Un discorso culturale, non moralistico, sulla “speranza”
“La sopravvivenza della specie umana dipende dalla riscoperta della speranza come forza sociale” ( Ivan Illich , Descolarizzare la società, Mondadori, Milano, 1971). Con questa citazione, forte e perentoria, tratta da un testo che oggi pare “profetico”, a lungo sottovalutato e dimenticato, si apre una interessante raccolta di testi, volutamente e dichiaratamente “divulgativi”, dal titolo “Speranza forza sociale” Mutus Liber, Bologna, 2024, ideata e coordinata da uno dei cinque co-autori, Aldo Zanchetta ( 1936-2025). Un imprenditore, intellettuale e attivista sociale, culturalmente proveniente dal cattolicesimo conciliare, impegnato dal 1995 in un confronto pubblico e diretto con Ivan Illich( 1925-2002) e con il contributo delle sue riflessioni, oltre che con altri esponenti del mondo culturale e sociale sudamericano, prevalentemente messicano, e poi nella Scuola per la Pace della Provincia di Lucca nonché coordinatore della collana “Ripensare il mondo” della casa editrice Mutus Liber.
Davvero si può fare, mentre Gaza è in fiamme, un discorso non moralistico, né sentimentale, né “buonista”, né astrattamente religioso sulla “speranza”, che è stata assunta peraltro anche come cifra distintiva del Giubileo 2025 “Pellegrini di speranza” ? Può invece la “speranza”, essere non segno di debolezza, fragilità e impotenza- come moltissimi la pensano-, ma di “forza”, addirittura di una “forza sociale”, potenzialmente in grado di svolgere un ruolo attivo culturale e politico, oggi nell’età del dominio della forza più brutale in un mondo ormai “senza leggi”? O, più prudentemente e più “realisticamente”, dobbiamo arretrare, come fa inizialmente Dante di fronte alla lupa, e come oggi spesso facciamo anche noi di fronte agli idoli che ci intimidiscono, ogniqualvolta accettiamo di convivere con l’inferno quotidiano ( crisi economico/finanziaria, pandemia o guerra, tra loro in perfetta continuità )? Non ci resta dunque altro che riarmarci e “prepararci alla guerra” per “fermare la guerra” difendendoci ( ma da chi?) e rinunciare alla “speranza de l’altezza”, cioè alla speranza di proseguire il cammino del miglioramento umano ed umanistico della “nostra vita” comune, cercando di ripristinare le condizioni di una pace vera?
Ripensare il mondo: l’ “età delle conseguenze”
Fino a poco fa per chi si diceva “progressista” la crisi o la fine del capitalismo pareva una possibilità rassicurante, la via che ci avrebbe condotto verso il “sole dell’avvenire”. Oggi non più. Dopo le ultime mutazioni del capitalismo che ci hanno condotto ad una società autofaga, in cui capitalismo significa ormai prima di tutto dismisura e autodistruzione, potrebbe ben esserci addirittura qualcosa di più inquietante. Siamo in realtà alla fine di una lunghissima epoca storica, non alla fine del capitalismo industriale, inteso come passaggio anche doloroso, ma in direzione di un’epoca caratterizzata da un concreto progresso sociale.
Noi viviamo nella “età delle conseguenze” ( Speranza ecc. p. 8) nel senso delle conseguenze di quelle presunte “certezze che erano andate formandosi lungo lo scorrere di cinque secoli o più della modernità” . Altri dirà l’età dell’ “antropocene” o della forte “impronta” umana sull’ambiente naturale, sulla vita pubblica. collettiva e privata , o altri ancora diranno l’ “età dell’incertezza” e la “società del rischio”. Considerate magari come altrettanti “esiti collaterali”, fatali o comunque inevitabili, di quel “progresso” cui certo nessuno vorrebbe o potrebbe rinunciare. Siamo di fronte ad un abisso, prodotto però da uomini dotati delle migliori intenzioni.
“L’ ethos prometeico….ha portato l’homo a ritenersi l’artefice della costruzione di un nuovo homo e di un nuovo pianeta, rispondenti al suo ideale di perfezione”( Speranza ecc.p. 139). Siamo entrati nell’ era delle “macchine spirituali” in cui, come scrive Raymond Kurzweil, abbiamo la combinazione di tre importanti tecnologie, la genetica, la nanotecnologia e la robotica, che include l’ Intelligenza Artificiale.
Gli uomini “normali” non riescono più a tenere il passo. E’ necessario, si dice, passare al cyborg, all’organismo cibernetico. Ma con quali conseguenze? Ecco perché davvero occorre “pensare tutto di nuovo” ( Speranza, p. 134).
Due nuove divinità: certezza e sicurezza
L’abisso, o il baratro, in cui stiamo precipitando (Un nuovo 1914? Come ha suggerito il Presidente Sergio Mattarella), che potremmo ben definire disperazione e percezione di un disastro prossimo venturo, nascono stavolta, non dalla volontà di potere di qualche despota (che pure a questo contribuisce), ma, se vogliamo dire tutta la verità, nascono dalle conseguenze inaspettate, dalle modalità con cui negli ultimi secoli abbiamo realizzato un “progresso”, guidato dall’impulso prometeico di controllo e di dominio illimitato sulla realtà.
In questo modo, “la nostra società ha divinizzato la certezza e la sicurezza” ( p, 15). Certezza, rispetto al piano della conoscenza, sicurezza, rispetto a quello della vita sociale. Abbiamo creduto nella possibilità di una tecnicizzazione totale del mondo e della vita, in un potere senza limiti, senza “colonne d’ Ercole” che limitassero la tecno-scienza e la sua tendenza al “perfettismo”. Abbiamo fatto dell’essere umano un nuovo demiurgo, o addirittura più che un demiurgo, un nuovo “creatore della realtà”.
