Per comprendere meglio come il nostro sistema politico si sia incagliato in un bipolarismo che nulla ha a che vedere, anzi confligge, con la effettiva realtà del nostro Paese, varrebbe la pena osservarne l’evoluzione guardando, anzitutto, alle culture politiche di lunga durata di cui i partiti rappresentano, di volta in volta, l’espressione storica contingente Nel nostro caso, tali vanno considerati sia il PPI di Don Sturzo che la DC di De Gasperi.

La domanda, se mai, concerne, dunque – dando per scontata la transitorietà delle sue concrete storicizzazioni – la vitalità, perdurante o meno, della cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare e dei suoi fondamenti.
I quali oggi faticano a trovare una declinazione operativa credibile ed attraente. Succede così per la particolare natura della fase che attraversiamo oppure perche’ e’ la cultura di fondo come tale ad avere esaurito il suo potenziale interpretativo delle cose del mondo, cosi’ come si pongono oggi? In altre parole, la conclusione della parabola della Democrazia Cristiana, reca con sé, ineluttabilmente, l’eclissi o addirittura il tramonto della cultura democratica e popolare in cui si sono riconosciuti e si riconoscono i cattolici?

E’, dunque, un ferro vecchio da abbandonare al suo destino, una volta per tutte superata ed improponibile come è successo, a sinistra ed a destra, per le rispettive ideologie? Marxismo e liberismo; universalismo e nazionalismo; collettivismo ed individualismo: sono diadi che conservano intatto il loro valore ermeneutico oppure hanno poco o nulla da dirci?

Destra e sinistra sono tuttora definibili secondo questi codici storicamente dati oppure si impone una nuova lettura che, almeno per certi aspetti, taglia trasversalmente i due campi ed oppone ad una concezione della politica che, in quanto popolare, è di orientamento democratico, un’altra e differente interpretazione di impronta tecnocratica che tende, invece, per sua natura, a posture autocratiche?

Credo si possa legittimamente sostenere che la cultura del cattolicesimo popolare continua ad essere vitale, anche nei momenti sofferti di una sostanziale impotenza, perché – in quanto fondata su principi che, in ultima istanza, si compendiano nella centralità della persona – non ha mai assunto una postura ideologica.

La ricchezza e l’iridescenza della “persona”, il ventaglio delle sue potenzialità, soprattutto il suo alludere all’infinito sono tali da non poter essere comprese e compresse in nessuna ideologia. Hanno bisogno di esprimersi nel decorrere di un processo storico libero e creativo, in cui ogni giorno può irrompere la novità, piuttosto che schematizzate dentro un paradigma ideologico, una griglia interpretativa, assunta una volta per tutte ed incapace di apprendere dal vissuto concreto e dalle esperienze che l’umanità vive sul campo.

La persona e la comunità “popolare” cui concorre e non il collettivismo; la libertà e la giustizia che non prevedono si prediliga l’una a scapito dell’altra, bensì si potenziano a vicenda; la solidarietà e l’amicizia sociale piuttosto che la coda di un classismo strisciante e bifronte; l’uguaglianza e la pari dignità delle persone che precedono il merito, pur senza escluderlo dalle dinamiche sociali; la responsabilità personale e la sussidiarietà; la costante attenzione agli ultimi, ai poveri, ai fragili, assunti come unità di misura della civiltà di un popolo. Nulla di tutto ciò ha bisogno di una ideologia, ma, se mai, del suo contrario.

Laddove troneggiavano le ideologie, oggi deve installarsi l’etica della responsabilità personale. Per questo – cattolici o no; non è qui il punto – chiunque assuma come proprio riferimento, senza pose retoriche, ma nell’effettiva sostanza del suo orientamento, la centralità della persona, ha il dovere di non abbandona il campo della politica e di continuare – ne va del “bene comune” – ad attestarvi un tale indirizzo.

Domenico Galbiati

About Author