La scena si ripete malinconicamente, e in peggio, da anni. L’idea di fare delle riforme istituzionali, che rafforzino l’istituzione-governo o “la governabilità”, come la chiamò Craxi, circola rassegnatamente tra i pochi intellettuali e politologi e opinionisti favorevoli, che lamentano l’incapacità dei governi in carica di prendere decisioni rapide, sia nel campo della collocazione internazionale dell’Italia sia nel campo economico-sociale.

Poi succede “il miracolo”: ad ogni elezione un partito svetta momentaneamente su tutti gli altri. Il successo gli monta alla testa: proclama che governerà per vent’anni e che, en passant, rivolterà il Paese come un calzino. Ed eccolo estrarre dal cilindro la formula alchemica delle riforme istituzionali.

Ogni volta è diversa: sfiducia costruttiva, abolizione del bicameralismo, assemblee congiunte delle due Camere, riduzione del numero dei deputati, premierato, presidenzialismo alla francese, presidenzialismo all’americana, sindaco d’Italia, modello Westminster…

Solo che la spinta alle riforme non è primariamente fornita dalla domanda/risposta di governabilità. Dietro sta un’antica “ubris”: quella dell’onnipotenza della politica, figlia della concezione totalitaria della politica, che ha attraversato tutto il ‘900. Ogni volta che un partito entra nell’arena della discussione istituzionale, non è affatto mosso da idee di Bene comune, ma dall’esigenza di consolidare, allargare, stabilizzare il proprio insediamento di potere.

È normale, si intende, che un partito si comporti “come una parte”. Ma, in una concezione liberale della democrazia, il fazionismo dovrebbe trovare un contrappeso nel principio liberale che la maggioranza non può/non deve schiacciare la minoranza, perché anche la minoranza partecipa alla definizione concreta del Bene comune. Invece, solo il mio è il Bene comune! Alla base, sta una reciproca delegittimazione.

La ragione filosofica dell’incapacità di trovare un accordo sulle riforme istituzionali per il Paese risiede nel carattere profondamente illiberale della struttura partitocratica della politica, quale si è affermata nel dopoguerra. Resta sempre vera l’affermazione di Giuliano Amato del 1992 sul sistema dei partiti italiano, secondo cui il passaggio dal partito-stato unico del fascismo ai partiti della Repubblica non ha rotto con l’ispirazione totalitaria illiberale di fondo.

La Parte si propone e si comporta come il Tutto. Questa cultura politica rende impossibile un approccio riformistico, perché rende impossibile un accordo comune sul bene comune del Paese.

Questo modo di praticare la politica, tanto di governo quanto di opposizione, ha segnato la struttura economico-sociale del Paese e il suo rapporto con la politica.

Gli opposti totalitarismi all’italiana si sono paralizzati a vicenda e sono perciò approdati all’impotenza del governare, alla paralisi. “L’arte del non-governo”, per usare un titolo di Pietro Craveri, ha generato una struttura sociale, nella quale i gruppi sociali si sono arrangiati, contrattando con la politica favori e assistenza, in competizione con altri gruppi, in una lotta di tutti contro tutti nella giungla degli interessi particolari.

Ora sono proprio questa politica e questa struttura sociale, in democratica corrispondenza biunivoca tutt’altro che virtuosa, che non hanno voglia di riforme.

A chi, dunque, potrebbe interessare una riforma istituzionale che renda un governo stabile per cinque anni?

Principalmente solo ai settori economico-sociali e culturali aperti alla competizione internazionale, capaci di stare a galla nell’oceano della globalizzazione. Ma a chi naviga nella “gran bonaccia delle Antille” – dipendenti pubblici, lavoratori, magistrati, insegnanti, docenti universitari, pensionati, piccole e medie imprese dipendenti dal mercato interno… – poco interessa un governo forte.

Tutti lo preferiscono debole, ricattabile, cambiabile e intercambiabile, esposto ad ogni potere di veto. Un Paese poco interessato al futuro preferisce tirare a campare. Ad una società che non si sente sfidata dal mondo, che ha una debole coscienza nazionale e, dunque, una debole proiezione internazionale, a questa società che vede l’aggressione russa all’Ucraina come qualcosa di estraneo al proprio destino, a questa società in via di invecchiamento rapido e di declino demografico, può interessare la scelta tra premierato, presidenzialismo, sfiducia costruttiva? La sentenza non è ardua, non è necessario affidarla ai posteri.

Si può rompere il circolo vizioso democratico che stringe in un nesso conservatore di declino la società, la politica, l’Amministrazione, le Istituzioni?

Come spezzare questo “blocco storico”?

La maggioranza di centro-destra è divisa sulle proposte di riforma istituzionale – presidenzialismo o premierato – in primo luogo, perché i commensali minori temono che il capo-tavola approfitti della sua posizione per monopolizzare il discorso e il potere per questa e per la prossima legislatura.

Quanto alla sinistra, si sta dirigendo sulla via dell’Aventino. La collocazione di opposizione è considerata un’occasione per accumulare forze in vista della grande spallata, che prima o poi arriverà.

Il PD é stato disponibile nel 2016 – non tutto – a impegnarsi  sulla via delle riforme, quando era convinto di tenere in mano il futuro del Paese. Oggi il PD della Schlein è ben lungi dal voler mobilitare forze sociali e culturali per le riforme, perché si trova all’opposizione. Resterebbero i riformisti, distribuiti tra gli interstizi del PD e il Terzo Polo. Ma hanno idee incerte sulle istituzioni e, soprattutto, sul proprio futuro.

E la mitica società civile, quella che fu messa in movimento dal Manifesto dei 31, promosso da Mario Segni, nel gennaio del 1988 e che generò a catena di mobilitazioni referendarie, volte a modificare la legge elettorale, quale innesco per la costruzione di nuove istituzioni? Oggi non ne esiste traccia.

Fu la caduta del Muro di Berlino, le cui macerie caddero in Italia, a innescare la mobilitazione civile. Ci sarebbe oggi un nuovo choc, assai più duro: la guerra in Europa e gli sconvolgimenti geo-politici che sta provocando, dall’Ucraina all’Indo-Pacifico. Né i partiti né l’opinione pubblicata dei media sembra occuparsene molto.

D’altronde, la società civile non dispone di uno strumento istituzionale per farsi sentire, al di fuori dei partiti. Il disegno di legge costituzionale n. 1089 approvato il 21 febbraio 2019 alla Camera,  contenente “Disposizioni in materia di iniziativa legislativa popolare e di referendum”, ha vagato distrattamente tra le due Camere ed è stato poi consegnato alla critica roditrice dei topi.

Potrebbero i partiti interpellare il Paese, via referendum “preventivo-orientativo” sulle scelte di fondo: presidenzialismo o premierato? Potrebbero, ma dovrebbero, appunto, fare una legge costituzionale ad hoc.  E siamo daccapo all’inizio del circolo vizioso.

Giovanni Cominelli

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