Pur senza drammatizzare e senza cadere in una lettura sopra le righe, non si può ignorare come si stiano accumulando, secondo una sequenza che si è fatta via via più incalzante nelle ultime settimane e negli ultimissimi giorni, una serie evidentemente non casuale di eventi, che sembrano portare alla luce un disegno ben più studiato di quanto non lasci intendere l’apparente caotico florilegio delle dichiarazioni di Trump.
L’attacco sprezzante all’Europa, la consonanza sempre più eclatante con Putin, l’abbandono dell’Ucraina al suo destino, il sostegno alla forze di estrema destra in Europa, addirittura l’individuazione di quattro Paesi, tra cui, ovviamente, l’Italia come quinte colonne invitate a sgretolare dall’interno la UE. Il ritorno in campo, sulla stessa lunghezza d’onda, di Elon Musk. Se vogliamo – ma staremo a vedere – la vendita dell’intera catena editoriale di Gedi ad un signore greco che, guarda caso, pare tenga la foto di Trump sul comodino. Da parte di un italiano (?) che evidentemente si chiama fuori dalla controversia politica sostenuta dai suoi organi di informazione nei confronti del nazional-governo di Giorgia Meloni.
Affari, solo affari, nient’altro che affari. “Affari”, del resto, è la cifra dominante della politica di Trump e, quindi, la chiave di accesso per chi voglia entrare nella costellazione dei suoi astri. Il nostro Paese è nel cuore della vicenda.
Del resto, l’Italia, grazie al suo sghembo sistema politico, è l’anello più debole della catena.
Il bipolarismo è talmente fuori luogo per un Paese come il nostro, da far sì che, oltre a produrre i danni di una contrapposizione feroce, riesca, perfino, a ritorcersi contro se stesso. Fino ad inciampare, in ambedue i poli, in gravi contraddizioni interne, su un piano di capitale rilievo qual è la politica estera. Incrociando malamente le rispettive defezioni, fino alla formazione di un asse Lega-Movimento5 Stelle che diventa una sorta di un partito trasversale “filo trumpiano” e, ad un tempo “putiniano”, sovrapposto ai due poli e potenzialmente capace di incepparli. Non succederà a destra, dove un’altra volta Salvini metterà la coda tra le gambe e voterà il decreto per il sostegno all’Ucraina. Mentre a sinistra, se pur ce ne fosse stato bisogno, le recenti dichiarazioni di Conte gettano una pietra tombale, una volta per tutte, sul “campo largo o aperto” che sia. O meglio, se pur tale disegno fosse confermato, sulla credibilità risibile che potrebbe vantare nei confronti degli elettori.
Addetti al soglio di Trump e filoputiniani ce n’è dappertutto ed, anzi, qualcuno riesce ad essere contemporaneamente servo di due padroni. Rendiamoci conto che, al di là della narrazione “meloniana”, che molti trovano ancora convincente, siamo un Paese fragile e che ha perso la bussola. Giorgia Meloni sta chiaramente privilegiando il ruolo politico e di adesione ideologica che la attrae progressivamente nella scia di Trump e della sua “dottrina” autocratica trans-nazionale, rispetto al compito istituzionale di Capo di un governo che, rispettoso dell’interesse generale del paese, dovrebbe a tutti i costi concorrere ad un comune e forte disegno europeo.
Non si tratta di accusare nessuno di finalità espressamente perverse nei confronti del nostro ordinamento democratico. Anzi, è giunto il momento in cui, reciprocamente, ognuno dovrebbe concedere ad ogni altro suo interlocutore, compresi gli avversari, l’onore della buona fede. Se non si fa così, non si aprono spazi di reale confronto in una fase delicatissima che andrebbe affrontata dall’Italia, su un piano di lealtà reciproca e di verità, pur nel dissenso. Piuttosto che alimentando, anche a fronte del quadro internazionale, quella reciproca delegittimazione che contraddistingue i due poli in ordine alle vicende interne.
Anche perché succede talvolta che i “regimi” nascano forsanche a dispetto, cioè non tanto o non solo da un orientamento deliberato in tal senso, ma da derive che una volta innescate si rivelano inarrestabili, perfino a prescindere dalle buone intenzioni.
Domenico Galbiati