L’Occidente (precisiamo, non tanto l’Europa, ma anche l’ Europa) ha sviluppato e realizzato, nonostante le polemiche contro le ideologie, smisurate utopie teleologiche, giustificate da un fine ultimo che nessuno vuole mai precisare ( progresso cosa significa? quale il soggetto nascosto del verbo “progredire” ? quale la destinazione finale?). In questa visione teleocratica come si è definita, vi è sempre un fine ultimo ( inconfessato o inconfessabile) che legittima le scelte e “santifica” il dominio sulle persone e sulle cose. Ed è comunque sempre un futuro sconosciuto che detta i comportamenti e le scelte del presente.
Che c’entra in tutto questo la speranza? C’entra nel senso che questo “progresso” teleocratico l’ha resa inutile, superflua, l’ha cancellata. A che serve sperare? Il vero moderno e aggiornato surrogato della speranza è ormai l’aspettativa, derivante dalla programmazione umana. E’ una aspettativa “dotata di codice a barre , che è venduta nei supermercati della politica e include istruzioni per l’uso , controllo della qualità e certificato di garanzia” ( Speranza p. 18). Eppure, “Aspettativa è il nome della nave a bordo della quale siamo sprofondati nell’abisso”( p. 18), Ma per quale motivo sta finendo così?
Per capire perché l’ “aspettativa” sia la prospettiva dominante e fallimentare al contempo , dobbiamo partire da una riflessione preliminare: cosa si intende per “speranza” ? E a che cosa “serve”?
Che cosa si intende per “speranza”?
La speranza, tutti lo abbiamo dimenticato è una “virtù”, vale a dire una “forza” umana psicologica e morale. Una “virtù” conosciuta anche dagli antichi, ma da loro poco apprezzata, legata poi principalmente al cristianesimo, e fondata, come fede e carità, su una idea di trascendenza e per questo definita come “virtù teologale”, distinta dalle classiche virtù cardinali ( prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) ben conosciute nel mondo precristiano e nella filosofia antica e codificate nei catechismi cattolici.
Ma ancor più di fede e carità, di cui possiamo esser privi. anche se siamo attivi, la speranza è un motore umano essenziale per ciascuno, al di là delle religioni e della fede, perché per quanto sembri paradossale “ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto” (Benedetto XVI, Spe salvi, 35).
Speranza significa infatti prima di tutto convinzione che il futuro non è una proiezione, sia pure modificata ed amplificata, di ciò che è già presente, ma una dimensione aperta e non predeterminata o predeterminabile da alcuna volontà individuale. Ogni persona dà inizio ad un “mondo” seguendo strade non percorse da altri, nel piccolo o nel grande. Per questo scrive il Talmud che chi salva una vita, salva l’umanità. La vita di ogni persona è un dramma affascinante o comunque illuminante , come ci spiega Dante, che considera ugualmente drammi umani e testimonianze di dignità tanto la vita del grande Giustiniano quanto quella dello sconosciuto ed eroico Romeo di Villanova.
La speranza infatti non è tanto una “reazione dialettica” all’incompiutezza ontologica dell’uomo- quasi una risposta necessaria all’alienazione umana- che apre la prospettiva del possibile e del futuro come novità, secondo la lettura di Ernst Bloch ne “Il principio speranza”.
Speranza è qualcosa di più, è molto di più. E’ proiezione attiva e incondizionata verso l’alterità, verso gli altri o anche verso l’ Alterità assoluta, oltre che verso il futuro. Non possiamo “sperare” da soli, non possiamo “sperare”, se non in relazione ad altro da noi e ad altri da noi. La speranza salvaguarda e presuppone l’alterità, ed il ruolo positivo dell’altro, presuppone una “dinamica conviviale”( Speranza p. 49) che apre spazio alla possibilità ed alla immaginazione creativa. E’ per questo che la speranza si configura anche come una forza sociale, attiva nella storia e protagonista dei grandi mutamenti e progressi collettivi, anche se spesso protagonista implicita o nascosta. Storicamente non sarebbe difficile peraltro dimostrare che “la speranza radicale è l’essenza dei movimenti popolari”( Speranza p. 118).
Riprendendo la riflessione dantesca, il mondo senza speranza sarebbe comunque e sempre un “inferno” ( la mancanza totale di speranza è la cifra vera dell’inferno dantesco), anche se fosse del tutto privo di sofferenze fisiche e fosse ricolmo di beni materiali e di merci disponibili per tutti. Oggi lo possiamo vedere sotto i nostri occhi. In questo “inferno terreno” abbondantissimo di merci e di oggetti tecnologici, come in quello già intravisto da Italo Calvino ne Le città invisibili, possono ben dilagare la distruzione o la perversione della relazione umana ( quello che in ebraico biblico si dice hatah, peccato) la perversione che intrappola la persona e paralizza e distrugge la società. Può dilagare, soffocata dalla comunicazione dei social, la stessa mancanza assoluta della parola umana ed umanizzante- cioè la mancanza del dia-logos, che rende impossibile ogni educazione al bene ed al bello nella vita privata, riducendo le persone ad atomi e cioè a cose e finendo per degradare la vita politica delle democrazie liberali e per rendere affascinanti le autocrazie che concepiscono il potere come puro dominio, ottenuto grazie ad una forza “senza parole” che consente di competere e vincere.
In questo “inferno dei viventi” domina infatti la pura relazione di forza, che disintegra la comunità locale come quella internazionale. Cosa altro sono i fenomeni dell’ “estrattivismo” ( Speranza p. 15) inteso come l’azione di stato e finanza “per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono o anche “ un modo di produzione diventato modo di espropriazione” ( p. 109)” se non distruzioni organizzate di ogni speranza? (Segue)
Umberto Baldocchi