Sant’Antonino Pierozzi (1389 -1459), arcivescovo di Firenze dal 1446  al  1459  è una figura di straordinario spessore.

Purtroppo non sempre la fama e la fortuna di un personaggio storico e della sua opera sono proporzionati al suo valore. Così oggi, non dico in Italia o nel mondo, ma nella sua stessa città, quella Firenze che gli dette i natali e che egli tanto amò e tanto beneficò, il suo nome è quasi del tutto dimenticato.

Ed è proprio in questi tempi così drammatici che va ancora di più ricordata l’azione di questo gigante della Cristianità.

Durante i tredici anni del suo episcopato Sant’Antonino si trovò di fronte a tanti complessi problemi : il gioco d’azzardo e quello del lotto ( che si erano diffusi a Firenze e che mettevano in miseria le famiglie), l’abbandono dei neonati ( il fenomeno dei “gittatelli” che affollarono primo lo Spedale di San Gallo e poi quello dedicato ai SS. Innocenti ), la simonia, lo sfruttamento, la schiavitù (in città, già dalla fine del’300, fu sempre più in aumento la presenza di povere creature acquistate in Russia, in Turchia, in Bosnia, in Circassia, in Tartaria ed in Dalmazia: queste poi venivano vendute e prese a servizio dalle famiglie nobili), la tratta delle donne ( acquistate nei paesi d’ oriente), il meretricio, il lusso sfrenato, le pratiche superstiziose, la divinazione. E non solo… Molte furono le calamità che colpirono la Toscana.

A Firenze nel 1448-49 infierì la peste: la sesta dall’inizio del secolo, ma fu la più drammatica.

La città si andò svuotando non solo dei nobili  e dei ricchi, ma anche del volgo e dei poveri che cercarono rifugio nelle fattorie e nei castelli.

Al tempo di fra’ Antonino, a Firenze,  c’erano due conventi che spesso venivano adattati a luoghi di ricovero per ammalati o infermi : Santa Maria Nuova e san Giovanni di Dio. Il primo era stato fondato da Folco Portinari, padre di Beatrice; il secondo, San Giovanni di Dio, da Simone Vespucci, avo del più famoso Amerigo.

Fra’ Antonino si recava quasi giornalmente in visita agli ammalati; la situazione divenne, però, insostenibile quando arrivò la calamità della peste.

Con i suoi confratelli cercò di curare le ferite; somministrò a tutti l’estrema unzione e preparò alla morte cristiana i moribondi.

Era solito andare per le strade di Firenze con un ronzino carico di vettovaglie e di medicinali preparati nelle farmacie domenicane di Santa Maria Novella e di San Marco, perché niente potesse mancare ai bisognosi.

La storia dell’antica Farmacia e Fonderia di San Marco si innesta a quella gloriosa del Convento omonimo fondato nel 1436 grazie alla munificenza di Cosimo de’ Medici. I valenti speziali domenicani coltivavano le erbe e le piante officinali nel loro celebre Orto botanico annesso al Convento. La Farmacia era nata esclusivamente per i bisogni interni della Comunità religiosa; poi, nel tempo, i buoni frati, ispirati dallo stesso spirito di carità di Sant’Antonino, cominciarono a vendere i loro prodotti per devolvere parte del ricavato agli indigenti. Negli anni della peste la Farmacia fu aperta a tutti e gli speziali elargirono in grandissima quantità i loro eccellenti rimedi.

Per il Teologo domenicano, come aveva insegnato Gesù (Luca VI,35 : “ mutuum date, nihi inde sperantes”), era assolutamente necessario aiutare il prossimo che versa in difficoltà, anche con mutui ed altri mezzi, ma gratuitamente e “ senza alcuna speranza di lucro” se non quello derivante dalla libera gratitudine della persona aiutata. Il nostro Santo  espresse il suo parere anche  sulla pratica, allora molto diffusa, del prestito oneroso che, al pari di ogni pratica illecita, trovava la sua ragion d’essere nel “ vizio che è all’origine di tutti i mali, vale a dire la sordida avarizia” (Summa Moralis, ParteII, tomo I,cap.2, par.3),  e per Sant’Antonino la parola “ avarizia” significava principalmente il desiderio smodato di procurarsi  denaro.

Per il nostro Domenicano, la via dell’Amore non fu solo abbandono mistico, unione con Dio e contemplazione ma fu anche, e soprattutto, azione. Sant’Antonino, in nome dell’amore, interagì con il mondo e si impegnò, quotidianamente, per il prossimo  con bontà , umanità e misericordia.

In nome di quest’amore per il prossimo che custodiva- come più volte ebbe ad affermare- in un “angolo segreto” del proprio cuore, come in una “celletta” o “recinto sacro” inattaccabile ad ogni ansia terrena- Sant’Antonino fece moltissime opere di carità.

Quando divenne Arcivescovo, talvolta distribuiva in un giorno quanto raccolto in un anno di decime; dava larga parte delle entrate dell’Arcivescovato ai tanti poveri che salivano le scale dell’episcopio, e che- se “ vergognosi”- provvedeva a far aiutare inviando degli emissari a soccorrerli.

