Il mondo è già cambiato

Il mondo non sta cambiando. Il mondo è già cambiato. E spicca il confronto tra Stati Uniti ed Europa. Con la Presidenza Trump, anche noi europei  stiamo toccando con mano questa verità.

Donald Trump non è la causa dei decisi mutamenti intervenuti nelle relazioni tra i due lati dell’Atlantico. Egli rappresenta, infatti, l’espressione di un fenomeno – di una reazione proveniente dal profondo della società statunitense –  che finisce per riguardare  le relazioni tra sistemi tanto complessi – e competitivi – come sono quello europeo e quello americano. Inevitabili le forti conseguenze sul piano delle relazioni finanziarie, economiche e commerciali. Per di più, inserite in una inedita forma di possente mutazione multipolare caratterizzata dalla nascita di nuove entità economiche e dall’arrivo sulla scena di potenze regionali con ambizioni globali. E la vera novità è costituita dalla loro tendenza a fare massa critica in alternativa agli Stati Uniti ed all’Europa.

Al pettine giungono nodi del tutto inediti, ma da considerare anche punto di arrivo di lunghe tendenze finora non risolte adeguatamente.

Se l’Europa mostra più che mai una fragilità politica, non certamente coerente con la sua forza economica, storica e culturale, per gli Stati Uniti sentiamo sempre più usare il termine “crepuscolo. In riferimento alla perduta secolare attitudine a porsi alla guida dell’economia mondiale e di esercitare una piena egemonia che, oggi, non c’è più, salvo che per la capacità del Dollaro di restare la moneta di riferimento e per il loro apparato militare. E, comunque, la moneta verde è sempre più messa in discussione come esclusivo vettore di scambi e di transazioni. Indebolita sia dai dati dell’economia americana, sia dalla fase d’incertezza della politica USA, elementi registrati dai mercati già prima del secondo avvento di Trump, ma da lui notevolmente accresciuti.

In questo contesto emerge un punto cruciale. Indicato da Kristalina Georgieva Direttrice del Fondo Monetario Internazionale  qual è quello del rapporto tra Debito pubblico e crescita in tutti e cinque i continenti: “Il debito pubblico viaggia intorno al 100% del Pil mondiale e la crescita non è abbastanza forte”, ha detto la Georgieva a Davos. E sempre a Davos, Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater, il più grande “hedge fund”  al mondo, ha constatato come si sia dinanzi a quella che ha chiamato “una guerra di capitali. In corso in un contesto sempre più multipolare, a dispetto dei tentativi del ritorno ad una esclusiva forma di semplificazione in grado di farci nuovamente trovare dinanzi ad un confronto/ scontro tra due, al massimo, tre attori.

I Brics: alternativa e collaborazione

I Brics – sia pure ai primi passi – provano ad andare oltre quella che un tempo si poteva definire l’indistinta realtà costituita dai cosiddetti paesi “non allineati”, anche per il ruolo trainante svolto da Cina e Russia. Stanno operando in modo da diventare un qualcosa di organico. Anche muovendo i primi, timidi passi verso forme di collaborazione militare, come dimostrano le sempre più frequenti esercitazioni navali e terrestri da una parte di loro organizzate.

Per quanto ancora da definirsi in maniera più precisa – in considerazione delle notevoli differenze in peso economico, di popolazione e di risorse naturali disponibili – i Brics costituiscono una delle più importanti novità dell’ultimo periodo. Anche per la capacità d’attrazione che Pechino e Mosca sono riuscite ad esercitare su tanti dei paesi che ne fanno parte, seppure non è ancora del tutto conclusa la fase di piena loro saldatura d’ordine politico e commerciale.

Mentre l’America di Donald Trump, dunque, sembra ritornare al passato delle vecchie competizioni ideologiche e degli scontri commerciali – in particolare contro la Cina, ed impegnata nel tentativo  di trasformare  il più possibile il vecchio Ordine mondiale – tutto ruotante attorno ai concetti della coabitazione pacifica e alla creazione di organismi multinazionali – due ulteriori importanti fatti vanno in direzione contraria e non possono essere sottovalutati.

