Questa che segue è la sintesi degli interventi che hanno animato una tavola rotonda che si è svolta nel corso del convegno sulla Costituzione europea

Isa Maggi  

A nome degli Stati Generali delle Donne sento l’urgenza di ribadire che l’Europa si trova oggi davanti a un bivio storico che non consente più esitazioni. Le crisi finanziarie, le ondate migratorie e la rinascita dei nazionalismi hanno messo a nudo la fragilità di un progetto che non può più reggersi esclusivamente su parametri economici e mercantili.

Come abbiamo maturato nelle nostre riflessioni, a partire dal 68º anniversario dei Trattati di Roma, riteniamo indispensabile una Costituzione europea che rimetta al centro la persona, l’ambiente e soprattutto la parità di genere. Il modello attuale, dominato da una visione mercantilistica e da una competizione sfrenata, ha generato disuguaglianze profonde che colpiscono in modo particolare le donne. In Italia, la povertà assoluta femminile è cresciuta in modo preoccupante nell’ultimo decennio, superando il 7%.

Una Costituzione non deve essere un atto formale, ma lo strumento politico necessario per superare la competitività selvaggia a favore dei diritti fondamentali. È essenziale traghettare l’Unione verso un’anima sociale che garantisca la dignità economica attraverso un reddito di base europeo, una sovranità monetaria riformata al servizio della collettività e della piena occupazione, e non del solo sistema bancario.

Non può esistere una vera democrazia europea senza il pieno e strutturale coinvolgimento delle donne nei processi decisionali. I dati sulla partecipazione al lavoro delle madri in Italia, drammaticamente inferiori alla media europea, dimostrano che la carenza di servizi e le barriere culturali sono veri e propri ostacoli costituzionali alla libertà individuale. La nuova Carta deve sancire la parità di genere come pilastro trasversale, promuovere una rappresentanza equilibrata nel settore pubblico e privato e investire nelle competenze del futuro.

Disegnare questa nuova Europa significa anche guardare al Sud e al Mediterraneo, valorizzare le economie locali e la cultura come dimensioni strutturali dello sviluppo sociale e urbano. Vogliamo un’Europa comunità resiliente, capace di accogliere con solidarietà e di investire nella sicurezza del territorio e nella salvaguardia ambientale. È tempo di costruire un’istituzione paritaria, libera e rispettosa del valore umano di ogni donna e di ogni uomo, facendo della Costituzione il cuore pulsante di un nuovo inizio per tutti i popoli europei.

Lucio D’Ubaldo

L’Europa vive una fase problematica perché la sua identità storica è legata all’euroatlantismo. De Gasperi la concepì così. Ma oggi questo asse non è più chiaro: l’America stessa non sa se è un impero o non lo è, e procede per rovesciamenti di schema.

Ricordo che la dottrina Monroe nacque come dottrina anticoloniale: gli Stati Uniti non firmarono il documento finale della Conferenza di Berlino del 1884‑85, dove gli Stati europei si spartirono l’Africa. L’Europa era colonialista, l’America no. Oggi, però, l’America rischia di essere percepita come forza che blocca processi, mentre l’Europa riscopre una funzione che un tempo era americana. È questa la dialettica in corso.

Dentro questa storia si collocano errori clamorosi che abbiamo pagato come Paese. Il governo De Mita, forte e politicamente solido, cadde dopo un attacco mediatico successivo a un suo discorso in cui proponeva un nuovo piano Marshall per i Paesi dell’Est. Quel progetto doveva essere fermato, perché altri attori — finanziari e immobiliari — avevano già deciso chi dovesse “arrivare” nei Paesi dell’Est.

Due anni dopo, l’Italia fu pilastro, insieme a Germania e Francia, dell’accordo che portò all’euro. Mannino, in una testimonianza recente, ha ricordato che quel passo avrebbe provocato una reazione durissima degli Stati Uniti. E infatti, quando si vuole indebolire l’Europa, si colpisce il suo punto più vulnerabile: l’Italia.

Oggi, con altri strumenti, accade lo stesso. Trump interviene direttamente quando la nostra presidente del Consiglio si discosta anche minimamente dalla linea americana. Il problema è che, nello spaesamento degli Stati Uniti, ciò che conta è mettere in discussione l’Europa.

