La guerra tra Russia e Ucraina sembra essere entrata in una fase diversa rispetto a quella che ha caratterizzato gli ultimi due anni. Non è ancora possibile affermare con certezza che sia iniziata una grande controffensiva ucraina, ma una serie di indizi lascia intendere che Kiev stia cercando di modificare gli equilibri del conflitto attraverso una strategia che punta meno alla riconquista immediata di vaste porzioni di territorio e più all’indebolimento sistematico della capacità militare, economica e psicologica della Russia.
In questo contesto acquistano particolare significato le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo cui gli ucraini non hanno voluto questa guerra ma, se dovesse bruciare Kiev, brucerà anche Mosca. Si tratta di una dichiarazione che va letta soprattutto come un messaggio di deterrenza. Zelensky intende ribadire che la Russia non può più considerare il proprio territorio completamente al sicuro e che ogni escalation avrà inevitabilmente delle conseguenze anche per chi l’ha iniziata. È un cambio di paradigma rispetto ai primi mesi del conflitto, quando l’Ucraina combatteva quasi esclusivamente sul proprio territorio. Oggi, grazie allo sviluppo della propria industria dei droni e all’impiego di armi a lungo raggio, Kiev dimostra di poter colpire depositi di carburante, aeroporti militari, industrie della difesa e infrastrutture strategiche ben oltre il confine.
Gli attacchi con droni sul territorio russo hanno infatti un duplice effetto. Sul piano militare costringono Mosca a disperdere le proprie difese aeree e a destinare risorse sempre maggiori alla protezione delle infrastrutture interne. Sul piano politico rompono invece una narrazione costruita dal Cremlino secondo cui la guerra sarebbe un’operazione limitata, lontana dalla vita quotidiana dei cittadini russi. Quando aeroporti vengono chiusi, raffinerie incendiate o collegamenti ferroviari interrotti, la percezione del conflitto cambia inevitabilmente anche all’interno della Federazione Russa.
Un elemento significativo riguarda il settore energetico. La Russia continua a essere uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, ma i ripetuti attacchi alle raffinerie, uniti alle difficoltà create dalle sanzioni occidentali nell’importazione di componenti tecnologici e nella logistica, hanno costretto le autorità a prendere misure straordinarie per garantire l’approvvigionamento interno. In alcune circostanze Mosca ha introdotto limitazioni temporanee alle esportazioni di carburante per privilegiare il mercato domestico. Non significa che la Russia sia rimasta senza carburante, ma indica che il sistema industriale e logistico sta subendo pressioni crescenti.
Le sanzioni economiche, spesso giudicate inefficaci nei primi mesi della guerra, sembrano oggi produrre effetti più visibili. Non hanno provocato il collasso dell’economia russa, come alcuni avevano previsto, ma stanno lentamente erodendo la capacità del Paese di sostenere uno sforzo bellico di lunga durata. La Russia ha dimostrato una notevole resilienza, trovando nuovi mercati per le esportazioni energetiche e rafforzando i rapporti con Paesi come Cina, India e altri partner non occidentali. Tuttavia, il prezzo di questo adattamento è crescente: maggiori costi, difficoltà tecnologiche, inflazione in alcuni settori e una dipendenza sempre più marcata da un’economia orientata alla guerra.
In questo quadro Vladimir Putin continua a mantenere una retorica sostanzialmente immutata. I suoi discorsi insistono sulla missione storica della Russia, sul patriottismo, sul sacrificio del popolo russo e sulla certezza della vittoria finale. È una scelta comprensibile dal punto di vista politico. Un cambiamento improvviso della narrazione equivarrebbe a riconoscere che gli obiettivi iniziali dell’invasione non sono stati raggiunti e che il conflitto si è trasformato in una lunga guerra di logoramento. Per il Cremlino, ammettere apertamente una situazione di difficoltà potrebbe avere conseguenze sul consenso interno e sull’immagine di forza che Putin ha costruito in oltre vent’anni di potere.
