L’ esultanza per il successo del voto referendario del “NO”, sembra aver dato la stura, nel centro sinistra, ad una irrefrenabile frenesia alla ricerca – si badi bene – non del leader, bensì della metodica da adottare per individuarlo. E perfino su questo passaggio preliminare si scatena la bagarre. Anche perché la questione non è di metodo, ma di sostanza, nella misura in cui dietro ogni differente modalità proposta si cela un nome, che viene mantenuto “in pectore” da chi lo propone. Mimando i più sottili giochi di palazzo, per lo più da parte di chi ebbe fieramente a denunciarli a suo tempo.
Insomma, un gioco dei “quattro cantoni” che prevede un reiterato scambio di posizioni, tale per cui qualcuno e’ dentro e qualcun altro specularmente fuori dal sistema, secondo un’ alternanza nel tempo difficile da decifrare. Questo implica che, a qualunque approdo infine si giunga, verrà percepito dall’ elettorato come esito di una lacerazione necessariamente ricomposta in funzione elettorale, piuttosto che l’ espressione unitaria di un disegno comune e condiviso dalla coalizione. In altri termini, di fatto il “leader”, la naturale figura di autorevole riferimento e di guida, non c’è e non resta che trovare l’ artefatto con cui costruirla.
Peraltro, la soluzione meno traumatica o, addirittura, più fisiologica o almeno meno cervellotica, che preveda – come avviene nel centro-destra – che il candidato a Palazzo Chigi sia il segretario del maggior partito della coalizione, pare che, nel caso di specie, non sia praticabile e, del resto, non condivisa da ambienti del partito medesimo. Caso strano di un leader- evidentemente questo sì “straniero” – partorito da un’elezione primaria che ha dato luogo ad una soluzione che il partito, al momento del dunque, non osa esibire.
Ad ogni modo – e questo, in particolare, è necessario rilevare – tutto sembra reggersi sulla convinzione o comunque su una forte speranza – suggestiva al lungo di tradursi in certezza o quasi – che il risultato referendario che ha premiato il “NO” sia, come tale, trasferibile, sul piano dell’ elezione politica del prossimo anno. E’ arduo pensarlo, soprattutto se si guarda al voto dei più giovani ed al peso rilevante che sembra avere avuto sul dato complessivo. Hanno detto “NO” alla separazione delle carriere ? All’attentato alla Costituzione ? Al governo Meloni? Oppure hanno semplicemente colto l’ occasione per dire “NO”, punto e basta?
Un “NO” a valere per tutti, ricorrendo ad un voto che, a differenza degli altri, non è, comunque, inclusivo, nella misura non ti costringe a schierarti per una forza o per l’ altra, collocandoti, ad ogni modo, dentro il sistema, così com’è. Ma, al contrario , d’ un sol tratto, consente di prendere le distanze, ad un tempo, da questo e da quello?
Salvo quelli fidelizzati di ciascun partito, è bene che la sinistra si faccia convinta di dover guadagnare ogni altro consenso direttamente sul campo, sia sul piano della partecipazione al voto , sia sul piano del consenso.
Domenico Galbiati