La firma di questo documento non si può definire in modo credibile né un trionfo dell’Iran, né una capitolazione di Trump, né un disastro per Israele. Tuttavia, se si analizzano i termini finora resi pubblici del Memorandum d’Intesa firmato tra Washington e Teheran, è indubbio che l’accordo rappresenti un risultato diplomatico più favorevole all’Iran di quanto molti osservatori avessero immaginato solo pochi mesi fa.
Resta il fatto che, al momento, più che di una pace si tratta di un’uscita dal conflitto: non quindi un’intesa finale quanto piuttosto un terreno comune per procedere in direzione di un accordo definitivo. Non la conclusione di un accordo, dunque, ma la fine di una fase di confronto.
Nella storia della diplomazia internazionale esistono accordi che sanciscono una vittoria e accordi che certificano una sconfitta. Poi esistono quei documenti ambigui, nati dalla stanchezza dei contendenti, nei quali ciascuna parte firma convinta di avere evitato il peggio e, contemporaneamente, di avere ottenuto qualcosa di essenziale. Il Memorandum d’Intesa sottoscritto tra Stati Uniti e Iran appartiene a questa seconda categoria.
L’immagine scelta per la firma non è casuale. Versailles. Un luogo che evoca il peso della storia, il ricordo di trattati che avrebbero dovuto garantire la pace e che invece prepararono nuove crisi. Anche stavolta il simbolismo è evidente. Dopo mesi di guerra indiretta e diretta, dopo attacchi e minacce reciproci, tensioni nel Golfo, blocchi navali ed il rischio concreto di una detonazione regionale capace di trascinare l’intero Medio Oriente in un conflitto dalle dimensioni imprevedibili, Washington e Teheran hanno deciso di fermarsi. Non perché si fidino l’una dell’altra. Non perché abbiano risolto le questioni che le dividono. Semplicemente perché entrambe hanno compreso che continuare a combattere sarebbe costato più di quanto avrebbero potuto guadagnare.
Il documento firmato prevede la cessazione delle ostilità, la progressiva rimozione del blocco navale statunitense, lo scongelamento iniziale di una somma da destinare all’Iran, la riapertura dello stretto di Hormuz al traffico commerciale, l’avvio di negoziati destinati a produrre un accordo definitivo entro sessanta giorni e l’apertura di un percorso che potrebbe portare all’alleggerimento, e in prospettiva alla cancellazione, di gran parte delle sanzioni contro la Repubblica islamica. L’Iran, dal canto suo, riafferma di non voler sviluppare armi nucleari e accetta una supervisione internazionale su parte del materiale arricchito accumulato negli anni.
È su questo terreno che nasce la domanda destinata a dominare il dibattito politico delle prossime settimane: chi ha vinto?
Iran:La prima interpretazione è quella che vede nell’accordo un trionfo iraniano.
Gli argomenti non mancano. Per oltre un anno l’amministrazione Trump aveva sostenuto una posizione estremamente rigida. L’obiettivo dichiarato era impedire qualsiasi forma di arricchimento dell’uranio sul territorio iraniano, smantellare infrastrutture sensibili e ridurre drasticamente le capacità strategiche della Repubblica islamica. Oggi, invece, il quadro emerso dal memorandum appare molto diverso. Teheran non rinuncia alla propria tecnologia nucleare, non consegna all’estero la sua scorta di 450 kg di uranio arricchito al 60%,non accetta una resa incondizionata, non vede cadere il regime e non assiste all’imposizione di un governo filo-occidentale. Al contrario, ottiene l’avvio di un percorso verso la fine delle sanzioni, il ritorno sul mercato energetico internazionale, l’accesso a fondi congelati all’estero e il riconoscimento implicito del proprio ruolo regionale. Si parla anche dell’eventuale rimborso dei danni di guerra.
Per un Paese che pochi mesi fa veniva descritto come prossimo al collasso strategico, non si tratta di un risultato trascurabile. L’Iran esce infatti diplomaticamente rafforzato sia nella regione che nel cosiddetto “sud globale”.
