La fine della Prima Repubblica e il crollo dei partiti storici, hanno aperto la strada a un bipolarismo che sembrava la via maestra per dare stabilità all’Italia. La formula “O di qua o di là” ha dominato per anni, ma la sua apparente chiarezza nascondeva un difetto di fondo: la scomparsa del centro politico, ridotto a una galassia di sigle ininfluenti e incapaci di incidere. E’ sbucato fuori un bipolarismo fragile, costruito più su convenienze elettorali che su una vera omogeneità politica e culturale. In oltre trent’anni, questo schema ha mostrato tutte le sue crepe. Oggi assistiamo a coalizioni litigiose e contraddittorie, che più che governare sembrano costrette a gestire quasi ogni giorno tensioni e litigi. La promessa di stabilità, che era partita con le più ottimistiche previsioni, si è lentamente adagiata su un binario morto. Una gabbia che impedisce lo svolgimento di una politica autorevole ed efficace.
Dall’illusione alla crisi delle coalizioni
Il centrodestra al governo vive una continua altalena. Da una parte le scelte di Giorgia Meloni; dall’altra, le sortite, sempre più strampalate e provocatorie di Matteo Salvini e del generale Vannacci. Le sue contraddizioni ormai non si contano più. La Lega, oscillante tra spinte sovraniste e convenienze di potere, mina la credibilità internazionale della coalizione. Vannacci, con il suo stile da tribuno populista, appare come una scheggia impazzita, capace di destabilizzare il quadro con dichiarazioni che irritano non solo l’Europa ma la stessa premier. Speculare, ma non meno caotico, lo scenario del centrosinistra. Il Partito Democratico fatica a trovare una sintesi tra anima riformista, tradizione cattolica e pulsioni radicali. Il Movimento 5 Stelle e la sinistra estrema restano distanti su quasi tutto: dalle politiche economiche alla collocazione internazionale. Il risultato è un fronte che si presenta diviso, incapace di costruire un’alternativa credibile.
L’Italia non è un Paese bipolare
Il problema di fondo, allora è soprattutto di natura culturale, oltre che politico. L’Italia non è un Paese dove il bipolarismo può attecchire. Non è incline agli estremismi, né ha tradizione rivoluzionaria. La sua storia, piuttosto, racconta la ricerca di un equilibrio, di una forza capace di tenere insieme Nord e Sud, tradizioni e modernità. È in questo vuoto che si avverte con forza il bisogno di un nuovo grande Centro: popolare, democratico e riformista. Un progetto che richiama l’intuizione di Alcide De Gasperi nel secondo dopoguerra. Allora, grazie alla Democrazia Cristiana, l’Italia seppe trovare unità e modernizzazione, collocandosi con chiarezza nel campo europeo e atlantico, fino a diventare una delle sei potenze più influenti dell’Occidente. Oggi, dopo la stagione fallimentare di questo bipolarismo “all’italiana”, serve una forza politica che abbia la stessa ambizione della Dc: ridare credibilità internazionale al Paese, rafforzare il legame con l’Europa e ridare voce a chi non si riconosce né nei populismi di destra né nei radicalismi di sinistra. Questo “pittoresco” bipolarismo ha mostrato ormai tutti i suoi limiti. Ed è giunta l’ora di riconoscerlo: senza un centro autorevole e innovativo, l’Italia resterà prigioniera di coalizioni deboli e conflittuali. Per tornare protagonista, deve ritrovare il coraggio di costruire un progetto politico che non sia un compromesso al ribasso, ma la vera casa comune per un Paese che è stanco delle contrapposizioni ideologiche e non ne può dei proclami populisti di personaggi ormai fuori dalla Storia.
Michele Rutigliano