La nascita di più mercati comuni

Il primo di questi, è costituito dall’avvio di un grande mercato comune tra Cina, Russia e Mongolia. Una prospettiva resa ancora più robusta dagli investimenti decisi per raddoppiare l’attuale oleodotto tra Russia e Cina e dalla creazione di uno nuovo che dovrebbe sostenere i piani di sviluppo dei due giganti dell’Oriente. La Russia, per assicurarsi un più largo mercato delle energie meno condizionato dalle esportazioni  al momento perdute verso l’Europa. La Cina, per svincolarsi sempre più dall’uso del carbone e, soprattutto, in qualche modo, per superare tutte le difficoltà che le vengono dall’approvvigionamento via mare del petrolio necessario. E ben sappiamo come il Grande Dragone d’Oriente soffra per le difficoltà di controllo e di gestione della navigazione dei suoi mari, stretta com’è da paesi storicamente collegati agli Stati Uniti sulla base di alleanze militari ed economiche.

Il secondo, è costituito dalla grande area  di libero scambio appena decisa  dall’Europa con il Mercosur per riunire i paesi più importanti e più popolati dell’America Latina. Trent’anni di negoziati che hanno subito una decisa accelerazione, anche seguito delle politiche degli Stati Uniti, e sfociati nella creazione di un “mercato unico” transatlantico che interessa oltre 700 milioni di persone e destinato  – dopo le inevitabili difficoltà iniziali – ad  integrare economie e produzioni come mai accaduto in precedenza. Questo accordo è anche importante in termini di geopolitica perché può aiutare ad evitare che la logica dei Brics – di cui fa parte un paese importante come il Brasile – non sia caratterizzata solamente da un atteggiamento ostile e prevenuto nei confronti dell’Occidente tout court.

E’ possibile che i rapporti più stretti dell’Europa con l’America Latina diventino motivo di ulteriore confronto animato con l’attuale Amministrazione statunitense intenzionata, con Trump, a rispolverare la vecchia Dottrina – prima, di Monroe e, poi, di Theodor Roosevelt – secondo cui il Sud America è il “giardino di casa” degli Stati Uniti. L’operazione in Venezuela, le pretese sulla Groenlandia e, persino, quelle sul  Canada, fanno parte del progetto americano mai abbandonato della piena gestione dell’Emisfero occidentale. Destinato ad incidere sui rapporti con l’Europa più che mai concepita come un vagheggiato “vassallo” economico, tecnologico,  ideologico  e culturale. E così, un fronte “sporco” è stato aperto da tempo con l’esplicito sostegno fornito ai partiti di estrema destra europei ed inondando di finanziamenti gruppi e fondazioni che hanno una visione del mondo rivolta esclusivamente al passato e coincidente – oltre che dipendente – con l’ideologia della destra americana estremista. Una insofferenza particolare emerge contro le norme e le regole dell’Unione europea vissute con estrema contrarietà dalle grandi multinazionali americane in ogni settore, a partire da quello delle nuove tecnologie e del rispetto della qualità dei prodotti agroalimentari.

E’ di queste ore, inoltre, con il viaggio dei vertici dell’Unione europea a New Dehli, la conclusione dell’iter di definizione del partenariato strategico tra India ed Europa. Il quale, come ha fatto notare il grande quotidiano “The Hindu”, giunge con una tempistica “particolarmente significativa” inserito com’è, “ in un contesto di tensioni transatlantiche senza precedenti tra UE e Stati Uniti su questioni territoriali e commerciali”. Questo accordo di libero scambio – definito come “la madre di tutti gli accordi” – crea un mercato libero disponibile per due miliardi di persone, porterà alla riduzione delle tariffe doganali e ad un accesso senza precedenti al mercato indiano per le aziende europee. Oltre che a più strette forme di cooperazione tecnologica e di opportunità di lavoro per gli indiani.

Sia l’accordo con il Mercorsur, sia quello con l’India, dunque, mostrano una più decisa reazione europea sul piano della politica, dell’economia e dei rapporti commerciali.

Finanza e tecnologico al posto della politica?

Con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’economia e la finanza hanno di gran lunga sopravanzato ruoli e funzioni della politica. E questo ha progressivamente portato alla cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia che tanto penalizza la sua parte “reale”. Ciò che fu motivo principale della battaglia di Trump per conquistare la prima volta la Casa Bianca.

