E’ “polemos”, il conflitto – secondo Eraclito – il motore della storia e di ogni sviluppo. Ne consegue che la pace non è l’assenza di conflitto, ma, piuttosto, il possibile frutto di un impegno corale.

Nessun demiurgo la può creare da solo.
E, per quanto possa avvalersi di una sofisticata architettura di relazioni, nessun organismo internazionale la può imporre a dispetto della volontà politica dei vari soggetti in campo. Né può esistere la “pace perpetua” sia pure evocata da un grande pensatore come Kant, quasi si trattasse di un inderogabile, felice ed automatico approdo della storia, frutto necessario di condizioni civili opportunamente calibrate una volta per tutte. È, se mai, un divenire che, senza posa, consente di governare gli inevitabili contrasti ricorrendo a strumenti – anzitutto la reciproca tolleranza e la diplomazia – che evitino che si arrivi allo scontro armato.

Al di là della nobiltà dell’intenzione, di fatto non serve la pace chi la immagina come una sorta di pastorale Arcadia, una immacolata condizione di armonia universale, quasi già vivessimo il tempo in cui il leone e l’agnello pascoleranno
assieme oppure il bambino potrà porre impunemente la mano nella tana dell’ aside. È piuttosto il portato “vissuto”
di un impegno collettivo diretto a correggere, smussandone le asperità e ricomponendone incessantemente le fratture, una dissimetria che costantemente irrompe nelle cose del mondo e può essere governata solo da un armeggiare quotidiano della politica, purché sia iscritto dentro un orizzonte di senso di medio-lungo termine.

L’armonia del coro non si ottiene ovattando la singolarità delle voci, ma, piuttosto, esaltandone la sonorità e portando a sintesi di ognuna e di tutte il particolare timbro e l’intonazione.
Abbiamo goduto di una lunga stagione di pace, durata ottant’anni almeno. Ci siamo convinti che la pace, soprattutto le generazioni più giovani che non hanno memoria storica di un altro tempo, sia qualcosa di ovvio, naturale e scontato.

Ma non è così. Esige la cura quotidiana di un equilibrio difficile che non può essere impunemente delegato ad istanze impersonali e collettive, bensì ha a che vedere con la responsabilità di ognuno. E con una consapevolezza di sé, del valore della vita, della dignità della persona, infine con l’ impegno ad adottare stili di vita, se non altro, più accorti e più sobri di quanto non sia stato fin qui.

Domenico Galbiati

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