Nell’interessante Convegno tenutosi a Roma su iniziativa di Insieme e di altri soggetti politici il 9 maggio 2026 a mio avviso l’ambasciatore Pasquale Ferrara (CLICCA QUI) ha delineato in modo sintetico, ma chiarissimo, debolezze e punti di forza indicando un possibile percorso per salvare l’ Europa . Vorrei riprenderne alcuni punti aggiungendo però una idea/proposta mia – non ricavabile da alcun intervento tenutosi nel convegno- che può sembrare, a prima vista, paradossale o provocatoria. Una proposta, in tre punti, di cui assumo piena e personale responsabilità.
Era l’ora ! Finalmente, come ha affermato Ferrara, si ammette apertamente che i Trattati europei sono da cambiare e che di lì bisogna ripartire, mettendo da parte il mantra delle cooperazioni rafforzate a trattati invariati. Il congelamento dei trattati- ormai fermi da un ventennio!- ha reso asfittica l’attuale UE, è stato detto. Io aggiungerei che l’ha, insieme, paralizzata e frammentata, dando il via a una miriade di deroghe (come quelle al divieto di aiuti di Stato) che hanno rafforzato chi già era più forte e lasciando immutate le regole di bilancio, in funzione prociclica invece che anticiclica, ha indebolito chi già era più debole. Qualcuno, incredibilmente, aveva scommesso sugli stimoli esterni al rafforzamento dell’ UE, prima il Covid poi la guerra di Ucraina. E’ ormai evidente. Non basta avere un nemico comune da contrastare per fare comunità. Una tragica illusione.
L’ambasciatore Ferrara ha spiegato che bisogna porre fine al pendolo approfondimento/allargamento. Peraltro ormai nessuno poi vuole più l’uno e l’altro. Io preciserei bisogna rimettere mano all’approfondimento a lungo sacrificato all’allargamento, proprio ora che si profila un enorme allargamento ad est, in cui potrebbe collocarsi lo Stato più esteso territorialmente. Rivedere radicalmente i trattati anche lasciando da parte il problema di una Costituzione, è questo l’approfondimento di cui vi è urgente bisogno. Ora, il prima possibile.
E’ infine necessaria una politica di difesa comune impostata su quella dimensione politica che avevano delineato i padri fondatori quando progettarono la CED o Comunità europea di difesa nel 1952.
Osservazioni tutte condivisibili. Ma vorrei aggiungere un altro aspetto. C’è qualcosa che manca oggi all’ Europa per realizzare davvero quella comunità politica, oggi necessaria, cui pensava già nel 1951 De Gasperi opportunamente citato nell’intervento di Anna Maria Pitzolu (CLICCA QUI).
“ Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si precisino e si animino in una sintesi superiore, rischieremo che questa attività europea appaia , al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale; potrebbe apparire anche ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale apparve in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero” (Alcide De Gasperi, 10 dicembre 1951, Consiglio d’ Europa, Strasburgo).
La prima esigenza anche nel 1951 non era una Costituzione. Prima di essa ci voleva ben altro, per evitare una Europa costruita per “via amministrativa”, come poi è avvenuto anche attraverso le sentenze della Corte di Giustizia. De Gasperi era stato chiarissimo. Cosa è l’organismo centrale in cui le volontà nazionali si animino in una sintesi superiore, se non un vero Parlamento con vere elezioni europee?
Noi oggi abbiamo un Parlamento Europeo eletto direttamente. Ma come negare che esso, nonostante il riconoscimento di funzioni di controllo politico in materia di approvazione di bilancio e di controllo della spesa conferite nel 2007 a Lisbona, sia ancora una istituzione emarginata dai circuiti decisionali europei? Come negare che le crisi successive al 2009 (crisi finanziaria, Covid 19 e la guerra ai confini) abbiano allontanato ancor più il baricentro delle decisioni con l’intensificazione del metodo intergovernativo, la valorizzazione delle istituzioni tecniche (tipo Eurosummit) e delle comunicazioni interpretative della Commissione?
