Le parole, come i concetti di cui danno conto, sono una cosa viva e, dunque, patiscono l’usura del tempo. Una volta slabbrate diventano pericolosamente equivoche. E’ quel che capita  quando si parla di “centro”. Se ne possono descrivere in mille modi le forme, ma la “cosa in sé resta impenetrabile.

In buona sostanza, almeno nel lessico della politica, il “centro” evoca, per lo più, un’immagine mentale di tipo tolemaico: un punto, sostanzialmente inerte, statico ed inamovibile, dislocato al di fuori del soggetto che lo pensa, contornato da una o più circonferenze concentriche. Tutto ciò descrive, in definitiva, un sistema chiuso, nel quale il mondo sublunare inscritto nella circonferenza prossima al “centro”, nulla ha a che vedere e nulla scambia con ciò che sta oltre, su fino all’empireo.

Senonché i sistemi chiusi – facilmente riconducibili a questa o piuttosto a quella ideologia che ne descriva e ne prescriva, in termini rigorosamente deduttivi, le dinamiche – non sono assolutamente più in grado di dar conto del mondo globale ed interconnesso in cui viviamo oggi. La complessità impone fortunatamente un radicale cambio di paradigma e l’adozione della logica propria di quei sistemi aperti che – nella misura in cui, privilegiando il metodo induttivo, sanno apprendere dall’esperienza – sono più adatti a comprendere e spiegare i processi evolutivi e di incalzante mutamento che caratterizzano il tempo post-moderno.

Al punto di doverci chiedere se la “liquidità” del contesto sociale che spesso lamentiamo come  una grave iattura dei nostri giorni, per quanto testimoni la difficile e sofferta transizione da una stagione all’altra della storia, non sia piuttosto una preziosa risorsa del nostro tempo, senonché spetta a noi concepire la straordinaria plasticità che ci offre, come occasione propizia per ricongegnare, se mai ne saremo capaci,  il mondo da proporre alle prossime generazioni, secondo criteri di valore più avanzati ed umanamente più ricchi. Insomma, siamo invitati a cambiare gioco, come se dovessimo calciare un traversone che, d’incanto, sposti la partita da una fascia laterale del campo all’altra, spiazzando di colpo l’avversario e guadagnando un’insperata libertà di movimento. 

Ovviamente, a questo punto, dobbiamo ripensare l’apparato concettuale necessario ad orientarci in questo contesto nuovo, del tutto da esplorare. Cominciando – ed è solo un primo timido passo – a preferire quel concetto di “baricentro” che sulle pagine qui pubblicate è già comparso più volte, e da tempo, in alcuni articoli di Giancarlo Infante.

Non si tratta, passando da “centro” a “baricentro”, di un calembour. Il baricentro – o, se preferiamo restare alla dizione tradizionale, sia pure il ”centro“ di cui abbiamo bisogno oggi –  non è statico, bensì  dinamico e mobile, accompagna il soggetto in gioco, personale o collettivo che sia, in ogni suo movimento, dato che ne rappresenta il momento in cui si concentra la massa, cioè il punto di equilibrio. Non è inerte, bensì pulsante poiché lì si applicano e si compongono tutte le forze esterne che premono sul sistema complessivo in cui il soggetto è inserito.

Detto in altri termini e ricorrendo all’immagine classica dei nostri sistemi politici, sicuramente continuano ad esistere una destra, una sinistra e quel corpo intermedio che amiamo chiamare “centro moderato”, per lo più “impiccandovi”, come fosse una gogna, i cattolici ed il loro impegno politico.

Senonché, questi attori e la reciprocità delle loro relazioni non sono più rappresentabili secondo l’ordinato, lindo e perfino un po’ ingenuo  schema del classico arco parlamentare, ma alludono piuttosto ad un intreccio dinamico meno scontato, più ricco di articolazioni, anche imprevedibili, non necessariamente univoche, né orientate secondo un vettore assunto una volta per tutte ed inamovibile.

Un intreccio, cioè, che  richiama piuttosto una struttura a rete, nella quale, per definizione, il centro non sta da nessuna parte e, nel contempo, sta dovunque. Per limitarci ad un esempio, le nostre posizioni in ordine ai temi della vita non sono, forse, del tutto “eccentriche” rispetto alla media delle opinioni correnti e in nessun modo riconducibili ad una sorta di presunta olimpica centralità tra posizioni contrapposte ed estreme? Insomma, che lo vogliamo o meno, nel nostro immaginario mentale, quando diciamo “centro”, pensiamo istintivamente ad una posizione mediana, ricavata per equidistanza da due estreme, che sono, dunque, gli attori che ne determinano la posizione effettiva.