La trasformazione concettuale e sostanziale del denaro – diventato merce anch’esso e fattore della propria stessa riproduzione – ha allargato il fenomeno della deindustrializzazione di una buona parte dei paesi occidentali. A favore delle delocalizzazioni e, spesso, della riduzione, anche di importantissimi marchi, a mera struttura di design, di promozione e di commercializzazione. Da qui, lo spostamento della fase di realizzazione  in parti del mondo dove i bassissimi costi del lavoro assicurano profitti stratosferici. Un fenomeno che ha interessato molto il nostro cosiddetto Made in Italy nel campo della moda e del lusso  interessato, in pari tempo, dal disimpegno delle nuove generazioni succedutesi a quelle che avevano rappresentato davvero un unicum nel panorama mondiale. Ciò ha ulteriormente impoverito l’imprenditorialità italiana di cui una parte continua a disimpegnarsi dagli investimenti produttivi per dedicarsi alla finanza ed un’altra a contare sugli aiuti del pubblico, resi, però, sempre più difficili dalle norme europee in materia di concorrenza e di aiuti di stato.

In sostanza, guardando a prima degli anni ’90, ci troviamo di fronte ad importanti modifiche dei tradizionali paradigmi economici che influiscono sul ruolo delle istituzioni – nazionali e sovranazionali – e sulla politica in generale. In qualche modo, un colpo decisivo è venuto dalla reintroduzione della politica dei dazi in assoluta alternativa con la linea consolidata dell’allargamento e della liberalizzazione dello scambio e dei mercati, cui resta sostanzialmente coerente la sola Europa – forse ultimo baluardo su questo versante – chiamata anche a trovare il giusto bilanciamento di spinte e contro spinte nell’economia e nella società, riassumendo una funzione di guida il più possibile efficace all’interno come sullo scenario internazionale. Intanto, la Cina continua a difendere l’Ordine mondiale emerso alla fine della Seconda guerra mondiale.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, non si ascoltò la preoccupazione di Giovanni Paolo II sui rischi che, scomparsa quella  divisione di Berlino e del Mondo, sarebbe rimasto un solo vincitore. Una sola visione del Pianeta avrebbe avuto la possibilità di sviluppare appieno le proprie tendenze senza più limiti. Libera da ogni freno e dalla necessità di mantenere un’impronta pluralista e solidale nella gestione degli equilibri in essere tra forze ed interessi  economici e rappresentanza sociale. Quello cioè che distingueva l’Occidente dalla parte d’Europa e del Mondo controllate dal “socialismo reale”.

La barriera che aveva diviso in due quella che oggi è tornata ad essere la capitale tedesca rappresentava plasticamente l’esistenza di una competizione mondiale che investiva il piano istituzionale, la politica, la visione economica  e, persino,  quella antropologica.

Il contesto in cui si è passati dal ’45 al ’90, che ha caratterizzato il mondo e definito anche i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, assicurava una stabilità nei rapporti tra gli stati ed all’interno dei singoli paesi, così come quello tra le loro istituzioni, oltre che tra Capitale e Lavoro. In sostanza, le condizioni politiche favorivano  in Occidente lo sviluppo di società aperte e pluraliste sostanzialmente governate da grandi partiti popolari in grado di bilanciare le esigenze della produzione con quella del mondo del lavoro. Ed anche la finanza era ovviamente in grado, sì, d’influire sulle scelte della politica, ma della politica doveva tener conto e in taluni casi, persino, ad essa assoggettarsi.

Con gli anni ’90, il mondo finanziario e quello più rampante delle economie reali statunitensi ed europee, non ebbero più freni inibitori e in molti casi – emblematico quello italiano, dove subito si andò alla conclusione di ciò che si chiamava la Prima Repubblica – iniziarono a imporsi rispetto al sistema politico ed al mondo del lavoro stravolgendo il quadro consolidatosi dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Nel nostro Paese in particolare, si ruppe quel patto non scritto, ma forte e tenace,  che aveva reso possibile una crescita ed uno sviluppo più che quarantennale, al punto che alla fine degli anni ’80 si trovò ad essere la quarta potenza industriale nel mondo. La rottura del Patto tra politica, economia, finanza e lavoro, avviato da De Gasperi con la finanza mondiale e gli apparati industriali italiani, apparve subito evidente con la fine della presenza dello Stato in tanti settori dell’economia cui le arretratezze infrastrutturali , assieme a quelle del sistema bancario e dell’imprenditoria privata –  questo era accaduto già negli anni ’30 con Mussolini – avevano imposto alla responsabilità pubblica di intervenire con  una funzione di supplenza.