Che abbiamo bisogno urgente di europeizzare il Parlamento non lo dicono gli euroscettici, ma i documenti europei, che magari nessuno divulga. Ne cito solo uno: Europeanising the elections of the European Parliament , uno studio commissionato dal Dipartimento per i diritti dei cittadini e gli affari costituzionali del Parlamento europeo pubblicato nel giugno 2021.
Come si spiega in questa pubblicazione, il voto “europeo” non è oggi ancora un vero voto sovranazionale. Esistono ventisette elezioni essenzialmente distinte tra loro per un corpo sovranazionale, caratterizzate da una notevole diversità di regole, procedure e pratiche. In questo senso NON ESISTONO OGGI ELEZIONI EUROPEE, ma esistono, ogni cinque anni, ventisette elezioni nazionali contemporanee in ogni Stato, senza veri partiti europei, senza impegnativi programmi comuni. Ricordiamo come si svolgono le elezioni europee in Italia e con quali slogan: contare di più in Europa, battere i pugni a Bruxelles, far valere gli interessi nazionali e forse qualche slogan generico, per le proprie tifoserie, su una Europa sociale o su un’Europa che difende i confini. Chi ha votato nel 2024 in Italia poteva addirittura esprimere la propria preferenza per un Presidente del Consiglio- candidato al Parlamento europeo!- che mai sarebbe andato a fare il rappresentante europeo, ma la cui figura era necessaria per ottenere il voto dei followers non interessati al programma ma interessati a sostenere il “capo” politico in cui si riconoscevano. Può questo essere definito un Parlamento che rispecchia la volontà dei cittadini europei?
Ma perché queste stranezze cui peraltro nessun giornalista o politico presta attenzione? Diciamolo apertamente. Gli storici del federalismo europeo lo sanno benissimo. Ma tutti gli altri lo ignorano o lo nascondono. Tanti così ignorano un passato peculiare, scomodo e controverso, ignorano miseria e nobiltà delle battaglie condotte attorno alla istituzione parlamentare europea, che esisteva sin dai tempi della CECA, dal 1951. Ed anche i giovani che pure cercano oggi generosamente di animare queste istituzioni, sono spinti a trascurare la fatica ed i conflitti della storia reale, e quindi spesso a dogmatizzare le istituzioni esistenti e a sacrificare le esigenze cangianti della realtà storica in nome di un perfettismo che finisce col nascondere o ridicolizzare i problemi istituzionali ( un potere “infallibile” che provvede a correggere un altro potere “fallibile” ) e per chiudere in una camicia di forza le aspirazioni ed i desideri dei cittadini in carne ed ossa, spingendoli verso il populismo. Oltre che verso l’astensionismo crescente. Ricordiamolo bene: i cittadini votanti in Europa passano dal 61,9% del totale del 1979 al 50,7% del 2024.
In effetti, il Parlamento europeo, all’inizio solo designato, anche da quando è stato costituito con l’elezione diretta, dal 1979 in poi, è rimasto un organo sui generis, è stato a lungo una istituzione sospesa tra un ruolo autenticamente rappresentativo del popolo dell’ Unione Europea ed una funzione più pragmatica di interfaccia tra strutture intergovernative e interstatali.
I parlamenti moderni nascono per mettere un limite ai poteri di un sovrano sul bilancio o sulla decisione della guerra, sulla politica estera. Così non è stato per il Parlamento europeo. Una istituzione nata con funzioni consultive e di legittimazione democratica per bilanciare la vera istituzione guida della politica europea, il Consiglio Europeo nato fuori dai trattati nel 1974 per iniziativa di Giscard d’Estaing, l’istituzione che conferiva agli Stati ed ai governi il timone effettivo della politica comunitaria.
Di conseguenza la questione della effettiva rappresentatività dei cittadini europei rimaneva estranea a questa prospettiva. Che bisogno ci sarebbe di questo per un Parlamento che non ha il potere della borsa né può influire sul potere della spada, non decidendo né guerre né paci? Certo le cose sono un po’ cambiate nel tempo coi successivi trattati. Ma il difetto di origine è rimasto.