Molti osservatori si chiedono se Putin sia realmente in una fase di diniego. Probabilmente la situazione è più complessa. È plausibile che il presidente russo sia consapevole delle difficoltà militari ed economiche, ma ritenga comunque che il tempo giochi a suo favore. La strategia del Cremlino sembra infatti basarsi sull’idea che la Russia possa sostenere un conflitto molto più a lungo dell’Ucraina e, soprattutto, più a lungo di quanto le democrazie occidentali siano disposte a mantenerne il sostegno politico, economico e militare.
Anche il quadro internazionale contribuisce a questa fase di incertezza. L’allontanarsi di Donald Trump dalle vicende Ucraine ha impedito finora quella svolta diplomatica che molti avevano ipotizzato durante la campagna elettorale statunitense. Gli Stati Uniti continuano a rappresentare un importante sostegno militare dell’Ucraina, anche se il dibattito politico americano sulla prosecuzione degli aiuti resta acceso. Mosca osserva con attenzione le dinamiche interne occidentali nella speranza che emergano divisioni tali da ridurre il sostegno a Kiev.
Gli aiuti finanziari inviati dall’Europa sono serviti a sviluppare le capacità militari degli Ucraini che adesso si stanno operando a mettere a punto un loro modello di missile a lunga gettata per meglio colpire l’avversario in profondità.
Parallelamente Putin continua a consolidare i rapporti con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. La Bielorussia rappresenta un alleato strategico fondamentale, sia per la profondità geografica che offre alle forze russe sia per il ruolo logistico svolto fin dall’inizio dell’invasione. Tuttavia, anche Lukashenko ha mostrato negli anni una certa prudenza nell’evitare un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate nei combattimenti, cercando di mantenere un equilibrio tra fedeltà a Mosca e tutela della stabilità interna del proprio Paese.
Sul piano strettamente militare uno degli sviluppi più rilevanti riguarda la Crimea, per il presidente russo un luogo di forte valenza simbolica, politica e strategica. L’Ucraina sembra perseguire una strategia di isolamento progressivo della penisola. Più che puntare a una riconquista terrestre immediata, obiettivo oggi estremamente difficile, Kiev cerca di rendere sempre più complicato il rifornimento delle forze russe attraverso attacchi ai ponti, ai collegamenti ferroviari, ai depositi logistici, alle basi navali e ai sistemi di difesa aerea. Se questa strategia dovesse avere successo nel lungo periodo, la Crimea potrebbe trasformarsi da grande vantaggio strategico per Mosca a pesante onere logistico.
La domanda fondamentale è dunque se tutto questo rappresenti l’inizio di una nuova controffensiva ucraina. È possibile, ma probabilmente il termine va inteso in un senso diverso da quello tradizionale. Più che grandi avanzate di carri armati e fanteria, rese ormai impossibili dall’uso preponderante dei droni, l’Ucraina sembra puntare a una campagna di logoramento che mira a ridurre progressivamente la capacità russa di sostenere il conflitto. Droni, sabotaggi, attacchi alle infrastrutture militari ed energetiche, pressione sulla Crimea e guerra economica diventano strumenti complementari di un’unica strategia.
Resta però un dato che nessuno dei protagonisti sembra disposto a modificare i propri obiettivi fondamentali. L’Ucraina continua a rivendicare il recupero della propria integrità territoriale e la difesa della propria sovranità. La Russia insiste invece sulla necessità di mantenere il controllo dei territori occupati, annettere quelli mancanti e di impedire che Kiev possa entrare stabilmente nella sfera politico-militare occidentale. Finché queste posizioni resteranno incompatibili, è difficile immaginare una conclusione rapida della guerra.
Nel complesso, gli sviluppi recenti suggeriscono che la Russia stia affrontando una pressione crescente sotto il profilo militare, economico e psicologico, senza che ciò abbia però modificato la volontà politica del Cremlino. Allo stesso tempo, l’Ucraina dimostra una capacità sempre maggiore di colpire il proprio avversario in profondità, cercando di trasformare la superiorità numerica russa in una vulnerabilità logistica. La fase che si apre potrebbe quindi non essere quella delle grandi offensive territoriali, ma di una guerra di usura ancora più intensa, nella quale la capacità di resistere, adattarsi e mantenere il sostegno internazionale potrebbe risultare decisiva quanto le vittorie sul campo di battaglia.