Se vogliamo che l’Europa abbia un significato, dobbiamo parlarci chiaro: non bastano affermazioni di principio. Il Codice di Camaldoli fu influente perché c’era un partito — la Democrazia Cristiana — che conquistava la maggioranza assoluta e guidava il Paese. Senza una forza politica, un codice resta lettera morta.

Lo stesso vale oggi: se vogliamo un nuovo “Codice di Camaldoli per l’Europa”, serve un impianto politico. Spinelli lanciò l’appello per gli Stati Uniti d’Europa nel 1956; Fanfani, allora segretario della DC, lo sottoscrisse. Fu l’incrocio tra cultura democratico‑cristiana e cultura laico‑liberale. Chi era contro? Il Partito Comunista. E quel “no” ha lasciato depositi culturali che ancora oggi pesano.

Se non si ricostruisce un dialogo tra culture riformatrici ed europeiste, non si va avanti. Senza questo, prevale il radicalismo, a destra e a sinistra.

Federico Fauttilli

Siamo qui per ribadire la nostra convinzione: un’Europa unita è un’Europa più forte, e rende più forte anche l’Italia. Oggi, però, l’Europa si è fermata non solo per i sovranismi e i nazionalismi, ma perché chi dovrebbe crederci davvero non ci crede abbastanza.

Le relazioni di stamattina hanno mostrato con chiarezza che questa Europa, così com’è, non può andare avanti. Serve una Costituzione europea, serve superare il diritto di veto, serve una capacità decisionale comune su difesa, sicurezza, fiscalità.

Con l’attuale governo e con questa maggioranza, questi passi non verranno compiuti. Il nostro compito è ricostruire un’area riformista cattolico‑democratica e liberal‑democratica, autonoma ma alternativa alla destra, capace di riportare l’Europa al centro della politica italiana.

La prossima campagna elettorale europea sarà decisiva: non possiamo restare equidistanti. Dobbiamo battere il centrodestra e sostenere un’Europa che superi l’unanimità e diventi finalmente capace di decidere.

Virgilio Dastoli

Sono stato assistente parlamentare di Altiero Spinelli e ho contribuito al progetto di trattato approvato nel 1984 da una larga maggioranza del Parlamento europeo. Il Partito Popolare Europeo fu l’unico gruppo a votarlo all’unanimità.

Nel 1998, all’Aia, decidemmo di rilanciare l’idea di una Costituzione europea. Il tema che affrontiamo oggi è essenziale: l’Europa deve dotarsi di una Costituzione federale.

Tutte le federazioni del mondo hanno alcuni elementi comuni: – la politica estera è federale; – la cittadinanza è federale; – il bilancio è ampio e ambizioso (non l’1% del PIL come oggi); – il diritto federale prevale su quello nazionale.

In questa legislatura non ci sono le condizioni per realizzare la Costituzione europea. Ma dobbiamo prepararci: il 9 settembre mancheranno 1000 giorni alle elezioni europee. Da quel giorno dobbiamo lavorare insieme per un processo costituente, non per una conferenza intergovernativa.

Il Parlamento europeo deve avere il coraggio di trasformarsi in assemblea costituente, come nel 1984. Serve un’alleanza tra le tre culture che hanno fondato l’integrazione europea: – universalismo cristiano, – cosmopolitismo liberale, – internazionalismo socialista.

In materia di difesa, propongo una Schengen della difesa: un gruppo di Paesi volenterosi che costruisca un’Unione europea della difesa come pilastro europeo della NATO.

Chiudo con Aristotele: logos, etos, patos. Nei prossimi mille giorni dobbiamo lavorare con ragione, valori e sentimento per dotare l’Europa di una Costituzione democratica fondata su giustizia sociale, pace e libertà.

Annamaria Pitzolu

Riprendo il tema dei partiti europei. Oggi i partiti, anche a livello nazionale, non sono più comunità di valori ma aggregazioni di interessi. Questo rende difficile la convergenza tra culture politiche diverse, che pure sarebbe necessaria.

Serve ricostruire veri partiti europei, capaci di rappresentare idee e non solo interessi. Anche sul piano economico, dovremmo recuperare una logica simile a quella di Henry Ford: se non si paga adeguatamente il lavoro, non si sostiene la domanda interna. È un principio che dovrebbe guidare anche le politiche europee di redistribuzione e di bene comune.

Chiudo con De Gasperi, Strasburgo 1951: se non costruiamo una volontà politica superiore, vivificata da un organismo centrale, l’Europa rischia di apparire una sovrastruttura senza vita ideale. Parole profetiche, che dovrebbero guidare le nostre scelte.

