L’idea adombrata dal Generale Vannacci, diretta a creare classi speciali per i bambini disabili – ovviamente per il bene loro e dell’intera collettività – è un “classico” da bar e ci sta. Anzi, è d’obbligo in un certo universo mentale. Del resto, non è scritto da nessuna parte che sia sufficiente essere un buon cattolico, osservante e praticante, per diventare, di per sé, un grande pedagogista. Basta il buon senso comune che aleggia, tra un grappino e l’ altro, in osteria. Peraltro, che mondo “all’ incontrario “ sarebbe se si adattasse a quel discorso buonista – ad uno spirito “forte” ripugna – che Papa Francesco faceva in ordine ai cosiddetti “scarti umani”?
In quanto poi ai bambini disabili – talvolta non sono neppure rispondenti ai canoni estetici oggi prevalenti che fanno dell’ avvenenza l’indice della funzionalità del corpo ed, infine, del valore della persona – prima di parlarne, fino a farne oggetto di una strisciante cultura di pulizia etnica, bisognerebbe conoscerli. Sono i testimoni privilegiati della nostra umanità. Infatti, quanto più deprivati delle loro autonomie funzionali, tanto più attestano, nella sua nuda evidenza, il valore ontologico, originario ed incondizionato della vita e dell’ essere umani. Sono spesso l’ espressione più sorprendente della straordinaria forza della stoffa di cui tutti, anche quando non lo sappiamo, siamo fatti.
Anche quando il limite è severo, non si piangono addosso. Sono esempi di amore per la vita e di resilienza, di ricerca mai doma di senso compiuto. Sono i terminali di un’ economia di valori morali e civili che nasce dalle reti di solidarietà – familiare e non solo – che si creano attorno a loro.
Un’ economia carsica e spesso impercettibile che sostiene il nostro tessuto sociale, più di quanto non faccia l’economia della produzione di beni di consumo. La sofferenza cruda, la dedizione così spesso letteralmente eroica dei genitori, dicono, più di quanto non appaia altrove, il valore incomparabile della maternità’ e della paternità. Anche i bambini più o meno gravemente compromessi dal punto di vista cognitivo, spalancano scenari di tenerezza e di affettività impensabili. Vere e proprie sfide a quella capacità di empatia, che andiamo smarrendo e di cui, al contrario, avremmo grande bisogno. Con buona pace del Generale.
Domenico Galbiati