Nel dichiarare che a questo punto lo spirito di Ankara è morto, il presidente Zelenski sembra voler dire al suo omologo russo che se non vuole vedere peggiorare la situazione del suo paese dovrà rendersi disponibile a negoziare sul serio.
In risposta Mosca lancia il più massiccio attacco aereo sull’Ucraina dall’inizio della guerra nel 2022. Sono piovuti dal cielo sulla capitale Kiev qualcosa come 500 droni e 70 missili balistici in un bombardamento continuo della durata di 11 ore. Le vittime sarebbero una trentina, i feriti oltre cento. Sembra evidente che la Russia intenda quindi continuare la sua pressione sulla popolazione Ucraina allo scopo di terrorizzarla. I fatti però non fanno che smentire questa supposizione.
Zelenski, a questo punto, promette che risponderà colpo su colpo a questi attacchi. Il suo antagonista risponde che è sua intenzione continuare con questi bombardamenti massicci. Dalla Casa Bianca il Presidente Trump emerge per un momento dalle sue distrazioni in vista delle festività del 4 luglio dichiarando di volere la cessazione di queste “uccisioni insensate”. Dal suo seggio, il Segretario generale delle Nazioni Unite esprime la sua ferma condanna su questo devastante bombardamento russo a danno della capitale ucraina.
Tra breve ad Ankara, per l’atteso vertice Nato, il presidente ucraino chiederà ai presenti l’invio di quei sistemi di difesa antiaerea che fanno difetto alle sue forze armate. In attesa, si rivolge alla Casa Bianca facendo richiesta di una licenza per produrre missili Patriot.
In conclusione, con cosa ci lascia tutto ciò? Intanto con l’impressione che nessuno dei due avversari sia al momento disposto a cedere. Poi, che per via della dinamica della situazione, benché il regime russo sia ancora forte e determinato nei suoi intenti, questa situazione nuoce alla sua vita politica. Non solo sta salendo la collera del paese nei confronti del potere, ma emerge anche un certo nervosismo tra i vertici del regime, così come tra elementi delle forze armate.
Con 56 regioni su 89 che soffrono di scarsità di benzina e costringono ad un rigido razionamento e con code chilometriche di fronte ai distributori, le conseguenze della guerra cominciano ad apparire in tutta la loro evidenza al cittadino russo. Il persistere degli ucraini nel tagliare le vie di approvvigionamento delle forze armate russe in Crimea e nel Donbass occupato e creare disordine colpendo centri di raffinazione del petrolio ed altri siti energetici anche in profondità, che avvenire si sta preparando per Putin e le élite politiche russe?
I propagandisti del Cremlino entrano in cena suggerendo un eventuale attacco nucleare. Colpire in poche parole il cuore del nazismo ucraino. Con queste ed altre dichiarazioni preparano il popolo russo ad un intensificarsi del conflitto spiegando che senza una Russia forte non vi sarà più Russia. Si tratta di vendicare i morti ed esaltare lo spirito nazionale.
Dietro queste parole emerge la crescente capacità dell’Ucraina di tenere il campo, produrre armi efficaci e mostrare che la politica è in grado di reggere. Tutto ciò che Mosca pensava doveva servire a sconfiggere il paese avversario non ha funzionato ma gli effetti della guerra si sentono per tutti. Da entrambe le parti si fa sempre più evidente la mancanza di combattenti tanto che in Russia si parla di “soldi del sarcofago”, espressione russa che fa riferimento all’alta paga offerta ai soldati per andare a combattere in Ucraina e alle somme consegnata alle famiglie degli uccisi e utili così anche a comperare il silenzio.
Se per l’Ucraina questa è una guerra esistenziale, potrebbe diventarne presto una anche per Putin se le cose sul campo non dovessero migliorare per lui. Se qualcosa non dovesse cambiare, i russi prima o poi lo incolperanno dell’andamento negativo e dei costi non solo umani di questa “operazione speciale”.
Edoardo Almagià