L’intervento di Giorgia Meloni sul caso Roggero, pubblicato dal Corriere della Sera, conferma ancora una volta una deriva preoccupante: la Presidente del Consiglio interviene su vicende giudiziarie definitive, scolpite nella pietra dei tre gradi di giudizio, come se fossero materia di opinione personale o di propaganda politica. È un comportamento che non solo ancora una volta scavalca il ruolo della magistratura, ma mina la credibilità delle istituzioni.
La realtà dei fatti: nessuna legittima difesa, ma una vendetta
Le immagini delle telecamere — interne ed esterne — sono inequivocabili: i rapinatori stavano fuggendo, il pericolo era cessato, e Roggero ha sparato inseguendoli, colpendone due mortalmente. Non c’è traccia di “percezione alterata”, né di “adrenalina incontrollabile”: c’è un uomo che, dopo aver visto fallire la rapina, decide di punire chi scappava.
La figlia del gioielliere attiva il comando d’allerta, le forze dell’ordine non intervengono con la tempestività necessaria: questo è un problema di Stato, non un alibi per giustificare un omicidio. Meloni questo non lo dice. Preferisce insinuare dubbi su ciò che i giudici hanno già accertato.
La premier che parla come se stesse al “Bar Sport”
Invece di mantenere il ruolo istituzionale che le compete, Meloni scivola nel registro della chiacchiera da “Bar sport”: commenta lo “stato mentale” dell’orefice, mette in discussione la capacità di intendere e volere, come se tre processi non fossero mai avvenuti. Insieme, si fa investigatrice, magistrato e psicologa senza averne le competenze.
Se davvero ritiene che le leggi, inclusa quella sulla legittima difesa sia insufficiente, non ne parli sui giornali, bensì operi. Ma bene visto che sulla sicurezza abbiamo perso il conto sui provvedimenti introdotti nel corso del suo mandato. Ecco, dovrebbe interrogarsi su quello che lei e il suo governo non sono riusciti a fare in questi quattro anni. Ma preferisce la scorciatoia populista: parlare alla pancia del Paese, non alla sua testa.
La corsa a destra: Vannacci e Salvini come incubo politico
È evidente che Meloni si muove così per non farsi scavalcare a destra da chi cavalca la legittima difesa come bandiera identitaria. Paradosso: la legge attuale porta la firma di Salvini. Eppure Meloni finge che il problema sia la magistratura, non la norma scritta dal suo alleato.
L’ennesimo attacco alla magistratura, proprio nel giorno di Borsellino
Che la premier scelga di mettere in discussione ancora una volta i giudici proprio nel giorno dell’anniversario dell’attentato a Paolo Borsellino è un segnale inquietante. Il fratello del magistrato, non a caso, l’ha già invitata a non appropriarsi della sua memoria. Eppure, Meloni continua a usare la retorica dell’“ingiustizia subita”, come se i giudici fossero un ostacolo politico e non un potere dello Stato. Un Presidente del Consiglio degno di un tale nome e di una tale responsabilità non parlerebbe in questo modo.
Il vero obiettivo: condizionare Mattarella
L’intero circo mediatico costruito attorno al caso Roggero ha un obiettivo preciso: mettere pressione sul Presidente della Repubblica.
Si insinua che Mattarella dovrebbe concedere la grazia a un uomo: condannato in via definitiva per omicidio, già coinvolto in altri episodi che mostrano una pericolosa familiarità con le armi, privo di pentimento, che fino alla condanna non ha scontato un giorno di carcere e che pretende la grazia come se fosse un diritto automatico.
Meloni sa benissimo che la Grazia è prerogativa esclusiva del Quirinale. Eppure spinge Nordio a “istruire la pratica”, trasformando un istituto di garanzia in uno strumento di pressione politica. E la sua posizione fa riflettere anche su un suo certo tasso di vigliaccheria da parte sua perché non è intervenuta subito in prima persona, visto che ha mandato avanti il Ministro a fare una pessima figura con Mattarella, giuridica, istituzionale e politica.
Il futuro: la legge elettorale e il tentativo di piegare il Quirinale
Questa vicenda è un test generale: Meloni sta verificando fin dove può spingersi nel condizionare Mattarella. Il vero nodo è il prossimo: la Legge elettorale che il Governo vuole imporre. Una Legge che potrebbe presentare profili di incostituzionalità e che il Capo dello Stato dovrà valutare con attenzione.
Meloni lo sa. E prepara il terreno per una possibile delegittimazione di chi, domani, potrebbe fermare un obbrobrio giuridico.
Conclusione
Il caso Roggero non è solo una vicenda giudiziaria: è la cartina di tornasole di una Premier che non riesce a elevarsi oltre la cultura del capopopolo, che parla come una tifosa, che ignora il diritto e che usa la sofferenza altrui per costruire consenso.
Un comportamento non adeguato ad un Paese come l’Italia, ma solamente a una leader che ha scelto la strada della retorica e della demagogia, invece di quella delle istituzioni.
Giancarlo Infante