Elon Musk riceverà mille miliardi di dollari dalla Tesla per tornare a dedicarcisi a tempo pieno. L’impegno è quello di far aumentare di centinaia di volte il valore della società che, adesso, procederà a mettere in produzione almeno un milione di taxi senza conducenti e ad altre diavolerie della robotica. Ovviamente, quello che è già l’uomo più ricco del mondo, o è lì lì a tornarlo ad esserlo dopo recenti disavventure gestionali e politiche, non riceverà questa montagna di soldi in denaro, ma in azioni. Questo cambia poco ed è comunque in grado di far battere a questo esuberante sudafricano – canadese ogni record. Probabilmente, sarà soddisfatto anche Trump che aveva avvertito scorrere lungo la schiena un brivido quando i due litigarono e si era sentito minacciare con la nascita di un partito di destra per raccogliere i delusi del Presidente. Musk si dovrà dedicare ad altro.
La notizia arricchisce il quadro che stanno dipingendo i “paperoni” – soprattutto quelli americani – nell’immaginario mondiale in cui si assiste ad un continuo gioco di fuochi artificiali dall’insegna di chi guadagna di più. Un qualcosa che sta da sempre nelle vene di molti statunitensi il cui sangue non è rosso come quello di tutti i comuni mortali, bensì verde. Di quella tonalità che colora il Dollaro sul quale c’è scritto quel “In God we trust” ( Confidiamo in Dio) che è tutto un programma. Ma è soprattutto l’America di Donald Trump che, però, nella sua prima tornata presidenziale aveva raccolto tanti consensi perché diceva di preoccuparsi di più della cosiddetta “economia reale”, quella cioè della gente comune che sa benissimo di non poter mai diventare un Musk, un Bezos o un Bill Gates. E il messaggio era passato nelle grandi aree industriali del nord colpite da una grave crisi di produzione e in quelle rurali che, poi, a ben guardare compongono la grande macchia rossa del voto repubblicano in una miriadi di stati interni, tanto diversi da quelli delle due coste.
Il “secondo” Trump è diventato invece soprattutto l’uomo dei grandi capitalisti finanziari e fu emblematica la decisione di affidare a Musk un ruolo importante nella ridefinizione della macchina pubblica. Il tutto è finito come sappiamo. Con la rottura tra i due sancita dalla sostituzione del latte e del miele del periodo elettorale con brutali reciproci colpi bassi che non hanno fatto bene ad alcuno dei due.
Ma il fiume di danaro che sta per giungere a Musk ci fa chiedere quanto tutto ciò possa, almeno in parte, spiegare il controcanto rappresentato dal risultato del voto di questa settimana che ha segnato un solenne sconfitta per il Presidente americano ritenuto da alcuni assolutamente imbattibile fino a martedì scorso. Ci si deve domandare, infatti, quanto ci si trovi la conferma delle contraddizioni di una politica sociale che ricorda, sì, il mito della ricchezza americana, ma svela anche le disparità e i disequilibri sociali che, a lungo andare – per la loro insostenibilità morale e pratica – fanno ritrovare taluni sempre più enormemente ricchi ed un numero crescente di cittadini – che poi diventano elettori – costretti, invece, a doversi confrontare con la realtà della vita quotidiana.
Il risultato del voto dei giorni scorsi è infatti valso nelle aree agricole come in quelle cittadine. Nelle zone industriali – vedi Detroit – e in quelle dei giganti californiano dell’Hi tech. I soldi sempre per i più ricchi, sì, ma ogni tanto arriva la vox populi.![]()