Questa che segue è la seconda parte dell’articolo pubblicato ieri (CLICCA QUI)

Cosa è invece l’ aspettativa ?

L’ aspettativa di un futuro diverso, che subentra alla speranza, è ormai da tempo il  vero moderno “oppio dei popoli”, cui si affidano le persone abbandonando l’immaginazione creativa e riducendosi  a destinatarie di una verità che viene da altrove ( Speranza p. 37).

Al posto della speranza di compiere il bene, dunque  l’aspettativa della soddisfazione dei bisogni.  Al posto della speranza, l’aspettativa fondata sulla tecno-scienza  sull’economia e sulle istituzioni di governo. Certo, appare più moderno.  Ma questa aspettativa rivolta a governi oggi sempre più irresponsabili e prevaricanti,  si è affermata e si sostiene sulla base del principio di scarsità e  del monopolio  radicale ( Speranza pp. 24-27), cioè di un abbrutimento progressivo delle relazioni sociali.

Il “principio di scarsità” in un mondo caratterizzato da concorrenza e consumo. Implica la frammentazione e la distruzione delle comunità, e la subordinazione di individui, isolati ed impotenti, deprivati del supporto comunitario  fondato sulla reciprocità,   e costretti  ad aspettare tutto dal mercato e dalle istituzioni. I cittadini sono così divenuti, grazie ad una spoliazione sistematica, consumatori, spettatori passivi, pazienti, clienti, esseri umani infantilizzati, sempre più poveri, ma anche più consumatori al tempo stesso. Sono divenuti sudditi ideali per ogni potere politico cinico o nichilista e per i monopolisti radicali che modellano e indirizzano  i bisogni utili al mercato.

La persona è ormai “sottosistema di sistemi” , in perenne balia delle istituzioni o meglio delle tecnocrazie folli, che pretendono di guidare il mondo e di dettarne i destini.

Un  “progressismo”subordinato alla tecnocrazia

Questa subordinazione alle tecnocrazie non ha purtroppo trovato elementi di resistenza. In effetti “ il mito della centralità della tecnologia come fattore essenziale per il progresso e lo sviluppo ormai si è incistato nel pensiero progressista , legato al mito dello sviluppo, nonostante il carico di negatività che entrambi comportano, oggi ormai ben visibile. ( p. 89).

In effetti dopo il crollo delle utopie fondate sul marxismo, la Sinistra non ha saputo sottrarsi al fascino dei  miti fondati su tecnologia ed economia.

Lo spostamento delle rivendicazioni sociali, o meglio di alcune di esse, dalla Sinistra alla Destra, che si definisca sociale, populista o altrimenti, è uno degli effetti del condizionamento dei miti tecnologici, legati alla duplicità del pensiero marxista, che come il capitalismo, colloca l’apoteosi del progresso in una crescita senza limiti della produzione ( ad ognuno secondo i propri bisogni! Il motto un tempo del comunismo) ,che assume le dinamiche auto-riproduttive e illimitate  del denaro e della ricchezza finanziaria .Mentre la realtà ci mostra che ”il denaro non produce denaro se non distruggendo l’economia reale”( Speranza p. 105)

Questo “strabismo” dei progressisti- che ha trasferito le questioni sociali ad una Destra cripto liberista che le ha usate strumentalmente-  ha contribuito ad avvelenare la speranza e la combattività sociale, generando nell’uomo comune un atteggiamento di depressione e di impotenza, che ha spinto una parte della sinistra entro una “riserva indiana”, lasciando al centro uno spazio, ridotto ma talvolta elettoralmente strategico,  ad un   “riformismo” che punta invece tutto sulla retorica della modernizzazione whatever it takes, cambiando soltanto di direzione e di finalità il  vecchio “sviluppiamo” marxista, divenuto ora “globalizzazione”, magari “ben governata”.

Una modernizzazione che oggi significa, se non proprio il cyborg cui mira apertamente  Elon Musk, uno sviluppo senza limiti ( se non quelli formali o apparenti) della IA, una incentivazione della competitività, magari appoggiata all’’industria militare, vista come motore essenziale di un  progresso che deve funzionare come un “meccanismo bellico” sopravanzando e “sconfiggendo” le controparti attraverso una competizione sempre più spinta.

Per questo il collasso del capitalismo non ha affatto favorito la sinistra che, privata dei suoi punti di riferimento, non ha saputo riprendere la sua battaglia per un progresso sociale dal volto umano.

