Siamo debitori a Tiziano Vecchiato, Presidente della “Fondazione Zancan” di tante parole quante stanno sulle dita di una mano, sufficienti a spiegare quella proposta di “welfare generativo” che una ventina di giorni fa è stata oggetto di una conferenza online, promossa da INSIEME Lombardia, introdotta e coordinata da Mattia Molteni. Si discuteva delle diseguaglianze da abbattere, di una lotta senza quartiere da condurre verso ogni forma di disparità sociale che umilia le persone.

“Umiliare” una persona è una forma indecente di violenza, forse la più avvilente, intrusiva e subdola. Viviamo in un contesto sociale fondato sulla ricerca costante della miglior “performance” in ogni campo, sull’innovazione, sulla ricerca esasperata del primato e, dunque, su una competizione feroce, sulla mitizzazione della flessibilità, sulla rincorsa alla qualità del prodotto spinta fino ad una concorrenza tale da generare un sistema produttivo che, anziché includere, produce grandi quantità di “scarti – anche umani – di produzione” ed è strutturalmente escludente.

“Il diritto di avere doveri” è un’espressione inusuale, si può dire sorprendente ed intrigante perché segnala una modalità di contrasto ai processi di emarginazione sociale fondato – come ci ha spiegato Vecchiato – “sul concorso al risultato” che lo stesso “assistito” – come viene concepito secondo la superata forma del “welfare di comunità” – è invitato ad offrire, secondo percorsi che lo coinvolgono quale soggetto di un processo di reinserimento attivo, piuttosto che come oggetto, destinatario inerte di prestazioni altrui.

“Avere doveri” vuol dire esercitare un ruolo, concorrere alla vita della comunità ed esservi riconosciuto, per contenuta che sia, come una risorsa, in grado d’ essere ancora utile perfino ad altri, pur nella marginalità della propria capacità residua. Rivendicare tale dovere come “diritto”, agire lo spazio sociale entro cui spendere una tale facoltà, vuol dire, appunto, attestare la titolarità delle propria cittadinanza in forma piena, non concessa generosamente dalla solidarietà pur dovuta, ma guadagnata sul campo. Ci sono esempi molto belli di percorsi che, pensati e sviluppati secondo tale indirizzo, hanno prodotto risultati importanti, perfino inattesi e misurabili anche quantitativamente.

In sostanza, si tratta di adottare una strategia che, anziché puntare su servizi disegnati secondo modelli gestionali, via via più raffinati, ma sostanzialmente rigidi e ripetitivi, nei quali il risultato è atteso dall’ottimalità organizzativa del sistema, fa premio sulla persona, assunta nella concretezza del suo limite, ma anche dell’ attitudine autonoma di cui ancora gode. E questo rinvia ad un altro punto programmatico rilevante e da porre nella giusta luce: la riscoperta delle autonomie locali, l’autonomia impositiva da riconoscere ai Comuni come attori privilegiati della delicatissima interfaccia tra cittadini ed apparato istituzionale, attori, in sinergia con i “mondi vitali” della società civile, di una trama di servizi che partono dal “bisogno” della persona ad approdano alla tutelava della sua dignità.

Domenico Galbiati