Al contrario, quando diciamo “baricentro”, evochiamo quel “centro di gravità”, che, in quanto tale, è consistente in proprio e, per restare al contesto politico, consente che esattamente lì  si possano concepire, in termini rigorosamente razionali, temi ed argomenti, cui ogni altro attore del sistema non può sfuggire.

Cioè, il centro di cui abbiamo bisogno oggi, anziché farsele imporre, deve essere in grado di distribuire le carte, favorendo il ritorno del confronto politico ad una dimensione di oggettività delle questioni in campo, sottraendolo a quella contrapposizione forzosa, pregiudiziale e confusiva che, ogni giorno di più, corrompe la politica e ne consegna le spoglie ai cosiddetti poteri forti, qualunque cosa siano.

Non a caso, il discorso pubblico oggi si sviluppa assai più nei salotti televisivi che non in Parlamento, il che se illusoriamente accresce la partecipazione, almeno in termini di passivo ascolto della vicenda politica, in effetti la distorce gravemente nella misura in cui la sottomette alle regole ferree della comunicazione  e dell’”audience”, le quali poco hanno a che vedere con la pacata ragionevolezza, diciamo pure, con la moderazione di cui avremmo bisogno.

Insomma, ci incamminiamo verso una sorta … come dire … di eterogenesi dei ruoli, talché i commentatori si impancano a protagonisti ed i politici che dovrebbero giocarsela da protagonisti, si adattano a questuare qualche “comparsata” televisiva.

Da questo insieme di considerazioni, si possono ricavare alcune valutazioni ed alcuni indirizzi.

Anzitutto, la conferma, per quanto ci riguarda, di quanto sia necessaria ed  irrinunciabile la nostra “autonomia” per essere potenziali attori della costruzione, certo non solitaria, di una postazione politica che concorra a scardinare un bipolarismo asfissiante e talmente entrato nelle vene del sistema da imporsi perfino a dispetto di una legge elettorale come il Rosatellum, che pur prevede una sostanziosa quota di proporzionale.

In secondo luogo, anche in vista della costruzione di questa postazione – diciamo pure “centrale” per intenderci in fretta, ma tenendo presente quanto detto sopra –  la consapevolezza di come sia importante abbandonare ogni ipotesi ”fusionista” e privilegiare, al contrario, la cultura degasperiana della coalizione che, permettendo di cogliere alla luce del sole le differenze tra coloro che vi concorrono, anziché nasconderle sotto il tappeto, le assuma come fattore di crescita comune, piuttosto che di disgregazione.

In terzo luogo, la coscienza del fatto che per un reale arricchimento del nostro ordinamento democratico, secondo quel criterio di “trasformazione” che ci sta a cuore, bisogna agire su ambedue i versanti, quello del sistema politico-partitico e quello  di ordine prettamente istituzionale, dal momento che sono, ovviamente, strettamente connessi.

In buona sostanza, la questione del “baricentro” di cui abbiamo urgente bisogno per arrestare un processo di scomposizione che dal “palazzo” sta dilagando nel Paese, non concerne solo una sofisticata architettura di ruoli e di funzioni  che sia circoscritta al mondo degli addetti ai lavori, bensì tocca la politica come funzione diffusa e responsabilità comune.

In ultima analisi, il “centro di gravità” che garantisce continuità e sviluppo alla nostra democrazia che affronta e sfida un tempo nuovo non può che essere rappresentato da un vasto processo di maturazione civile e di nuova consapevolezza, ad un tempo, politica e morale, che sappia riportare a sintesi libertà e giustizia sociale, le prospettive di una rivoluzione liberale promessa e tradita ed i motivi di una riscossa solidale spiaggiata nel nulla.

In quest’ottica – ma bisognerà parlarne in altra occasione – le parole della “moderazione” acquistano una rinnovata e piena dignità se, liberate dall’equivoco di una cautela talmente timida e prudente da riuscire paralizzante, tornano a dire: senso della misura, ponderazione, capacità di commisurare l’una con l’altra questioni controverse, capacità di equilibrio.

Domenico Galbiati