Ancora più significativo è il fatto che l’Iran sia riuscito a trasformare la propria posizione geografica in una leva negoziale. Lo stretto di Hormuz, del quale fino a poco tempo fa nessuno parlava, si è rivelato essere uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta. Ogni crisi che lo coinvolge produce immediatamente conseguenze sui mercati globali. Washington aveva bisogno di garantire la sicurezza delle rotte commerciali e di evitare una nuova impennata dei prezzi dell’energia. Teheran se ne è accorta e ha utilizzato questa consapevolezza come strumento di pressione.
Eppure parlare di trionfo iraniano sarebbe una semplificazione eccessiva.
L’Iran arriva a questo accordo dopo aver subito danni enormi. Le sue capacità militari sono state colpite ed i suoi siti nucleari pesantemente danneggiati. Una parte significativa delle sue infrastrutture strategiche e delle sue Forze armate è stata messa sotto pressione. L’economia resta fragile, la sua leadership politica e militare è stata decapitata, mentre il sistema continua a confrontarsi con tensioni interne profonde. Il memorandum inoltre non è un trattato definitivo, ma un ponte diplomatico di sessanta giorni. Se i negoziati dovessero fallire, molte delle concessioni ottenute potrebbero evaporare rapidamente.
Il presidente Trump: La seconda interpretazione è quella secondo cui Trump avrebbe capitolato.
Anche qui esistono elementi concreti che alimentano la tesi. Molti osservatori ricordano che il presidente americano aveva costruito la propria narrativa politica sulla promessa di ottenere dall’Iran condizioni molto più dure rispetto a quelle previste dall’accordo nucleare del 2015 sottoscritto da Obama. Per anni Trump e il movimento che lo sostiene hanno denunciato qualsiasi compromesso con Teheran come una forma di appeasement. Oggi, invece, Washington accetta di negoziare partendo da presupposti assai meno rigidi rispetto a quelli proclamati in passato.
Se si confrontano gli obiettivi iniziali con il testo oggi disponibile, emerge effettivamente una distanza notevole. Alcuni commentatori statunitensi parlano apertamente di arretramento strategico: la Casa Bianca non ottiene l’azzeramento immediato dell’arricchimento dell’uranio, né una rinuncia dell’Iran allo sviluppo della sua industria nucleare. Non ottiene il disarmo totale dell’apparato iraniano e neppure una trasformazione politica della Repubblica islamica. Di fatto, si può parlare di un ritorno alle condizioni concordate nel 2015.
Ma definire tutto questo una capitolazione sarebbe altrettanto fuorviante.
Trump può sostenere di avere raggiunto alcuni obiettivi fondamentali. Ha ottenuto una sospensione delle ostilità. Ha evitato una guerra regionale potenzialmente devastante e ha riportato l’Iran ad un tavolo negoziale dal quale si era più volte allontanato. Ha inoltre ottenuto una riaffermazione formale dell’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari e una supervisione internazionale su questioni che fino a poco tempo fa sembravano fuori controllo.
Da ultimo, e non meno importante, la riapertura dello Stretto di Hormuz con la ripresa del traffico commerciale internazionale. Soprattutto, Trump può presentare l’accordo come il risultato di una politica di pressione che avrebbe costretto l’Iran ad accettare limiti e verifiche che in precedenza rifiutava.
È una narrazione contestabile, ma politicamente spendibile.
La realtà probabilmente è meno ideologica. Trump non ha capitolato. Ha fatto ciò che molti presidenti americani prima di lui hanno finito per fare in Medio Oriente: ha scoperto che esiste una differenza enorme tra la retorica massimalista e la gestione concreta del potere. Governare significa spesso scegliere il compromesso che si può ottenere invece della vittoria totale che si vorrebbe raggiungere.
Israele:Si è trattato di un disastro per lo Stato Ebraico?
Questa è forse la questione più delicata.