Per superare il Patto, era necessario liberare il terreno dai grandi partiti che l’Italia avevano governato con innegabili successi e nonostante violenti attacchi portati, dall’interno e dall’esterno, alle sue capacità produttive ed ai suoi equilibri sociali e, persino, alla sua vita civile. L’inattesa crescita italiana, infatti, aveva portato il nostro Paese a diventare lo scomodo concorrente in diversi settori con economie come quelle francesi e germaniche.

Ma tornando al quadro mondiale, è inevitabile ricordare come neppure venne ascoltato Benedetto XVI parecchi anni dopo sulla necessità che si creasse  “autorità pubblica universale” per regolamentare i mercati finanziari in nome dello sviluppo sostenibile e della dignità umana.

La globalizzazione diventa stretta per qualcuno

Ai tempi di Papa Ratzinger si era già da tempo nel pieno della cosiddetta Globalizzazione. Ed erano evidenti distorsioni – avvertite più forti che  in precedenza –  nonostante il relativo miglioramento delle condizioni economiche e di vita di un numero sempre più ampio di paesi e di persone. Difatti, mentre talune aree del mondo  vedevano uscire da condizioni di povertà estrema parti crescenti delle proprie popolazioni – è stato il caso soprattutto di Cina, India e molti paesi del Sud est asiatico – non per questo venivano meno gravi disuguaglianze e squilibri. Anzi, ne nascevano di nuovi. E gli stridori erano sempre più avvertiti e sofferti proprio per il fatto che la globalizzazione ha investito tutte le condizioni umane, non solo dello scambio delle merci, ma di quello delle persone, della condivisione delle informazioni, fino a giungere ad una piena mondializzazione delle conoscenze grazie al digitale.

La Globalizzazione ha dato l’innesco anche ad una serie di regolamentazioni al fine di  facilitare lo spostamento di attività produttive e delle merci. Il Wto è diventato, persino, uno dei luoghi in cui si provava a ridurre i pericoli dello scontro tra avversari storici, com’è stato sicuramente nel caso della Cina. Ha fatto diventare più condivisa la ricerca delle soluzione da trovare alle differenze monetarie, doganali e produttive, oltre che degli  strumenti necessari, almeno, a ridurre la libertà d’azione di alcuni “paradisi fiscali”. Modificati, insomma, una serie di paradigmi propri del mondo precedente e che tanto avevano ristretto la distanza tra le due sponde dell’Atlantico.

Uno dei temi maggiormente portati all’attenzione dell’umanità globalizzata è stato quello della tutela dell’ambiente. Con l’obiettivo della riduzione dell’inquinamento ed il passaggio verso l’utilizzazione di nuove forme di energia, progressivamente eliminando l’uso dei fossili causa principale dei cambiamenti climatici che tanto dovrebbero preoccuparci.

E’ emerso anche in maniera evidente come lo sviluppo tecnologico portasse a far diventare centrali altre risorse naturali diventate cruciali per supportare lo sviluppo dell’alta tecnologia e la transizione ecologica. I 17 componenti chimici presenti nelle cosiddette “terre rare” sono, ad esempio, fondamentali per un ampia parte della produzione nel campo automobilistico, della realizzazione dei magneti, delle batterie, delle turbine e dei nostri cellulari, oltre che componenti fondamentali per i pannelli fotovoltaici, i laser, le apparecchiature mediche e i sistemi di difesa.

Il controllo di queste nuove risorse naturali – assieme a quelle “vecchie”, come l’acqua e le foreste, i diamanti ed altri minerali, e, ovviamente, gas e petrolio – spiega molte tensioni e conflitti, più o meno estesi, che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Ed anche la politica di Donald Trump. Con le sue presidenze, Usa ed Europa hanno in qualche modo preso direzioni diverse, pur essendosi  entrambe avviate verso gli stessi obiettivi con la presidenza Bill Clinton e condividendo l’impegno ambientalista del suo Vice Alan Gore.

