Quello che colpisce, leggendo in sequenza quattro articoli pubblicati tutti assieme dal Jerusalem Post, è che senza volerlo — o forse senza piena consapevolezza — viene dipinto da parte israeliana un quadro sorprendentemente nitido della fase in cui è entrata la guerra in Medio Oriente. Non un momento di crisi, ma un punto di svolta. Un passaggio in cui tutti gli attori regionali stanno ridefinendo i propri margini di azione, mentre Israele si ritrova al centro di una pressione multipla, militare e diplomatica, che non aveva mai conosciuto in precedenza.

Da un lato, ci sono gli Stati Uniti, impegnati in un negoziato con l’Iran che l’amministrazione Trump–Vance descrive come “a lungo termine”, quasi storico. L’idea è quella di bloccare il programma nucleare iraniano per un periodo esteso, restituendo stabilità alla regione e rassicurando i mercati. Ma dietro la retorica della fermezza – questa l’impressione dei giornalisti, commentatori e analisti ospitati dal quotidiano di Gerusalemme – emerge un’ambiguità: Trump non si fida di nessuno, eppure crede di poter ottenere ciò che altri non hanno ottenuto. È un approccio che molti in Israele guardano con sospetto perché rischia di sottovalutare la logica mediorientale, fatta di segnali, deterrenza e calcolo del rischio.

E infatti, mentre Washington tratta, Teheran accelera. L’analisi di Yonatan Adiri – un esperto di geopolitica e tecnologia – è illuminante: l’Iran sta “testando i limiti”, proprio come Hamas fece prima del 7 ottobre. Lancia missili, colpisce infrastrutture, provoca, osserva le reazioni. A suo avviso, riporta The Jerusalem Post, è “una potenza che si sente in crescita e che vuole misurare fino a dove può spingersi. Non è solo aggressività: è una strategia di apprendimento. E Israele, volente o nolente, è il laboratorio di questo esperimento. La conclusione di Ariri è “che il significato degli eventi non si limita all’ambito militare o diplomatico, ma riguarda anche rischi più ampi nella regione. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha messo in guardia sul pericolo di un evento esplosivo con danni nucleari nella regione. Gli iraniani stanno giocando a questo gioco anche con l’Arabia Saudita, il Bahrein e il Kuwait. Tra pochi mesi, l’Iran non sarà più lo stesso paese che conosciamo”.

A complicare il quadro arriva la voce di Oded Ailam, ex capo della sezione controterrorismo del Mossad, che non usa mezzi termini: “Trump non capisce il Medio Oriente. Non capisce la psicologia iraniana, non capisce la fragilità del Libano, non capisce che Israele oggi è un attore più limitato di quanto sembri sulla scena regionale e la cui  posizione si sta deteriorando di fronte ai suoi nemici”. Secondo quanto l’ex dirigente dei servizi segreti israeliani ha dichiarato al Post “la vera partita si gioca a Beirut, dove l’Iran controlla la chiave del conflitto e dove la società libanese — anche quella sciita — sta collassando sotto il peso della crisi. Un collasso che spaventa Teheran più delle bombe israeliane”.

E poi c’è la Turchia cui The Jerusalem Post dedica un’attenzione particolare dopo che Erdogan ha alzato i toni contro Israele, accusata di “minacciare la sicurezza turca”, cui si fa il Presidente turco fa risalire la responsabilità della “destabilizzazione del Mediterraneo”. Erdogan – forte del suo ruolo nella Nato – si rivolge alla comunità internazionale  sostenendo che l'”aggressione” israeliana rappresenta una minaccia per il mondo intero e deve essere fermata”.  Il Post registra anche le dichiarazioni del Presidente della Turchia secondo cui Israele sta conducendo un “tentativo subdolo” per destabilizzare anche i paesi africani oltre a ciò che fa alimentando “il fuoco della discordia” sull’isola di Cipro, divisa su base etnica.

Netanyahu risponde definendolo “dittatore antisemita”. Siamo dunque alla rottura definitiva e la conclusione del quotidiano di Gerusalemme è che “Ankara si posiziona come potenza regionale anti-israeliana, con un linguaggio che non si sentiva da anni”.

La sintesi è che, mettendo insieme questi pezzi, il quadro è chiaro:

  • gli USA trattano, ma non convincono;
  • l’Iran avanza, e lo fa con una sicurezza nuova;
  • la Turchia sfida, cercando un ruolo da protagonista;
  • il Libano implode, aprendo scenari imprevedibili;
  • Israele è nel mezzo, costretto a reagire, ma senza una strategia regionale condivisa.

È un Medio Oriente senza freni, dove ogni attore spinge nella direzione che ritiene più vantaggiosa, e dove Israele si ritrova, forse per la prima volta, non più al centro del gioco, ma, anch’esso, al centro del bersaglio.

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