Il quadro generale

La lotta al cambiamento climatico non entra nelle tematiche della proposta politica nemmeno oggi, nella imminenza della prossima tornata elettorale. Eppure è  da decenni che la ricerca scientifica sottolinea che questa è la sfida più grande che si deve affrontare nel XXI secolo  e che c’è il rischio sempre più attuale di arrivare al “punto del non ritorno”.

Una ennesima conferma si è avuta, per esempio, in occasione della recentissima presentazione da parte di ASVIS del nuovo Decalogo circa le tematiche su cui la politica si dovrebbe misurare: della richiesta dell’ASVIS alle varie parti politiche circa la condivisione (o meno) delle tematiche/obiettivi del Decalogo  e circa la identificazione della tematica  riconosciuta come prioritaria da ciascun partito .

Le risposte sono state diverse. Comunque dalla serie di reazioni da parte dei singoli esponenti politici si è avuto la conferma di un fenomeno generale : non è emerso quella chiarezza che oggi si dovrebbe riconoscere alla richiesta volta alla lotta al cambiamento climatico, inteso come  la priorità delle priorità .Si parla sostanzialmente del caro energia e di come gestirlo, delle bollette da ridurre per famiglie ed imprese etc. Certamente cambiamento climatico ed energia sono strettamente connesse. La crisi ambientale con la perdita della biodiversità si riconduce al nodo dell’energia. La stessa crisi sociale si aggrava (o si riduce) in funzione della capacità di affrontare l’emergenza del riscaldamento globale. Occorre una nuova strategia energetica, antitetica a quella che da anni l’Italia(e non solo) ha praticato, trasformando l’interdipendenza tra Paesi in vera e propria dipendenza. L’energia è il motore che alimenta tutte le attività. Senza energia non c’è vitalità, come negli organismi animali/umani : senza sangue non c’è vita. Ma il consumo di energia convenzionale determina un aumento dell’effetto serra che genera aumenti nella temperatura, con impatti  negativi crescenti e destabilizzanti gli equilibri ecosistemici naturali..

Eppure soprattutto nel mondo giovanile si percepisce la priorità della sfida del cambiamento climatico. Si comincia a percepire che mentre  siamo sempre più iper-connessi tra noi nelle nostre attività….siamo sempre più dis-connessi (o sconnessi )dalle dinamiche evolutive vitali di Madre Terra : dalle  reti della vita con serie implicazioni che stanno modificando in modo spesso irreversibile gli ecosistemi naturali. E come sia assolutamente necessario un “ritorno” alla natura.

I vari impatti del cambiamento climatico ci dicono ogni giorno che stiamo distruggendo i BENI COMUNI che sostengono (con la loro struttura organizzativa sistemica) tutte le nostre attività: aria, acqua, suolo…..

Alcuni noti impatti hanno caratterizzato in Italia gli ultimi mesi in particolare : scioglimento dei ghiacciai; innalzamento livello acque;   frequenza ed intensità di eventi estremi ;allagamenti/alluvioni; siccità/desertificazione; crisi idrica; danni alla salute (mortalità premature, morbilità respiratoria e cardiovascolare accentuata, come verificato dal Ministero della Salute  in termini di  incremento della mortalità dovuto alle isole di calore ed alla alta temperatura…-etc. etc).

Sono anni che si sottolinea che In Italia c’è la più alta esposizione al rischio alluvionale rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Più del 90% dei Comuni sono infatti a rischio di frane/alluvioni);per non parlare della perdita di biodiversità; dei danni al turismo, agricoltura; della autocombustione nelle foreste; delle immigrazioni; della  perdita di resilienza…Un esempio per tutti è quello del Po . Eppure, cosa si è fatto, oltre a richiedere il riconoscimento dello stato di calamità? Sussiste evidentemente la percezione che passata la tempesta tutto possa tornare come prima. Ma purtroppo non è così.

A causa di un aumento  dei gas serra( CO2, CH4, altri gas,….) in atmosfera il  mare Mediterraneo registra temperature comprese tra  28 e 29 C° ; con un innalzamento del livello di 20-30 cm di altezza (che arriverà a 80-130 cm al 2100) interessando tutte le aree costiere ….

Sono anni che l’Italia nel Mediterraneo registra una maggiore frequenza/intensità di eventi estremi ,dalla temperatura di Siracusa nell’agosto 2021  pari a   48,8 C° alla siccità di vaste are che coinvolge la produzione di grano( fino a meno 20-30% ); di mais (fino a meno 50% ). Sono anni che si sottolinea che  anche la  qualità/bellezza del paesaggio dell’Italia (risorsa riconosciuta in tutto il mondo) viene coinvolta negativamente, con effetti innanzitutto sul  turismo.