Debito pubblico,  disavanzo e ambiente: i motivi del contendere

Come abbiamo visto inizialmente, le modifiche degli equilibri produttivi, del commercio e della finanza hanno anche fatto diventare più che mai centrale il problema del Debito pubblico e, cioè, le spese che gli Stati si assumono per la difesa, lo stato sociale, il supporto alle loro economie e alle loro aziende. Quello degli Stati Uniti è il più grande Debito al mondo e della storia, pari a 38.500 miliardi a fine 2025. Rappresenta il 122% del PIL, e cioè non proprio tanto meno di quello italiano, che è al 137% tendenziale, o di quello francese. Una parte importante del  Debito Usa, circa un terzo, è nelle disponibilità di paesi esteri, tra cui Cina e Giappone, con una discreta partecipazione anche di taluni europei.

Sotto questo punto di vista la situazione statunitense è preoccupante, né più né meno come quella italiana e francese. Perché questo significa più inflazione, calo del valore del Dollaro – e, quindi, meno competitività commerciale da parte americana, cui si sta reagendo con quel timore che sfoga nella prepotenza – e conseguente aumento del costo della vita per gli statunitensi. E per mantenere basso almeno il prezzo del petrolio, gli Stati Uniti – con le amministrazioni succedutesi di ogni colore- hanno puntato a raggiungere l’autosufficienza energetica, di fatto, abbandonato le politiche ambientaliste. Vengono praticate nuove tecniche di estrazione, come nel caso del cosiddetto “fracking” e notevolmente estese le ricerche di nuovi giacimenti. L’Alaska è stata emblematica  sotto questo punto di vita per la ripresa delle rilevazioni e delle estrazioni petrolifere, così come gli scontri con le popolazione di stati come il Dakota del Nord, l’Oklahoma e il Texas  sull’utilizzazione del “fracking” che giunge persino a provocare terremoti di  una certa intensità.

Le  questioni  ambientali sono diventate, come quelle sulle emigrazioni, le più recenti manifestazioni d’insofferenza da parte della nuova Amministrazione americana nei confronti di larga parte d’Europa.

In aggiunta a quelle sul Debito pubblico,  degli Usa c’è da considerare la questione del debito delle famiglie pari al 140% del Pil e  quello delle imprese navigante attorno al 130%. Il sistema americano, insomma, non funziona più e il conflitto con l’Europa è spiegabile, in particolare, con il forte disavanzo commerciale degli Stati Uniti. Le loro esportazioni rappresentano meno di un quinto del reddito nazionale. Mentre per l’Europa costituiscono una fonte rilevante per la formazione del reddito, con una consistenza di circa  38 milioni di posti di lavoro, presenti soprattutto nel manifatturiero, macchinari e strumenti, nella chimica.

Ben 531miliardi  è stato il valore dei beni  europei esportati negli States nel 2024 con un avanzo commerciale vicino ai 200 miliardi di euro, di cui molto significativo è quello tedesco.  Un impatto in aggiunta a quello proveniente da altri paesi – soprattutto Cina, Messico, Vietnam, Taiwan e Giappone –  che la Presidenza Trump non riesce più a reggere. E  questo spiega il conflitto doganale esploso con l’introduzione dei dazi imposti, in particolare, su alluminio, acciaio, microchip e farmaceutica, ma anche motociclette e prodotti agricoli europei.

Per mantenere i propri livelli di vita, gli americani devono, insomma, indebitarsi in modo consistente. E c’è quindi da chiedersi se il “trumpismo” non rappresenti la forma più moderna – se non la più violenta – di una reazione degli americani diretta a tutelarsi in un momento di difficoltà, coinvolgendo tutti i temi che riguardano anche i rapporti tra le due parti dell’Atlantico.

Trump i  Big tech e il “tradimento” dell’economia reale

Quando Donald Trump si lamenta del disavanzo commerciale con il resto del mondo nasconde il fatto  che, in realtà, gli Stati Uniti compensano in misura significativa il deficit con i profitti realizzati in tutti e cinque i continenti dalla punta di diamante della loro più moderna ed innovativa economia costituita dal sistema finanziario – Wall Street è di gran lunga la Borsa più capitalizzata del mondo – dalle banche e dal Big tech: possono  vantare quasi un assoluto predominio.

