L’ Europa non è formalmente in guerra. Eppure è nel cuore di un conflitto che la impegna su più fronti.
L’ Ucraina, per un verso, la guerra “ibrida”, per un altro, la tenaglia in cui, concordemente, cercano di costringerla Trump, da una parte, e Putin, dall’altra. La “guerra” commerciale dei dazi. Un attacco da Est e, nel contempo, da Ovest che va oltre il versante geopolitico e militare delle relazioni internazionali, ma, addirittura, pretende, in modo rozzo e sprezzante, di giudicare e condannare la vita, i costumi, i comportamenti e le tradizioni, gli ideali, i valori, i criteri di giudizio, il tenore morale dei popoli europei, la nostra cultura bimillenaria, la nostra storia. Il nostro futuro.
Una pretesa assurda, priva di ogni legittimazione, per nulla attendibile, eppure bruciante. Uno schiaffo, il più doloroso, che, ad un tempo, ci offende, forse ci allarma, eppure risveglia, o almeno così dovrebbe essere, la memoria, la coscienza e l’orgoglio di una vicenda umana che, di secolo in secolo, ha accumulato quel patrimonio immenso di arte e di pensiero, di sentimento morale e di conoscenza scientifica, di maturità civile, di fede e di ragione che rivela l’uomo a sé stesso, mostra i confini illimitati della sua mente, svela le aspirazioni del suo cuore, la sua attitudine e la sua destinazione all’infinito.
Un percorso che ha attraversato mille conflitti, ha irrorato di sangue il suolo del Vecchio continente, eppure è giunto, grazie all’incontro ed alla controversia, spesso feroce, tra tante e pur divergenti culture, a quella consapevolezza comune della dignità della persona in cui prende forma, dell’Europa, l’ispirazione cristiana, intesa si come radice, ma, soprattutto, fioritura e frutto, punto d’approdo di un cammino di dolore e di gloria.
Ciò che, infatti, meraviglia e sorprende non è il fatto che taluni rifiutino di riconoscere le radici cristiane dell’Europa.
Ma, piuttosto l’evidenza storica delle differenti culture che, nella torsione dialettica che, le une e le altre, hanno attraversato, pur prendendo le mosse da sponde differenti, sono confluite nell’alveo comune di quei valori di giustizia e di libertà, di coesione sociale e di tolleranza, di solidarietà e di uguaglianza, di speranza, di consapevolezza della dignità intangibile della persona, dal cui insieme emerge il tratto distintivo di una civilta europea. Ispirata ad una concezione di cosa siano la vita, l’uomo e la storia di forte impronta cristiana.
Il frutto, dunque, più che non le stesse radici. Senonché, ogni conflitto si combatte su due versati.
Il primo, fronteggia il nemico, ma per sostenere la sua battaglia che sia o meno armata, di ordine bellico o culturale, ha bisogno della tenuta del “fronte interno”. Per questo, per quanto avanzata da soggetti che non ne hanno titolo, dovremmo lasciarci interpellare dalla contestazione che ci viene mossa. Il che vuol dire esaminare criticamente, senza reticenze, le crepe, le potenziali rime di frattura, i limiti che pur si colgono, le rughe che appesantiscono il volto del Vecchio continente.
La denatalità, la chiusura ai migranti, l’accidiosa difesa dei confini; l’insicurezza e l’inquietudine, l’indifferenza, la caduta del desiderio; il confine incerto tra fiducia e timore nei confronti della scienza; l’esposizione acritica alla pervasività della tecnica; la polarizzazione e l’incomunicabilità; la ricomparsa di posture ideologiche, nazionalista, da una parte, radicali e massimaliste, dall’altra; le diseguaglianze sociali, la povertà economica e la povertà educativa che, fin dall’età minorile, corrodono il titolo di piena e pari cittadinanza che ad ognuno compete. E’ come se smarriti, intimiditi dalle provocazioni che la storia dei nostri giorni reca con sé, anziché osare il futuro, ci rivolgessimo al passato, restringessimo, se così si può dire, quello spazio di arricchimento del valore umano che, pur in una cornice ancora fosca, sembra essere l’orizzonte verso cui siamo incamminati.
Domenico Galbiati