Lorenzo Dellai

Dopo le relazioni della mattina, aggiungo solo alcuni flash. Se c’è una via per ricostruire nel nostro Paese una presenza politica ispirata al popolarismo, non è la proliferazione di sigle né il tatticismo, né la nostalgia. La via è ripartire dalle grandi visioni.

L’Europa non è un’astrazione: è l’unica via per rigenerare democrazia, libertà e solidarietà nel mondo nuovo in cui viviamo. Eppure, nelle leadership politiche prevale l’idea di un’“Europa minima”, utile solo quando serve, mentre ciascuno coltiva micro‑strategie nazionali.

Vengo da una terra che ha dato due testimoni di idealismo e realismo: De Gasperi e Andreatta. Oggi non mancano idee né proposte: mancano volontà e spirito politico. La deriva sovranista avanza in tutta Europa. Serve una nuova stagione del popolarismo, capace di fermarla e di ricostruire una presenza politica riformatrice, fondata sul bene comune europeo.

Giancarlo Infante 

Il processo che abbiamo davanti deve avere uno sbocco il più federale possibile, ancorato a una Carta nella quale tutti gli europei possano riconoscersi. Oggi è un anniversario drammatico, ma anche ricco di speranza: il 9 maggio. Una data che richiama il sacrificio di Aldo Moro, ma anche la fermezza di una tradizione politica che non deve essere solo commemorata, bensì vissuta come stimolo e patrimonio da coltivare.

In questa sala, nel 1946, De Gasperi riunì i costituenti democristiani. Sono segni che ci ricordano che la politica è viva quando è perseguita con spirito di servizio, solidarietà, fiducia e anche un po’ di ottimismo. Non tutto è perduto. Il Paese sta entrando in una fase decisiva: siamo già in piena campagna elettorale.

Questa giornata, che parte da un architrave così importante come la questione europea, deve inserirsi in un percorso che il mondo popolare italiano intende portare avanti. Crediamo che l’Italia abbia bisogno del patrimonio profondo che il popolarismo custodisce: solidarietà, sussidiarietà, rispetto della dignità umana e giustizia sociale. Sono i quattro pilastri della dottrina sociale della Chiesa — o, come preferiva dire Paolo VI, del pensiero sociale cristiano — che abbiamo il dovere di tradurre quotidianamente in azione politica.

I contenuti sono chiari; le forme dovremo svilupparle insieme, con intelligenza politica, dentro un quadro complesso e pieno di insidie. La giornata di oggi prosegue un cammino che questo mondo popolare ha già iniziato. Dobbiamo essere consapevoli che, oltre alle persone e alle realtà presenti qui, esiste nel Paese un’area molto più vasta che attende una proposta politica credibile. Per intercettarla serve intelligenza politica, capacità di analisi, sintonia con la società reale e la forza di offrire una prospettiva concreta.

È vero che siamo condizionati dalla legge elettorale. Ma dobbiamo riconoscere che, anche in questo clima di ferreo bipolarismo, negli ultimi anni sono emerse forze popolari — la Lega di Salvini, il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia — capaci di ottenere risultati significativi nonostante un sistema elettorale iniquo.

Il punto, dunque, è la capacità di presentare contenuti politici sostanziali e, senza ingenuità, di cogliere tutte le occasioni per superare le divisioni che ci affliggono da trent’anni. Solo così potremo tornare a essere una presenza politica riconoscibile e utile al Paese.

Le conclusioni: Maurizio Cotta

Allora, devo concludere un’impresa importante dopo un incontro così ricco: per le relazioni iniziali, per i contributi di vari esponenti politici, e soprattutto per l’unità di intenti, di riflessioni e di orientamenti che si è manifestata. Mi fermerò su alcuni punti molto sintetici, per non annoiarvi.

Il primo punto è l’urgenza. Viviamo in un mondo in cui tre grandi imperi stanno imponendo la loro politica di potenza, nello spregio del diritto internazionale e nell’umiliazione degli organismi multilaterali. Questo assetto, che si sta delineando negli ultimi anni, è drammaticamente pericoloso per ogni interesse nazionale di chi non fa parte di questi imperi o non si assoggetta ad essi.

C’è un bisogno urgente di costruire un modello alternativo. Non è facile, ma è necessario per il benessere globale e, in particolare, per il nostro. Molti dei problemi che affrontiamo a livello nazionale — economici, sociali, energetici — sono il riflesso di dinamiche internazionali.