L’Europa è diventato mercato strategico per i “player” globali, i  colossi statunitensi Amazon,Tesla, Meta, ed altri. E’ considerata più che mai libero terreno di competizione e di acquisizione soprattutto per quanto riguarda la Ai. Nei primi dieci mesi del 2025 si sono già concluse circa cento acquisizioni di startup europee specializzate in Intelligenza artificiale. È un record assoluto che supera le ottantacinque operazioni dell’intero 2024. Le ultime acquisizioni più rilevanti sono state quella, per 1,1 miliardi di dollari della svedese Sana Labs – specializzata in soluzioni di knowledge management basate su intelligenza artificiale – da parte della Workday, Inc, , un fornitore americano di software per la gestione finanziaria, della gestione del capitale umano e dei sistemi informativi degli studenti on-demand; della tedesca Cognigy- azienda leader nell’AI conversazionale, per circa 955 milioni di dollari – da parte del gruppo israeliano-americano NICE; della britannica Convergence, attiva nell’AI per le vendite, acquisita dalla Salesforce, la piattaforma leader mondiale per la gestione delle relazioni con i clienti (CRM) impegnata in consistenti investimenti  nel Vecchio continente. Nel campo della sicurezza informatica, la israeliana Check Point Software ha acquisito la svizzera Lakera, impegnata nello sviluppo di strumenti di protezione per applicazioni di “agentic AI”, in un’operazione da circa 300 milioni di dollari. Gli analisti, così parlano oramai di un’Europa vista come un bacino di innovazione “acquistabile”

Le società multinazionali statunitensi – e questo vale anche in altri settori produttivi e dei servizi- dotati  già di reti commerciali globali, a differenza dei  ciò che possono fare le società europee, riescono ad  incorporare un prodotto pronto e metterlo subito sul mercato, risparmiando anni di ricerca e sviluppo ed ottimizzando l’accesso ai mercati mondiali. Inoltre, hanno più di tutti gli altri la possibilità di integrare tecnologie già sperimentate.  Il ritardo europeo, insomma, accresce i danni che, molto più in grande, può essere paragonato alla nostra “fuga di cervelli” italiana: formati da noi vanno a portare competenze e voglia di fare da qualche altra parte.

Il risultato finale, dunque, è che gli Usa si trovano con 295 miliardi di dollari di avanzo commerciale nei servizi verso il resto del mondo, di cui una discreta parte viene dallo scambio, dal valore complessivo di 867 miliardi di euro nel settore tecnologico, con Europa.

La politica della seconda Presidenza di Donald Trump è rimasta in linea di continuità con l’innalzamento delle spese per l’apparato militare già avviato con la sua prima esperienza allorquando, per il budget del 2018, le aumentò subito di 54 miliardi di dollari, decisione  accompagnata dall’accrescere in maniera esponenziale le vendite di armi all’estero, in particolare ai paesi del Golfo. Con il ritorno alla Casa Bianca, ha dato un’ulteriore accelerazione destinato a portare, in un solo anno, ad un incremento di 600 miliardi per il 2026, pari al 40% della spesa  mondiale. Ha altresì annunciato ulteriori sviluppi fino a raggiungere, nel 2027, il 50% della spesa bellica dell’intero mondo. E gli americani sono poco meno di 400 milioni di abitanti a fronte degli oltre otto miliardi dell’intero Pianeta.

La stessa linea di continuità , così come il coerente mantenimento delle promesse elettorali, però, non hanno riguardato altri aspetti che, invece, gli hanno assicurato una facile vittoria a fronte della crisi profonda in cui erano finiti i democratici con la Presidenza Biden. E cioè, Trump non è stato affatto il “pacificatore” come aveva garantito di voler essere e, per questo, è finito in rotta di collisione persino con quello “zoccolo duro” del suo elettorato costituito dai MAGA – Make American Great Again – i quali avevano creduto  in una scelta isolazionista e, quindi, esclusivamente impegnata sulle questioni economiche interne. Quei MAGA, che già hanno sfruttato un sentimento popolare supportato e diffuso dai movimenti evangelici conservatori – se non reazionari- trovando terreno fertile dopo la crisi economica provocata dal Covid e dal successivo esplodere dell’inflazione.