Andava di persona a visitare gli infermi e  non dimenticò mai i prigionieri nel carcere fiorentino delle Stinche,  dove frequentemente inviava  “pane, carne e vino”. Sant’Antonino applicava il comandamento dell’amore insegnato da Gesù, quando si privava del cibo per darlo ai poveri o lo inviava agli ospedali cittadini. Si accontentava di poco e si privava di tutto. Quando, in alcune occasioni, il nostro Santo  rimase senza denaro , non si perse d’animo e, per i suoi poveri, fece vendere tutto ciò che riuscì a trovare, anche  le proprie  vesti, la cassetta degli occhiali e perfino gli arredi dell’Arcivescovato. Per lui fare l’ elemosina era la manifestazione pratica di un vincolo di amore spirituale fondato sulle Sacre Scritture ( citava spesso il Libro di Zaccaria,7, 9 ed il Vangelo di Giovanni, 15), sull’osservazione della madre natura ( “ gli alberi e le erbe si privano di frutti e fiori per sovvenire ai nostri bisogni ”), e sulla ragione (“ siamo tutti fratelli perché proveniamo da un unico Padre celeste , quindi dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri”).

Sono moltissimi gli aneddoti che celebrarono la carità di Sant’Antonino.  Vogliamo ricordarne solo due. Si racconta che un giorno andò da lui, in Arcivescovato, un gentiluomo fiorentino molto ricco. Quest’ultimo si meravigliò osservando sul giaciglio dell’Arcivescovo una coperta piuttosto misera. Così, non appena uscito , pensando di fargli cosa gradita, gli inviò una bella coperta di raso imbottito. Sant’Antonino non ci pensò due volte: subito la fece vendere in un negozio per donare il ricavato ai poveri.

Qualche tempo dopo il gentiluomo passò davanti a quella bottega  e riconobbe la sua coperta, e “ dubitando che l’Arcivescovo l’avesse fatto per mancanza di denaro”, subito la riacquistò per inviarla nuovamente in Curia. Ma anche quella volta Sant’Antonino la rivendette.  Così successe anche una terza volta. Allora il gentiluomo cominciò a capire la grande carità di Sant’Antonino e non mancò di inviare offerte all’Arcivescovato. Come lui, molti altri facoltosi cittadini cominciarono a portare al Vescovo parte delle loro sostanze per aiutare i poveri ed i bisognosi.

Il secondo aneddoto ricorda invece un episodio , accaduto durante un viaggio di Sant’Antonino da Firenze a Roma. Il tempo era inclemente e gli si fece incontro un mendicante quasi nudo e tremante per il freddo. Come aveva fatto San Martino, l’Arcivescovo non ebbe esitazioni e subito gli donò la propria cappa. L’agiografia successiva racconta che quando il santo frate raggiunse Roma mostrò a tutti “ una cappa nuova che confessò gli fosse stata donata dagli angeli”!

Erano tempi in cui molta gente cadeva in miseria: vittime dell’alterna fortuna, dominata dal potere economico. Tanti i “poveri vergognosi” ai quali nessuno pensava.

Per questo affidò ad un gruppo di buoni uomini il compito di aiutare segretamente le famiglie cadute in povertà: scelse dodici cittadini d’ogni classe sociale, ma tutti ugualmente caritatevoli. Dodici apostoli di bontà. Due per ogni zona della città: a loro affidò il compito di cercare e trovare il povero vergognoso, facendo giungere loro di nascosto le elemosine.

“Ciascuno non destini tutto a se stesso ma ciò che ha lo divida col povero; oppure se spartisce facendo più pasti, li dia a molti. E’ meglio infatti dare a molti a sufficienza che ad uno solo in sovrabbondanza…. La prima tenebra del mondo è all’incirca quella dei nemici; la seconda tenebra è che ciascuno attende ai fatti suoi e del prossimo non si cura di provvedere ai bisogni spirituali e temporali. Gli assistiti non devono sapere da quale parte viene l’aiuto e chi sono stati i loro benefattori. Questo gruppo di benefattori accoglie le offerte, ma non deve possedere beni”.

Scelse “ dodici fratelli” tra i più ferventi della compagnia di S. Girolamo: li chiamò “procuratori”; il popolo li battezzò “buonomini”: buonomini di San Martino, dalla Chiesa in cui si riunivano.

E proprio in questa chiesa dedicata a San Martino, nel cuore di Firenze, trovò ospitalità  una Compagnia fondata, nel febbraio del 1442, dal nostro Domenicano che aveva fra gli scopi quello di “ andare in visita a portare le limosine alle famiglie povere ed oneste  e di occuparsi degli indigenti vergognosi”, cioè “ di coloro – come scrisse Papa Sisto IV, nel 1476 in una Breve indirizzata alla Compagnia-  che per rossore rifuggono dal mendicare”.

Ancora oggi la Compagnia continua la sua straordinaria e riservata opera di carità, con le stesse regole di allora.

Sant’Antonino morì all’alba del due maggio. Fu canonizzato da Adriano VI il 31 maggio del 1523. La festa in onore del Santo si celebra il 10 maggio, data della deposizione nel sepolcro. Il Suo corpo incorrotto riposa ancora in una cappella della Chiesa di San Marco.

Il 30 luglio del 1959, Papa Giovanni XXIII, dichiarò Sant’Antonino, con San Zanobi, Patrono della città e dell’Arcidiocesi di Firenze.

Nino Giordano

  1. B. : Questo testo è tratto da “Antonino Pierozzi, un santo domenicano nella Firenze del Quattrocento” di Silvio Calzolari e Nino Giordano – Polistampa Firenze