Dunque, è un dato di fatto che non c’è la percezione diffusa che siamo difronte oggi a scelte molto complesse, che obbligano a ragionare in maniera nuova e diversa , prendendo in considerazione non solo interessi/valori esclusivamente strumentali/utilitaristici /economicistici ma anche valori : valori relazionali ,comunitari, di cittadinanza estesa anche all’ecosistema naturale ed alle generazioni future . Valori come la giustizia intergenerazionale, la inclusione, il lavoro…ma anche la bellezza (come suggerisce New European Bauhaus, perché la bellezza possiede un elevato potenziale trasformativo, è un punto di ingresso rispetto ad altre molteplici dimensioni, perché promuove uno stato d’animo più attento al rispetto, alla cura etc.) I valori non coincidono con gli obiettivi, ma sono il loro fondamento, essendo essi  l’energia che guida a nuove scelte e comportamenti…

C’è solo nel mondo giovanile la consapevolezza che la posta in gioco è sempre più alta ed il tempo delle scelte è sempre più ridotto…..e che le condizioni di incertezza continuano a moltiplicarsi. Eppure si continua a far loro proposte sostanzialmente solo circa il reddito, le tasse…

Cosa si può fare?

E’ ben noto che l’origine del riscaldamento globale è collegata alle fonti energetiche fossili , a parte altre cause dell’incremento di CO2 come il moltiplicarsi degli allevamenti  zootecnici, la produzione industriale,  la de-forestazione, la impermeabilizzazione – cementificazione del suolo nelle città. E’ ben noto che i settori industriali che producono la maggiore quantità di CO2 sono quelli della produzione di Cemento, ferro, acciaio, plastica, vetro, alluminio(  31 %); energia elettrica(  27%); agricoltura/allevamento;( 19%); Trasporti( 16%); riscaldamento/condizionamento aria edifici( 7%)……

Forse vale la pena ricordare che  la Cina con  10 miliardi di CO2/anno è il più grande inquinatore al mondo.  Un carico climalterante pari a circa la metà è dovuto poi agli USA(  5,2  miliardi di CO2/anno). E la metà di questo carico è dovuto a sua volta all’ India:( 2,65  miliardi di CO2/anno)….

Sappiamo quanto difficile sia stato a Glasgow modificare queste scelte strategiche per ridurre gli impatti climalteranti a danno di tutti, soprattutto per la posizione di Cina ed India.

Cosa si può proporre dunque   e si deve richiedere alla politica difronte alla grande complessità del problema ? Tra ricorso ad energie rinnovabili, a energie fossili convenzionali o a energia nucleare? Tra interventi a breve, medio  ed a lungo termine?

Cosa proporre a scala globale, locale, ed anche personale? Cosa richiedere insomma alle forze  politiche in questo momento storico?

Orbene cominciamo a distinguere che si può intervenire sulle cause del processo di riscaldamento globale ovvero sugli effetti. O su entrambi.

A )L’ intervento sulle cause si riferisce essenzialmente nel settore dell’energia, e quindi alle politiche energetiche (dalle fonti energetiche alle innovazioni tecnologiche, organizzative, di approvvigionamento etc)

B) L’intervento sugli effetti si traduce nella ricerca di soluzioni basate sull’insegnamento di Madre Natura: per esempio nel restauro degli ecosistemi naturali, etc.. Cioè in interventi che dipendono dalla nostra disponibilità e intenzionalità.

C ) L’intervento su entrambe le direzioni si riferisce più in generale alla concreta realizzazione di un modello di economia circolare. Essa è caratterizzata da: un fondamento dei valori economici nell’ecologia; un metabolismo che riduce/evita I rifiuti; dal riuso, riciclo, rigenerazione dei materiali; dall’attenzione al medio/lungo termine; dalla cooperazione/sinergie. Cioè da una cultura antitetica a quella corrente.

Occorre infatti sottolineare che  tra le cause del cambiamento climatico  va incluso lo stile di vita,   la diffusa cultura del corto-termismo, cioè la attenzione al qui ed ora e l’ indifferenza rispetto al futuro. Occorre allargare la prospettiva nel tempo, come richiede finalmente  anche il nuovo testo costituzionale all’art 9 e 41.

La  cultura corrente  ha trovato nell’economia ortodossa la sua feconda matrice . Questa causa culturale  riguarda la devalorizzazione del  futuro rispetto al qui ed ora,  la assunzione che ogni soggetto sia il migliore giudice delle preferenze , e che le preferenze sono “date”. Cioè sono “sacrosante” . La «razionalità» dell’economia ha dato forma alla razionalità corrente ed alla razionalità in politica. Il futuro non  rientra nella domanda dell’elettore (anche se  oggi, con la modifica dell’art 9 della Carta Costituzionale occorre farsi carico del benessere anche delle future generazioni…..). Questa  «razionalità» della politica, derivata dalla razionalità dell’economia ,è portata a semplificare la complessità, a ridurre la multidimensionalità e l’eterogeneità, come evidenziano tanti slogan ….