In questo quadro, l’Europa ha una responsabilità grandissima. Forse è oggi l’unica realtà di una certa consistenza e attrattività che possa proporre qualcosa di diverso, proprio perché l’Unione Europea non è nata dal predominio di un soggetto, ma da una convergenza consensuale di molti. È ciò di cui il mondo ha bisogno: organismi che affrontino i problemi in modo consensuale, non potenze che impongano il proprio ordine.

È vero: l’Europa è imperfetta e incompleta. Ma dobbiamo anche riconoscere ciò che ha fatto. In pochi decenni è passata da 6 a 27 Paesi, integrando Sud, Nord, Est e Ovest, creando un’area di pace e, tutto sommato, di solidarietà. È un fenomeno unico al mondo. E può ancora farlo.

Secondo punto: la capacità di risposta alle crisi. Di fronte alle crisi recenti, l’Europa ha saputo reagire acquisendo nuovi strumenti di politica.

– Nella crisi finanziaria, la Banca Centrale Europea — istituzione autenticamente federale — ha risposto con forza. – Durante il Covid, abbiamo creato solidarietà nei vaccini e strumenti economici come il Next Generation EU. – Sul fronte ucraino, l’Europa ha mostrato un livello di solidarietà che oggi la rende l’unico vero sostenitore del Paese, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente il loro impegno.

È vero, siamo stati carenti sul fronte mediorientale e meridionale. Ma questi elementi dimostrano che l’Europa può fare l’Europa.

La sfida oggi è completarla. Gli elementi di federalismo che già esistono devono essere rafforzati. Mancano aspetti fondamentali: una politica estera forte, una politica di sicurezza e difesa, un bilancio adeguato. Discutiamo tra l’1,16 e l’1,30% del PIL: non è sufficiente.

Completare l’Europa non è solo una questione tecnica: è prima di tutto una questione politica. Dobbiamo entrare in una fase costituente, creare un clima costituente tra forze politiche convergenti. Arrivare a una Costituzione europea non sarà facile, ma è essenziale avere chiaro cosa dovrebbe contenere per affrontare le sfide globali e convincere i cittadini che questo è un momento cruciale.

Terzo punto: i beni comuni europei. Dobbiamo riflettere su cosa costituisce un bene comune europeo. I beni comuni nazionali — italiani, francesi, lituani — non bastano più. Ci sono settori in cui solo l’Europa può dare risposte vere.

– La sicurezza energetica è un bene comune europeo. – Il benessere ambientale è un bene comune europeo. – La politica estera e di difesa sono beni comuni europei. – Anche livelli minimi di protezione sociale devono diventare europei. – La salute è un bene comune europeo: il Covid lo ha dimostrato.

Dobbiamo scendere anche a progetti concreti, già possibili con gli attuali trattati. Il Mediterraneo, e ciò che c’è oltre — il Nord Africa, il Sahel — non possono essere ignorati. Esiste una politica per il Mediterraneo, ma non è stata tradotta in azioni concrete. Dobbiamo chiedere passi avanti decisi.

Dobbiamo pensare oltre le elezioni del 2027. Le elezioni del 2029 devono essere un turning point: se il Parlamento eletto potrà diventare un’assemblea costituente, sarebbe straordinario. In ogni caso, devono essere elezioni in cui questi temi siano centrali, parlando alle persone che hanno problemi concreti, ma problemi che dipendono in larga misura da soluzioni europee.

Infine, la prospettiva politica. Questo incontro è l’inizio — o meglio, la continuazione — di un cammino verso una convergenza di forze popolari, cattolico‑democratiche, ma anche riformiste di matrice liberale e socialista. Forze che, pur nelle loro differenze, riconoscono un obiettivo comune e urgente.

I nostri figli e nipoti avrebbero molto da ridire se lasciassimo passare questo momento senza dare risposte importanti come Europa e come Paesi europei.

Andiamo avanti con coraggio, ambizione e realismo: l’ambizione di un’Europa più forte, più bella, più entusiasmante; il realismo di fare tutto ciò che è possibile già adesso. Molte cose si possono fare subito.

E, per esempio, sul Medio Oriente: se l’Europa cominciasse seriamente a vedere cosa può fare per il Libano, per Gaza, con una vera convergenza, qualcosa potrebbe accadere — come è accaduto per l’Ucraina.

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