietro l’appello alla pace si cela la paura di scegliere, e dietro la difesa della sovranità si intravede la rinuncia alla responsabilità. Un’Europa forte non nasce dalle parole, ma dalle scelte coerenti. E quelle, nei discorsi di Meloni, continuano a mancare.

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