La prima Presidenza di Trump fu caratterizzata da un proclamato impegno a favore della cosiddetta “economia reale” e questo spiega l’incetta dei voti che Trump riuscì a fare in molti stati industriali – più tradizionalmente democratici – tra gli operai e il ceto medio, fortemente preoccupati per le conseguenze negative subite a causa della globalizzazione. Soprattutto nel settore automobilistico e in quelli di altre produzioni industriali su cui forte era, ed è,  la concorrenza europea ed asiatica. Trump aveva, inoltre, da recriminare per il sostegno che tutta la ”nuova” economia legato al tecnologico e al digitale aveva assicurato agli avversari democratici.

Con il 2024, invece, molto è cambiato. E salvo pochissime eccezioni la gran parte di ciò che definiamo Big Tech si è schierato – e lautamente finanziato –  con Trump a danno degli avversari. E il Presidente li sta ringraziando con interventi davvero loro favorevoli, ma che non hanno alcun effetto positivo sulla economia reale e la capacità di spesa degli americani. Ecco che, così, molti suoi vecchi sostenitori parlano di un vero e proprio “tradimento”, aggravato dal fatto che l’economia non cresce come era stato loro promesso. L’America non è ancora tornata “ad essere ricca”, l’inflazione non è pienamente debellata e i prezzi di tanti prodotti di largo consumo sono cresciuti in maniera che gli statunitensi considerano insostenibile.

Da qui l’idee di introdurre i dazi; la pressione sui paesi Nato perché facciano crescere i loro budget militari, in questa fase, ovviamente, destinati a tradursi in massicci approvvigionamenti di  armi prodotte negli Stati Uniti; la ripresa intensiva di esplorazioni e trivellazioni petrolifere affinché il prezzo del petrolio non si impenni verso l’alto perché questa sarebbe davvero l’ultima goccia per vedere il suo gradimento letteralmente precipitare,  adesso che è sceso al minimo storico.

Del resto, anche recentissimi dati di fine gennaio confermano che le politiche trumpiane non funzionano o che, almeno per ora, continuano a non suffragare le attese. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Commercio, il deficit commerciale degli Stati Uniti in termini di beni e servizi è rimbalzato a 56,8 miliardi di dollari a novembre, con un aumento del 95 per cento rispetto al mese precedente, mentre i dazi hanno continuato a causare enormi fluttuazioni negli scambi commerciali. Le esportazioni sono diminuite del 3,6% nel solo novembre a causa del calo delle spedizioni in uscita di oro, dei prodotti farmaceutici, dei beni di consumo e petrolio greggio. Le importazioni sono aumentate del 5% nello stesso mese giacché gli americani hanno continuato ad acquistare prodotti farmaceutici esteri e, soprattutto, attrezzature per riempire i nuovi data center.

In questo quadro si inseriscono  altre criticità non di poco conto. E su tutto spicca quella registrata dal Dollaro e confermata dall’andamento del bene rifugio in alternativa qual è più che mai diventato  l’Oro, in grado di battere tutti i record di sempre.  Il biglietto verde  è sceso al punto più basso degli ultimi quattro anni toccando i minimi pluriennali contro l’euro e la sterlina. Gli analisti sostengono che il  sui calo rifletta  la preoccupazione del mercato sulle politiche dell’amministrazione Trump in associazione al fatto che aumentano le opportunità di investimento all’estero ed alla conseguente  uscita di  capitali.

In realtà, il dollaro debole non dispiace al Presidente americano che sta spingendo la Federal Reserve ad abbassare i tassi d’interesse. Cosa destinata d indebolire ulteriormente la moneta statunitense. E’ stato lo stesso Trump a sostenere che l’indebolimento della moneta del suo paese non gli dispiacerebbe per rendere le merci americane più competitive all’estero. E, quindi, gli europei devono attendersi una concorrenza ancora più animata.

Ovviamente, saranno i mercati a giudicare ed è indicativo che l’annuncio della nomina di Kevin Warsh al posto di Jerome Powell alla guida della Fed, in scadenza il prossimo maggio, ha portato immediatamente ad una ulteriore discesa del dollaro e fatto innalzare ancora di più il valore dell’oro e dell’argento, salvo poi vedere un leggero riassestamento al ribasso soprattutto di questo secondo metallo prezioso. In realtà, infatti, il problema non è solo quello del cambio di Presidente della Banca centrale americana, bensì quello del suo intero board che ha costantemente sostenuto Powell nel rigettare le richieste di Trump per paura che assecondandolo riscoppiasse l’inflazione.

