Dopo la conferenza sul futuro dell’ Europa e le prospettive apertesi in epoca pandemica, Next Generation EU e tutto il resto, oggi sull’ argomento-Europa prevale un generale silenzio. L’ argomento UE pare silenziato, o almeno emarginato.  La campagna elettorale agostana certo non concerne il Parlamento europeo, ma non c’è intervento o quasi alcuna promessa elettorale ( a parte forse ciò che concerne i diritti civili e poco altro) che non presupponga, a meno di ridursi ad un gioco delle tre carte (io tolgo da una parte ciò che colloco da altra parte, un po’ meno reddito di cittadinanza per avere un po’ di più di detassazione ecc.)  una relazione con le regole europee che ci vincolano. Ovvio che il gioco delle tre carte sia funzionale a produrre specchietti  per allodole utili per catturare il voto degli incerti. Ma stavolta è un gioco pericoloso: non è detto che i votanti “abbocchino” facilmente e non è detto purtroppo che l’astensionismo non  raggiunga dimensioni massicce e distruttive per la democrazia. Un  minimo rispetto per l’elettore forse sarebbe una scelta prudenziale per tutti i competenti in lizza.

Stupisce allora il silenzio di molte parti che certo fanno ancora riferimenti all’ Europa intesa come UE. E’ vero Più Italia in Europa, più Europa nel mondo sta scritto nel programma delle Destre, slogan “astuto” che concilia apparentemente gli opposti, l’orgoglio nazionale e la dimensione europea, ma che in pratica può significare tutto o nulla. Ma anche qui non si fa alcun riferimento all’ Europa da rinnovare, alle regole da cambiare, a tutto ciò che prometteva la mediatizzata Conferenza sul futuro dell’ Europa chiusasi appena pochi mesi fa, a maggio 2022. Nessun riferimento poi  al “Rinascimento europeo” lanciato da Macron nel 2019  e persino ripreso dal titolo di un libro di Gianni Cuperlo sull’ Europa del 2022.

Cosa sta succedendo?  Ma l’ Europa ha ancora un futuro? Non serve più ripensare l’ Europa e soprattutto il futuro dell’ Europa? Forse non si crede più nel futuro dell’ Europa e anche esso è divenuto fonte di paura più che di speranza?

Avanzo una ipotesi esplicativa. C’è un fatto che ha cambiato le cose, per l’ Europa e anche per la campagna elettorale italiana: la guerra di Putin all’ Ucraina. La pandemia aveva innescato un processo innovativo ed anomalo, certamente positivo, pur se timido: mutualizzzazione del debito pubblico europeo, più spazio all’intervento statale, non più sempre considerato “aiuto di Stato”, embrionale costruzione di una solidarietà politica capace di unire i cittadini e non solo gli Stati.

La guerra  però ha rovesciato le cose. Di colpo essa ha ammutolito il dibattito promosso dalla conferenza sull’ Europa. La violenza della guerra ha cancellato le parole, chi deve combattere non può interrompersi a parlare con l’altro, come anche chi osserva la guerra e sostiene la parte offesa. Forse la violenza bellica ha fatto anche di peggio. Se il pensiero sorge dall’azione del linguaggio, la guerra che incalza sta distruggendo il pensiero, sta aprendo la strada all’’odio, ma non soltanto all’odio  dell’avversario, ma anche a quello del lavoro che fa il pensiero.  Al posto del pensiero lo slogan cioè il grido di guerra che convoca gli adepti e intimidisce l’avversario.

Dove sono finiti il  Rinascimento europeo,  la volontà di innovare i trattati? Con la guerra l’  UE sembra andar bene esattamente come è. Forse avrebbe bisogno di un esercito comune ( e di una politica estera comune) e di un unico mutamento istituzionale: il voto a maggioranza invece che all’unanimità in tutte le istanze dove si prendono decisioni importanti. Tutto qui. A questo si è ridotto il Rinascimento europeo? Più armi in comune e più rapidità nel decidere? Questa l’ Europa futura?   Il resto è svanito all’orizzonte, la democratizzazione, l’approccio ecologico ecc. L’essenziale della riforma sarà decidere in rapidità, non sarà decidere bene ed in conformità ai desideri dei cittadini. Forse anche questa conformità potrebbe esser rubricata come  “populismo”, la parola magica spesso usata per chiudere una  discussione. Chiedersi cosa ne pensino i cittadini di una misura stabilita dall’ UE, come faceva Jean Monnet non serve più.  Ho scritto “pensino”, ma forse non è più necessario pensare per l’uomo comune. Questo  è ormai compito di altri.  Al massimo al cittadino europeo resta il compito di scegliere il “pensatore” migliore.

Eppure se davvero vogliamo un futuro per l’ Europa i problemi da risolvere sono enormi. Su questi bisognerebbe aprire la discussione.  Pensiamo al rapporto tra l’unica istituzione federale, la BCE e la “governance” europea.

Combattere l’inflazione anomala e minacciosa di oggi senza frenare lo sviluppo, tener conto dei costi indiretti, ma effettivi della guerra ( costo delle sanzioni per gli Stati UE  ) all’interno del bilancio europeo, sono compiti essenziali. E’ possibile che una BCE cioè una banca centrale dotata dell’indipendenza assoluta ed eccezionale, quale essa si configura oggi ( a differenza della FED americana o della Bank of England o della Banca centrale tedesca, tutte in qualche modo caratterizzate da un vincolo politico) , possa prendere decisioni che non sono più  puramente monetarie ma politiche, senza un collegamento col decisore politico simile a quello delle altre banche centrali ? La azione politica dello stesso Mario Draghi ai vertici della BCE, credo possa affermarsi, si era  si era caratterizzata per una prevalenza empiricamente introdotta di una “discretion” che prevaleva sulle rigide “rules”. Non è il caso di affrontare il problema almeno in prospettiva?

Pensiamo poi al patto di stabilità: anche qui le incognite della guerra oltre agli effetti perduranti della pandemia possono essere affrontate con una flessibilità programmata e quindi in buona sostanza con le “leggi dei numeri” fissate nei trattati e nei protocolli o necessitano anche della scelta discrezionale della politica e quindi delle “leggi non prevedibili della discrezione”,  e cioè  delle leggi dettate dalla parola e della ragione umana ed orientate a quei fini umani che la tecnica non può di per sé rilevare e prevedere?

Aprire una discussione vera sul futuro dell’ Europa – che si collega a quello dell’ Italia inevitabilmente- sarebbe utile per trovare un “baricentro” di confronto politico, evitando la facile, e temo disastrosa, fuga vero il bipolarismo identitario in cui ognuno “coltiva” e ”solletica” i propri “followers” presunti o reali che siano. Evitiamo che l’ argomento UE divenga anche esso uno strumento di fidelizzazione e reclutamento elettorale magari nelle mani di una unica forza politica. Non servirebbe a nessuno, neppure alla forza politica che dovesse trarne un ( effimero) guadagno elettorale.

Umberto Baldocchi