In un mondo in cui il denaro è l’unica vera misura di tutte le cose, non poteva mancare che anche la vita pagasse il suo tributo all’ idolo di un progresso che – in modo tale che il cerchio si chiuda su sé stesso – a sua volta assuma la forma dell’ incremento economico e finanziario. Il mondo è dei miliardari che pensano di poterne fare quel che vogliono.
La start-up di San Francisco di Sam Altman sta cercando di mettere a punto metodiche bio-tecnologiche che siano in grado di “produrre” bambini geneticamente immuni da ogni malattia e da ogni minaccia che sia sostenuta da cause riconducibili alla configurazione del loro genoma. Bambini perfetti? In realtà, vittime di un’ ambizione esasperata e condannati a reggere il peso enorme ed insopportabile dell’ attesa di una “perfezione” impossibile.
In un progetto del genere si sommano più indirizzi, correlati tra loro, che ove effettivamente imponessero la loro logica avrebbero sul genere umano l’effetto devastante di un’atomica che esplode nell’intimità più riposta del suo cuore, fino a renderlo alieno ed irriconoscibile a sé stesso.
In primo luogo, un sentimento di cieca onnipotenza che non comprende come il “limite” ed, in particolare, il limite estremo della morte non siano antitetici alla vita ed, anzi, rappresentino versanti necessari a definirne l’ essenza.
In secondo luogo, la convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia – per ciò stesso e cioè semplicemente e solo in ragione di tale possibilità, senza nessun’altro motivo a supporto – moralmente ed eticamente legittimo, se non addirittura doveroso. La coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, viene letteralmente divelta dall’ interiorità della persona e trapiantato nel terreno anonimo della tecnica, dando luogo, in tal modo, ad una disarmante processo di alienazione.
In terzo luogo, sostanzialmente ricadiamo ancora nel peccato del giardino dell’ Eden. L’uomo accampa la pretesa di sottrarsi ad ogni forma di relazione e di dipendenza per affermare l’ ambizione prometeica e blasfema a farsi da sé, in un delirio autoreferenziale, senza avvedersi di chiudersi, in questo modo, da solo in una prigione oscura.
In quarto luogo, in tutto questo c’è quell’ aspirazione dell’uomo di andare oltre sé stesso – il post e trans-umano – che, in effetti, denuncia quella dolorosa sensazione di fragilità e di incompiutezza che costitutivamente gli appartiene. Il bisogno di essere “salvato”, pur non sapendo come e, dunque, brancolando.
Infine, è l’irriducibile aspirazione all’immortalità che promuove, immanentizzandola, questa ricerca insensata della perfezione e della radicale immunità dalla malattia.
Domenico Galbiati