Non dobbiamo regalare alla destra la consapevolezza di essere italiani. Abbandonandola ad una lettura “nazionalista”, ripiegata su di sé, che non nulla ha a che vedere con un Paese aperto, creativo, ricco di umanità secondo mille declinazioni locali, espressioni di una vivacità innata. Punto di approdo e di integrazione, di sintesi e reciproca assimilazione tra tante differenti culture e, ad un tempo, momento di ispirazione e di irradiazione di valori di arte, di pensiero, di tradizione religiosa disseminati in Europa ed ovunque nel mondo.

Un Paese di porti accoglienti e di confini aperti, secondo una postura storica esattamente antitetica al sovranismo primatista cui, oggi, vorrebbe ricondurlo una destra cieca, arrogante ed incolta. Fatto di realtà locali che, nel decorrere di una storia millenaria, hanno distillato da costumi, tradizioni, culture differenti, il sentimento di appartenenza ad un solo “popolo”, che si è addensato in quella lingua comune che ci unisce dall’arco
alpino al Canale di Sicilia. Comparsa per la prima volta, secondo il De Sanctis, in Sicilia, nella poetica di Cielo di Alcamo e giunta, con Alessandro Manzoni, nei Promessi Sposi “risciacquati in Arno”, alla forma compiuta di lingua nazionale. Quasi avesse risalito, da Sud a Nord lo “stivale d’Italia”, incontrando nuclei di condensazione di parlate locali, via via integrate, lungo il decorso di molti secoli.

Noi italiani nasciamo con la bellezza negli occhi. E non è cosa da poco. Siamo una comunità di senso della vita e di destino che, fortemente connotata di umanesimo cristiano, ha domato le orde di invasori che l’hanno attraversata nei secoli, infine, per un verso apprendendo, per altro verso dominandoli culturalmente. Siamo la terra delle torri civiche e dei campanili, delle infinite spiagge e dei monti, delle Alpi e della dorsale appenninica, delle colline tosco-emiliane, umbre e marchigiane, delle grandi isole e delle minori. Dei mari solcati dalle più antiche civiltà del mondo che sulla penisola italica, ponte ideale e geografico tra due continenti, hanno lasciato tracce ancora visibili nei siti e negli stessi dialetti locali. Delle città grandi e piccole, dell’armonia delle migliaia di centri storici in cui la storia si è fatta memoria e capolavoro di pietra, della disseminazione di siti archeologici. Il Paese dei liberi Comuni e delle Città Marinare, di Assisi e La Verna, di Montecassino, del Rinascimento, delle tante Capitali e relative corti, quanti gli “staterelli” che ne hanno costellato la storia. Il Paese in cui gli esperti della materia collocato dal 50 fino, secondo taluni, al 70 % del patrimonio storico, artistico e monumentale del mondo intero.

Tradotto sul piano politico e della rappresentanza democratica, qualcuno pensa davvero che un tale ventaglio di ricchezza possa accontentarsi di un sistema incardinato su due poli, ciascuno dei quali reca, come cifra prevalente, i cascami di vecchie ideologie bocciate dalla storia? Ben vengano in un tale contesto le tante liste civiche che – purché non si arenino in un localismo di corto respiro – concorrono ad arricchire, articolare, fecondare la partecipazione democratica e la “sovranita’” del popolo, così come la detta la Costituzione. Della quale, anche le liste civiche locali devono armarsi per essere, a loro volta e su più fronti, protagoniste del suo compimento.

Domenico Galbiati

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