Ha ragione il nostro amico Carlo Polvara….ora tocca a Taiwan. Se Putin si prende l’Ucraina e Trump il Venezuela, perché la Cina dovrebbe starsene a bocca asciutta?
Il punto è che la legge della forza, nuda e cruda, e la negazione sprezzante del diritto internazionale, rispondono allo spirito del tempo, ad una logica da “predatori” che ci precipita secoli addietro. E’ come se, in una condizione fonte d’angoscia, il mondo avanzasse, carponi, in uno stretto tunnel sotterraneo, in cui nessun bagliore lascia scorgere se vi sia e dove, una via d’uscita. E, nel contempo, talmente stretto da non potersi volgere all’indietro ed, invertita la marcia, tornare sui propri passi a riguadagnare la luce del sole. Come fossimo chiusi in un cul di sacco.
Ma, in fondo, non c’è da sorprendersi ed, infatti, succede oggi quanto, su queste pagine, si supponeva, venti giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca, in un articolo dello scorso 19 febbraio – “Il Donald Furioso” – a proposito di un mondo tripolare fatto a spicchi. Dalla pretesa di annettere la Groenlandia e lo stesso Canada, dal cambio del nome al Golfo del Messico, dalla rivendicazione del Canale di Panama, dall’ostentata amicizia con Milei, era evidente come, fin dalle sue prime dichiarazioni, Trump volesse riservarsi, dall’Artico all’Antartide, uno spicchio di mondo.
Il Venezuela e quel che forse seguirà non fanno una grinza e si inscrivono perfettamente in questo indirizzo perverso.
Secondo una logica che si potrebbe dire, per quanto appaia un ossimoro, di “imperialismo isolazionista”. Uno spicchio sufficientemente capace e vasto da soddisfare il proprio mercato, protetto ai lati dai due oceani. Proiettato verso il Pacifico dove si gioca la partita con la Cina, una volta pacificato, ad Est, d’un sol tratto, quel che fu il fronte della vecchia “cortina di ferro”, solo dicendo espressamente a Putin – pur erede di quel che il repubblicano Reagan chiamò “l’Impero del male “ – che dell’Ucraina ed, anzi, in prospettiva, dell’Europa intera ne faccia pure ciò che vuole.
Il tutto, secondo un intendimento rozzo e brutale – com’è nella natura del personaggio – ma ad un tempo ingenuo, per quanto sulla carta apparentemente semplice ed efficace. Senonché, finalizzato ad una sorta di spartizione del mondo in blindate “aree d’influenza” che, per quanto vorrebbero giustificarsi a vicenda, non stanno più nell’ordine delle cose possibili. Uno spicchio a ciascuna delle maggiori potenze, come se il globo fosse una mela tripartita. Senza avvedersi che una nuova Yalta non ci sta più in un mondo che, disincantato, ha rotto le cristallizzazioni che lo imprigionavano in schemi preordinati ed è, al contrario, divenuto irrevocabilmente articolato e multipolare. Offrendo, in tal modo, sol che la sapesse afferrare, alla stessa Europa la chance di potersi ricollocare sulla scena internazionale, come momento di ispirazione di questa nuova ed aperta visione multilaterale del mondo. Orientata ad una flessibilità di relazioni che sia in grado di assorbire i pur inevitabili conflitti e svilupparli secondo
dinamiche che escludano il ricorso allle armi. Ed, anzi, provvedano a consolidare quegli istituti ed organizzazioni di carattere internazionale che, a cominciare dall’ ONU, oggi boccheggiano impotenti.
Contro le angherie delle “aree di influenza” – il vero punto d’approdo che, sia pure confliggendo, tuttora le tre maggiori potenze perseguono concordemente – l’Europa, purché decida di essere se stessa, forte della sua tradizione umanistica, ma, ad un tempo, anche di una comune, rilevante, necessaria, autonoma e dissuasiva forza militare, può interpretare, oltre i propri confini, l’originaria vocazione di pace da cui è nata.
Domenico Galbiati