Dal punto di vista israeliano, il problema fondamentale è che l’accordo non elimina definitivamente la questione nucleare iraniana. La rimanda. La congela. La sottopone a un negoziato futuro. Ma non la cancella. Per una parte significativa della classe politica israeliana questo rappresenta una fonte di preoccupazione reale. Israele ha sempre sostenuto che il rischio non consiste soltanto nella realizzazione effettiva di un’arma atomica, quanto nella capacità iraniana di avvicinarsi alla soglia nucleare mantenendo infrastrutture e competenze tecniche.
Inoltre, la prospettiva di una progressiva reintegrazione economica dell’Iran potrebbe tradursi nel rafforzamento finanziario della Repubblica islamica e, indirettamente, nella maggiore capacità di sostenere alleati e reti di influenza regionali. È questo il timore che attraversa da anni la strategia israeliana e che vede tutt’ora il premier Netanyahu insistere nelle sue operazioni militari in Libano ed allargare l’area occupata a Gaza.
Tuttavia anche qui il termine “disastro” appare eccessivo.
Israele non si trova di fronte ad un Iran più forte di quello esistente prima del conflitto. Molte capacità militari iraniane, come abbiamo visto prima, risultano degradate mentre l’intera rete regionale costruita da Teheran negli ultimi anni, nota come “l’arco della resistenza”, ha subito pressioni significative. La caduta di Assad e la perdita della Siria ne sono una dimostrazione. Hezbollah stesso emerge dal confronto in condizioni più difficili rispetto al passato. Si può inoltre aggiungere che il memorandum non impedisce ad Israele di continuare a esercitare pressione politica e diplomatica affinché il futuro accordo definitivo includa clausole più stringenti.
La verità è che Israele vede sfumare uno scenario che alcuni settori della sua leadership consideravano ideale: la possibilità che la pressione militare e diplomatica producesse una riduzione molto più drastica del potenziale iraniano.
Questo non equivale necessariamente a una sconfitta strategica.
In tutto ciò, a sparire è il tema della popolazione iraniana che può adesso solo sperare in un miglioramento delle sue condizioni, mentre nel frattempo il regime sembra avvicinarsi ad una forma classica di dittatura militare.
Alla fine, il vero vincitore dell’accordo potrebbe non essere né l’Iran né Trump. Bensì il tempo.
Le grandi crisi internazionali raramente si risolvono con una firma. Vengono semplicemente rinviate. Il memorandum di Versailles assomiglia molto più a una tregua armata che a una pace definitiva. Le questioni centrali restano tutte sul tavolo: il futuro del programma nucleare iraniano, il sistema delle sanzioni, l’equilibrio di potenza nel Golfo, il ruolo di Israele, la sicurezza delle rotte energetiche, l’assetto del Libano e l’influenza regionale di Teheran.
Per questo motivo il giudizio storico non può essere formulato oggi.
Se tra sessanta giorni nascerà un accordo stabile e verificabile, il presidente Trump potrà rivendicare di avere evitato una guerra e aperto una nuova fase diplomatica. Se le sanzioni verranno progressivamente smantellate e l’Iran tornerà pienamente nell’economia globale mantenendo intatta la propria architettura politica, allora a Teheran si parlerà di vittoria strategica. Se invece il negoziato collasserà e il conflitto riprenderà, il memorandum sarà ricordato come una pausa temporanea, non come una svolta.
L’unica conclusione prudente, allo stato dei fatti, è che l’accordo rappresenta un successo tattico per l’Iran, un compromesso pragmatico per Trump e una fonte di seria inquietudine per Israele. Ma nessuna delle tre definizioni — trionfo, capitolazione, disastro — descrive da sola la complessità di ciò che è accaduto a Versailles. La storia del Medio Oriente insegna che i veri vincitori ed i veri sconfitti si riconoscono anni dopo, non il giorno della firma. Al momento è stata risolta solo la parte visibile di un problema ben più vasto e profondo: quello degli assetti in Medio Oriente. Intanto la comunità internazionale ha assistito ad un ritorno della diplomazia. Il vero lavoro inizia adesso.