Cinquantasette anni fa – 1968 – in Italia e nel resto del mondo occidentale, avanzava la “contestazione giovanile”.
In Cecoslovacchia – nell’agosto dello stesso anno, esattamente il giorno 21 – avanzavano i carri armati sovietici e le truppe di Leonid Breznev destituivano Alexander Dubcek ed uccidevano la “Primavera di Praga”. Pericolosamente infettiva, andava spenta prima che potesse suscitare in altri paesi del blocco sovietico, analoghe aspirazioni di maggior apertura e di libertà.
Il mondo occidentale – come a Budapest nel ‘56 – non mosse un dito. Vigeva la ferrea legge delle “aree d’ influenza” ed ognuna delle due super-potenze regolava, a suo modo, le faccende interne ai rispettivi territori. Pochi anni separavano, del resto, quei momenti dalla crisi di Cuba dell’ottobre ‘62, prova generale della logica della deterrenza e dell’equilibrio del terrore.
Libertà e tirannia convivevano, quasi dovessero compensarsi l’una con l’altra. La Cina stava sullo sfondo e nei gruppi di lavoro della Facoltà di Medicina occupata, il “compagno A.” vestiva l’eskimo anche d’estate e pretendeva che, prima che iniziassero le lezioni , si leggesse un pensiero dal “ Libretto Rosso” di Mao, esattamente come, almeno fino agli anni delle elementari, quindi in tutt’altro tempo, si poteva recitare un’ “Ave Maria”, intonata dalla maestra appena entrati in classe. Il “compagno A.” inneggiava ai carri armati sovietici, piuttosto che – come sarebbe stato più logico attendersi – al sacrificio di Jan Palack, in piazza San Venceslao. Lo ritrovai anni dopo felicemente imborghesito e blindato nel doppiopetto di un rispettabile e distinto collega che i casi della vita avevano sospinto verso la Clinica di Medicina del Lavoro “Luigi Devoto”.
Ripercorrere quel tempo alla luce degli eventi dei giorni nostri, fa sorgere una domanda ed impone un’amara constatazione. Non e forse più apparente che non reale la postura “multipolare” del mondo come lo viviamo oggi?
E, peraltro, non dobbiamo arrenderci all’evidenza che, ancora una volta – e forse perfino in un modo più disordinato, imprevedibile e pericoloso – a valere siano le ragioni della forza e della reciproca minaccia tra le potenze? Non è forse evidente come – questa volta sotto l’occhio vigile della Cina – Trump e Putin o meglio i rispettivi aggregati di interessi e di poteri, Stati Uniti e Russia, stiano lavorando per riportare il mondo allo status “quo ante” ? E lo fanno concordemente. Quel tanto di tensione e di conflitto che non può mancare è, comunque, ricondotto dentro una cornice di necessaria e reciproca intesa.
Viene naturale chiedersi: la rappresentazione del momento che ci forniscono oggi i media dice tutto oppure c’è molto di “non detto” ? Della qual cosa, in definitiva, non ci si dovrebbe neppure sorprendere, per la natura stessa della diplomazia.
Gli ondeggiamenti di Trump derivano solo dal carattere balzano del personaggio, oppure le dichiarazioni e le smentite, le affermazioni stentoree e i precipitosi dietro-front, le minacce e le blandizie, in particolare l’umore alterno nei confronti dell’Europa, non fanno parte fors’anche di una cortina fumogena sollevata per impedire che si veda come, tra i due, i giochi siano già fatti e Putin sappia, per gentile concessione del compagno di merenda, di avere, fin d’ora, l’Europa in saccoccia, purché sappia pazientare e non scopra anzitempo il gioco? E conseguentemente le linee che marcano il campo sono quelle che abbiamo visto apparire in superficie a Washington o ve ne sono altre sottese?
Trump, Zelensky, i leader europei tutti orgogliosamente insieme e sull’altro versante, oppure c’è una linea di demarcazione più articolata e sottile di cui si dovrebbe tener conto?
E, così, è tutto chiaro in campo occidentale? Trump da una parte e di fronte, sia pure in un corretto rapporto dialettico, tutti i leader europei, ma davvero tutti, convintamente insieme, senza furbizie e smagliature? Solo la prova dei fatti, il decorrere del tempo e degli eventi ci permetterà di comprenderlo.
Domenico Galbiati