A Putin non resta che la forza bruta delle armi. Per questo non può fermarsi. A costo di non dare soddisfazione al variegato “carro dei tespi” dei putiniani d’Italia. I quali scommettevano sulla razionalità “chirurgica” del grande stratega, impegnato ad infliggere il definitivo colpo di piccone nientemeno che all’ultimo bastione del nazismo, rifugiatosi in Ucraina. Come se volesse aggiungere un’appendice post-datata alla “Grande Guerra Patriottica” ed insediare sé stesso nel Pantheon dei grandi padri della madrepatria.

Senonché Putin, come tutti i dittatori che scambiano la storia con la loro autobiografia e pensano di datarla dai loro giorni, si è mosso, evidentemente, secondo ben altri disegni. Sul fronte, infatti, delle motivazioni politico-strategiche che hanno, con ogni verosimiglianza, ispirato l’aggressione all’Ucraina ha già incassato una sonora sconfitta che solo il rumore delle armi può nascondere al suo popolo ignaro. Sostanzialmente ha mancato i tre obiettivi fondamentali che, sulla carta, secondo una cruda e cinica “ragion di Stato”, possono spiegare il suo gesto, ovviamente in dispregio ad ogni norma del più elementare diritto internazionale.

Voleva arrivare a Kiev in un baleno ed insediarvi, al posto di Zelenskj, un altro Lukashenko. Contava di stupire il mondo, dall’Occidente al sodale cinese, mostrando – “ferroignique”, come dicevano i condottieri di Roma, quella di una volta, s’intende – come la Madre Russia, vendicatrice dell’ imperialismo sovietico, tornasse da protagonista sulla scena. Ha dovuto ripiegare sul Donbass ed ora che si e’ rifatto i muscoli, rinsaldando l’abito mentale di quella violenza indiscriminata che evidentemente gli appartiene e fa tutt’ uno con la stessa efferata tecnica militare, già promette di attaccare ed invadere il restante territorio ucraino.

Voleva dividere l’ Europa ed anche qui ha fallito. Pur con qualche tormento di troppo, l’Europa si è compattata ed ha avviato un cammino critico di riscoperta delle proprie ragioni che potrebbe portarla finalmente vicino all’approdo dell’ unità politica. Anche su questo fronte, Putin, forse poco informato e mal consigliato, ma soprattutto catturato nella trappola della sua presunzione, ha sbagliato i conti. Ha messo a segno un’autorete clamorosa che forse perfino ad un leader sovietico, contornato dal suo Politburo, sarebbe costata cara. Il che, peraltro, la dice lunga sulla presa ferrea di Putin su un sistema di potere che sembra aver smarrito quel po’ di anticorpi di cui perfino un regime autoritario ha bisogno. A meno di consegnarsi alla cieca solitudine di un despota che, abbagliato dal suo stesso splendore, finisce, senza avvedersene in tempo, per incespicare nei suoi stessi passi.

Terzo obiettivo: voleva allontanare l’America dall’Europa e la NATO dai suoi confini ed ha ottenuto esattamente l’effetto contrario. Come dimostra la richiesta di Svezia e Finlandia – Paesi neutrali storicamente e culturalmente, ancor prima che in termini di schieramento – che, evidentemente, dal loro privilegiato osservatorio geo-politico, sentono di essere esposti ad una minaccia che potrebbe d’un tratto farsi concreta ed incombente, al punto che la loro vita civile ne soffre fin d’ora. E, d’altra parte, l’Europa – al di là del classico e tradizionale revanscismo che supporta la millantata “grandeur” francese ed a prescindere dalle inedite titubanze germaniche – pur in un quadro di rapporti che vanno oggettivamente ripensati, ha compreso che “europeismo” ed “atlantismo” non sono affatto antitetici, bensì necessariamente consonanti.

Ad ogni modo, dopo le parole dissennate pronunciate da Putin ieri l’altro, i putiniani d’ Italia – proprio in quanto non possiamo metterne in dubbio la buona fede – dovrebbero comprendere che siamo giunti al punto in cui il loro ruolo può essere prezioso per la pace che sta a cuore a noi tutti ed a loro in modo così particolare. E’ il momento che spendano il credito acquisito nei confronti del loro mentore, invitandolo davvero a piantarla lì. A meno che voglia perdere, per quel che vale ai suoi occhi, quel sostanziale consenso che fin qui gli hanno riservato. Sempre che ne siano capaci…

Domenico Galbiati