Il regno, o l’ ”inferno”  della necessità

Per molti, e non solo a sinistra, la libertà è ancora oggi prima di tutto “coscienza della necessità”. Oggi ancor di più l’isolamento e l’impotenza di fronte alle forze minacciose ed oscure, dotate di armamenti micidiali e di supporti strategici,  che dominano la storia non solo cancellano ogni speranza, ma anche ogni aspettativa di eventi che non siano quelli prodotti da forze irresistibili. .  La narrazione degli eventi presenti e futuri assume così sempre più la cifra della inevitabilità/necessità. Unica salvezza  quella di trovarsi dalla parte del più forte.

La “dittatura della necessità” in cui siamo finiti è però anche  la scriminante per le peggiori tirannie e per il tracollo della democrazia. E questo è esattamente ciò che accettiamo quando “naturalizziamo l società”, condannandoci ad una vita senza speranza e finendo  per “naturalizzare la violenza inerente alla società capitalistica patriarcale coloniale” ( p. 59) e consideriamo la presunta immodificabile “natura” belluina e selvaggia dell’uomo, una “natura” priva di ogni possibile ordine intrinseco, il fondamento della vicenda umana .

Che è poi ciò che fanno oggi i “politici moralisteggianti”, sostenitori dei nazionalismi o del “riarmo globale”, che ci ricordano, con argomentazioni nel miglior caso luterane, l’incapacità radicale della natura umana di produrre il bene e quindi la necessità del ricorso più massiccio possibile alla potenza, alla forza ed alla violenza diffusa ed illimitata ( il “lavoro sporco” per fini meritevoli!), che è la logica conseguenza di una disperazione radicale. Cioè della mancanza totale  di speranza circa un ordine possibile ed un senso possibile dell’esistenza umana.

Questo concetto ideologizzato di natura umana ci introduce in un “regno della necessità” dalle regole ferree ed onnipotenti, che ben si sposa con la necessità computazionale e tecnologica.

Ed è questa necessità a produrre la disperazione come “costrutto  sociale” ( p. 58) elemento essenziale della globalizzazione neoliberista che utilizza la forza scriminante dell’emergenza e della necessità.

Questa rimozione radicale della speranza dà spazio alla generalizzazione del suo opposto,  della “paura sociale” che consente alle destre ed al potere  di acquisire consensi crescenti, senza nulla offrire in cambio, puntando soltanto sulla esigenza di una sicurezza che appare il bisogno fondamentale e prioritario e che può ben convivere con le esigenze dei neoliberismo. A prescindere ovviamente da come si realizza ed in cosa consista, essendo la “sicurezza” soprattutto trattata come una realtà astratta, percepita e virtuale, piuttosto che come la garanzia materiale della sicurezza dei singoli diritti concretamente esigibili.

In questo modo, insieme alla speranza, si elimina la categoria ( umana e razionale) del dovere che è rimpiazzata dalla  categoria ( disumana ed ideologica) della necessità. Ricordiamo quanti disastri non solo nei totalitarismi ha prodotto la logica della necessità, sia pure nella forma della coscienza della necessità. Chi è infatti l’interprete autentico della necessità? Uno scienziato sociale, un tecnico, un banchiere. Un capopopolo,  un ministro o chi altro? E chi è che può conoscere in modo totale ed infallibile la necessità storica?

Il dovere della speranza

Dovere e speranza sono in questo modo inscindibilmente collegate tra di loro. O stanno insieme o cadono insieme. Esattamente come lo sono negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, che pure non esplicita apertamente  il termine “speranza”, ma la implica. O come stanno sempre insieme anche nelle più belle tra le  lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea. Che sempre legavano il loro sacrificio, mosso e giustificato dal dovere della giustizia e della pace, in nome di una speranza che valeva per altri e che dava senso al loro sacrificio. Eliminare la categoria del dovere sostituendola con quella della necessità è proprio la modalità più adeguata per eliminare la speranza. Ma proprio per  questo la speranza oggi diviene il primo dei doveri.

Nel regno della possibilità, aperto dalla speranza,  certo non scompaiono nè il male né la guerra, ma compare il dovere come creatore do nuove possibilità umane, a libera adesione ad un imperativo razionale che rende la persona  indipendente dai condizionamenti di ogni potere esterno e disumano.

Oggi dove cercare altrimenti la forza per contrastare la logica imprigionante della guerra ibrida, globale e permanente? Solo il  dovere collettivo  della speranza può produrre la forza, non armata, ma non imbelle contro la violenza  bellica e genocidiaria, che pare inarrestabile. Solo da questo “dovere della speranza” può rinascere il senso di quella “critica del potere e della potenza” che è stata ed è la vera missione europea, la “missione” senza la quale non esiste Europa, ma una mera accozzaglia di Stati.     Ecco perché solo essa può riconfigurare la pace come un “principio” e un “fine” dell’agire umano e non come un risultato auspicabile  dell’impiego “intelligente” della violenza bellica.

Umberto Baldocchi

 

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