Secondo le Nazioni Unite (UNDP )  il 70% delle misure di mitigazione ed   il 90% delle misure di adattamento al cambiamento climatico dipendono dai governi locali.  Quali nuove politiche urbane, allora?

La Nuova Carta di Lipsia dell’Unione Europea (2020) riconosce  il «potere trasformativo delle città» per conseguire il bene comune  evocando   il modello proposto dell’economia circolare e della «città circolare.

Quali conclusioni?

In conclusione, cosa occorre richiedere a chi intende impegnarsi in politica? Di quali progetti  o programmi  intende farsi carico, sul piano tecnico/economico e sul piano culturale?

Una prima richiesta  è quella di  monitorare sistematicamente e valutare tutti gli impatti del cambiamento climatico alle diverse scale, sia nazionale che locale. La valutazione degli impatti è prevista da una normativa europea. Ma sono necessarie  non solo valutazioni ex ante ma anche valutazioni ex post dei risultati delle politiche e degli investimenti pubblici per dedurne l’efficacia. Occorre valutare i costi di questi impatti negativi e come essi possono ridursi attraverso una attenta programmazione/progettazione. L’indifferenza attuale alle tematiche di cui sopra dipende molto anche dalla carenza di valutazione delle conseguenze nel breve, medio e lungo termine e della loro diffusione. Come si intende allora fare  per predisporre velocemente Piani di adattamento e di mitigazione a livello locale e regionale? Come sbloccare il Piano Nazionale di Mitigazioni ed Adattamento, il cui iter è fermo da diversi anni? Come promuovere una  Pianificazione urbanistica/edilizia  fondata sull’ecologia/natura e cioè su soluzioni “nature-led”? Come realizzare il più efficacemente possibile  il PNRR? Come collegare  la  ri-piantumazione e la ri-permeabilizzazione del suolo urbano, la gestione efficace dell’acqua meteorica, la gestione ecologica delle attività produttive (attraverso le molteplici forme di simbiosi  come in natura) alle azioni volte a realizzare la strategia della “ città circolare”, come punto di ingresso verso il modello di economia circolare?

Certamente l’ impegno collegato alla attuazione del modello di economia circolare richiede un necessario potenziamento della cultura della valutazione presso tutte le istituzioni, a cominciare da quelle pubbliche, in termini di  verifica della capacità di perseguimento degli obiettivi delle politiche pubbliche a tutti i livelli. Ma occorrerebbe anche conoscere  con quali indicatori la politica propone di essere valutata nelle proprie attività a fine mandato, affinché si rigeneri un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, sulla base della capacità di rendere conto e ragione in modo chiaro e trasparente e veritiero.

Lo sforzo da fare è quello di integrare l’aspetto quantitativo del modello circolare con una strategia culturale della cooperazione, collaborazione, sinergia per generare micro-comunità, coesione sociale, reciprocità….Insomma , occorre in particolare avere conoscenza di quali impegni, pensando non solo alle bollette, ma anche alla rigenerazione dei valori cooperativi  di cura, di relazionalità per rigenerare comunità, spirito pubblico, cittadinanza attiva, attenzione al bene comune, che sono essenziali per il rilancio dell’economia.

Allora: quali progetti in questo senso, per una “transizione ecologica ed insieme umanistica”? Un esempio:  quale impegno per promuovere il principio di sussidiarietà orizzontale di cui all’art 118,IV comma (per promuovere microcomunità capaci di proporre/progettare soluzioni per il bene comune)? Quali impegni per promuovere  una amministrazione condivisa dei beni comuni, con strumenti giuridico/normativi che disciplinino le forme di collaborazione tra cittadini e pubblica amministrazione, finalizzato alla cura, rigenerazione ed alla gestione condivisa dei beni comuni, coinvolgendo i giovani e quindi  le  scuole e l’Università, nel quadro di un forte progetto educativo ) Trasformando l’educazione civica tradizionale nella  cultura della “transizione ecologica ed  umanistica».

La cultura della transizione ecologica ed umanistica ,necessaria per realizzare un futuro desiderabile / sostenibile per tutti richiede di ispirarsi alla struttura organizzativa della Natura, al suo modello circolare, al suo metabolismo.

La  promozione di  una serie di iniziative anche sul piano culturale richiede che  la cultura dei diritti (che è la cultura dell’umanizzazione) non entri in contraddizione con la struttura organizzativa  della natura. Non si può auspicare in conclusione un rispetto/ritorno alla natura per superare le sfide attuali del cambiamento climatico ignorando quello che la natura per altro verso ci indica ed evoca. Rispetto della natura e “nuovi diritti” debbono risultare congruenti e non conflittuali, come già  si rilevava nella LdS !

Luigi Fusco Girard