La politica non può tutto. Deve essere consapevole delle sue potenzialità e dei suoi limiti. La vita è più ricca, più varia e mutevole, più articolata, aperta, sempre esposta a ciò che, per quanto imprevedibile, può, d’un tratto, irrompere nel suo perimetro. Non è mai riconducibile ad artefatti o stilemi ideologici.

Il tono e la qualità “esistenziale” di ognuno ha a che vedere con una pluralità di fattori che vanno decisamente oltre ciò che alla politica, come la intendiamo secondo l’accezione comune, compete. Eppure, la connessione tra vita e politica è pervasiva molto più di quanto comunemente pensiamo. E la cosa vale anche per chi della politica non si dà cura o, addirittura, la vive come un fastidio, una sorta di sgradevole rumore di fondo, cui non si può sfuggire.
Una intromissione fastidiosa in quella “bolla” autoreferenziale che, tutt’al più , si spinge fino a ricomprendere il proprio contesto familiare, ma non oltre.

Ciò non di meno, “il diritto alla felicità”, di cui alla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, per quanto giunga da tutt’altro contesto e da un tempo storico lontano, conserva una forte suggestione anche per noi. Attesta, anzitutto, una fiducia, forse perfino ingenua, nei confronti delle istituzioni di una democrazia che nasce.
Allude all’attesa di una vita fatta di armonia, serena, ricca di opportunità, aperta ad un domani di speranza, affidata alla buona volontà, alla responsabilità ed all’impegno personale di ognuno, accompagnata da una fede religiosa che trascende il quotidiano e lo compone nell’ orizzonte di un senso compiuto.

Oggi le cose stanno ben altrimenti. Il mondo è liquido e la vita slabbrata e scossa. Attraversata da esperienze frammentate e scomposte, da un flusso ininterrotto di comunicazione che, soprattutto per i giovani, mette a rischio il sentimento della propria identità personale. Dominata da un senso di precarietà, incerta, insicura. Diffidente nei confronti del “diverso” non perché lo si debba effettivamente temere, ma in quanto vi si proiettano, quasi per esorcizzarle, le paure, le frustrazioni, le gratificazioni mancate, i traguardi sognati e poi smarriti di una vita difficile.

Alla politica non spetta garantire la felicità come tale, ma piuttosto – questo sì – le condizioni preliminari, non ostative perche’ una simile avventura non sia a priori negata. Due dimensioni, oggi offuscate, compete anche alla politica garantire: la responsabilità e la speranza. Senza l’una e l’altra la vita si affloscia, perde motivazione e slancio, appassisce nell’omologazione alle mode, ai comportamenti stereotipati, al pensiero unico assunto acriticamente. Una vita, a suo modo, comoda, ma disanimata, destinata ad un rimpianto tardivo.

La politica, l’impegno personale, il “prendere parte” e parte attiva alla vita della collettività, misurarsi con idee e culture avverse alla propria, in altre parole “res-pondere”, misurare, ponderare, stare consapevolmente di fronte alle cose ed agli eventi del mondo, rappresenta un antidoto efficace contro la cappa di un grigiore soffocante.

Solo la “responsabilità” alimenta la fiducia e la speranza e consente di disegnare un’ attesa. Senza la speranza la vita si incupisce. Le viene meno lo spazio ed il tempo entro cui possa affermarsi quella dimensione della trascendenza cui nessuno puo’ rinunciare. E la politica cosa c’entra? Ed il “centro”? C’entra, eccome se c’entra.

Il Paese ha bisogno di una proposta politica differente da ciò che oggi servono in tavola – cellophanato e precotto – l’uno e l’altro dei due poli, la destra e analogamente la sinistra, del sistema maggioritario e bipolare. Costretto in vecchie e superate forme ideologiche: il nazionalismo da una parte, la postura radicale ed individualista dall’altra.

La cultura istituzionale del cosiddetto “uomo forte” è esattamente antitetica a questa domanda vitale di responsabilità e di speranza. Anche per questo, al di là delle motivazioni tecnico-istituzionali, è inaccettabile una proposta come quella del “premierato” che sterilizza la partecipazione attiva del cittadino alla vicenda politica e la riduce ad un quinquennale atto di delega al “capo” di turno. Inaccettabile soprattutto per chi, nel solco dell’ispirazione cristiana, investa sul primato della persona.

Domenico Galbiati

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