Anche ciò spiega la vulnerabilità dei progetti di Donald Trump e il coincidente  aggressivo atteggiamento tenuto verso consolidati avversari, qual è la Cina, e vecchi amici che si sentono, mai come prima, tollerati a malapena e con diffidenza, se non con ostilità. Cosa che accomuna gli europei, i canadesi, e i giapponesi.

Uno dei principali problemi di Trump è costituito dal fatto che una parte del Debito pubblico Usa è proprio detenuto da questi che vive oramai quasi come “nemici”. E l’Europa ha scoperto di avere in mano il “bazooka” per difendersi.  Soprattutto, per scatenare contro l’attuale Amministrazione una parte importante della stessa politica conservatrice americana da sempre legata ad interessi d’affari che trovavano, e ancora trovano, nelle relazioni tra i due lati dell’Atlantico un’importante ragion d’essere.

 Conclusioni

Questo scenario, che non può che essere abbozzato per  linee generali, rende non più procrastinabile una reazione europea. E non sono eludibili gran parte delle questioni segnalate da Mario Draghi nel suo  “Rapporto sul futuro della competitività europea” del 9 settembre 2024.

Rimandando ad una più completa sua lettura (CLICCA QUI per la versione in italiano), è importante constatare che l’ex Presidente del consiglio indichi come fattore cruciale la necessità che l’Europa s’impegni per aumentare la propria produttività e ridurre, quindi, l’aumentato divario del Pil tra le due rive dell’Atlantico. Ciò ha fatto sì che nell’arco di 25 anni il reddito disponibile reale sia “cresciuto quasi il doppio negli Stati Uniti rispetto all’UE”.

Draghi scrive: “ Questa tendenza è stata aggravata negli ultimi anni dal venir meno di tre condizioni esterne favorevoli all’Europa: la rapida crescita del commercio mondiale, per cui le aziende dell’UE affrontano una maggiore concorrenza dall’estero e un minore accesso ai mercati esteri; la brusca perdita del più importante fornitore di energia dell’UE, la Russia; la messa in discussione, nei nuovi assetti geopolitici, dell’ombrello di sicurezza fornito all’Europa dagli USA che aveva permesso all’UE di destinare ad altre priorità il budget per la difesa. A fronte a questo scenario, il rapporto sostiene che l’obiettivo principale di un’agenda per la competitività deve essere quello di aumentare la produttività, nonché di rafforzare la sicurezza, prerequisito per una crescita sostenibile”.

Va da se che i problemi dell’Europa sono anche altri. Ma è certo che a tutti si risponde – anche perché sollecitati dalla diversa strutturazione del mondo e del livello di competizione innescato – lavorando ad avere più Europa e puntando alla modifica dei Trattati per accelerare il cammino verso una compiuta ed organica “sovranità europea”.

Che riguarda anche una Difesa comune – il che non significa affatto limitarsi ad aumentare le singole spese dei singoli paesi – introducendo , invece, una logica di organizzazione destinata, persino, a limitare le spese o, almeno, a renderle effettivamente funzionali ed efficaci e, certamente, dirette a costituire un ulteriore volano per l’economia europea. E’ bene aggiungere che sarebbe questa l’occasione anche per l’intera Europa di giungere a fare proprio, nello spirito e nella sostanza, l’art 11 della Costituzione italiana, al fine di rafforzarne immagine ed azione verso un mondo che, per prima cosa, ricerchi la pace attraverso  la “trattativa” e la collaborazione.

L’intervento sull’economia, e pure quello sulle ingenti spese per la Difesa, devono essere accompagnati  da una nuova politica industriale e da un più deciso impegno nella ricerca scientifica, nell’educazione umana e professionale dei giovani. E’ allora indispensabile una politica fiscale comune in grado di assicurare l’armonizzazione interna e le entrate necessarie ad irrobustire il cammino europeo lungo la già intrapresa strada per assicurare la coesione sociale e dei territori, l’impegno per l’ambiente ed il contenimento dei cambiamenti climatici e per sostenere i costi di un grande progetto di ristrutturazione e rigenerazione di cui l’Europa e gli europei hanno bisogno.

Giancarlo Infante

About Author