Ad ogni tornata elettorale europea si vota stato per stato per scegliere i rappresentanti che meglio rappresenteranno quel dato Paese nel Parlamento europeo. In effetti non si vota per decidere tra diverse politiche europee comuni. Fare politica in Europa significa per i cittadini fare in modo da garantire gli interessi del singolo Stato nel consesso europeo. Ecco perché è ancora improprio parlare di vere elezioni “europee”. Credo che manchino tre elementi essenziali.
Primo elemento. Manca ancora la “procedura elettorale uniforme” richiesta dal comma 3 dell’art. 138 del vecchissimo Trattato istitutivo della CEE nel 1957, quando il Parlamento europeo non era eletto ma designato. Sono stati introdotti “principi comuni”, si è generalizzato il sistema proporzionale ed abolito il doppio mandato. Ma nella legge elettorale europea mancano elementi essenziali. Solo per citarne alcuni, le incompatibilità ed ineleggibilità. Che senso ha consentire la candidatura figurativa di un presidente del Consiglio nazionale? Che senso ha non avere ancora l’ obbligo di una “scheda elettorale europea” in cui compaia il logo del Partito parlamentare europeo cui il candidato nazionale è affiliato? Come superare il rischio di fare delle elezioni europee elezioni di secondo ordine o di mid-term?
Secondo elemento. Manca ancora la circoscrizione transnazionale, la circoscrizione europea aggiuntiva ( si era proposta per 46 seggi quelli “liberati” dalla Brexit e non riassegnati) che servirebbe ad impegnare le famiglie politiche europee in campagne elettorali incentrate su problematiche comuni e precise richieste programmatiche e a trasformare i confusi aggregati partitici oggi esistenti in veri partiti europei. Una richiesta avanzata inutilmente dopo la Brexit e poi anche una richiesta peraltro sostenuta dalla Conferenza sul futuro dell’ Europa nel 2021 alla oroposta38, punto 3, ma lasciata completamente cadere. Una richiesta che per la verità pone anche il problema di una vera informazione europea aperta e pluralista che un tempo esisteva- si chiamava Europress ed era una piattaforma con una bellissima antologia di articoli dei quotidiani dei paesi europei disponibili in tutte le lingue dell’ Unione, poi credo de finanziata dopo la fine della Commissione Juncker. Una necessità questa del pluralismo ben più impellente di qualsiasi “scudo democratico” contro le fake news dei social. Quale altro strumento per dar vita a partiti europei? Che senso ha convocare a Bruxelles convegni di giovani che si scambiano messaggi indirizzi e saluti senza che siano informati l’uno dell’altro della vita pubblica di ciascuno Stato?
Terzo elemento. Manca il diritto di iniziativa del Parlamento che non può certo limitarsi alla iniziativa sulla propria organizzazione o alla iniziativa dell’iniziativa prevista dall’ art. 225 del TFUE. Come David Sassoli riconobbe in uno dei suoi ultimi interventi il 9 maggio 2021 “ Come ogni Parlamento nazionale il diritto di iniziativa dovrebbe essere effettivamente conferito al Parlamento europeo affinché la nostra istituzione possa fare proposte alla Commissione e al Consiglio. E non essere solo il destinatario”. Diciamolo chiaro e tondo. Solo questa può esser davvero co-legislazione. Inutile dire che proposte di tal genere si trovavano tra i 267 emendamenti ai Trattati proposti in un Report [Report on proposals of the European Parliament for the amendment of the Treaties 2022/2051 INL] adottato nel novembre 2023 dall’ Europarlamento e poi finito nel nulla.
L’Italia dovrebbe tornare a fare ciò che i padri dell’ Europa da De Gasperi a Moro avevano sempre perseguito, lavorare cioè per una via parlamentare all’Europa. Per reggere davvero alle sfide epocali. Credo che questi tre punti potrebbero essere un primo elemento di discussione
Umberto Baldocchi