“Nessuno è chiamato a scegliere se essere in Europa o nel Mediterraneo, perché l’Europa intera è nel Mediterraneo”, lo affermava il Presidente Moro, guardando alla doppia vocazione atlantica e mediterranea del Vecchio continente.
In nessun modo, l’Europa può esaurirsi nel solo asse Franco-tedesco. Sarebbe come se, dal punto di vista della storia del pensiero, dovesse risolversi nella parabola che corre dall’illuminismo francese all’idealismo tedesco. Scordando che le fonti della sua identità storica e culturale sono greco-romane e giudaico-cristiane, cioè originate da civiltà ed eventi, nati sulle sponde del Mediterraneo. Lo stesso mare che bagna il litorale di Gaza.
In quell’angolo cruciale del mondo dove, appena più in là, tra il Tigri e l’Eufrate, sono nate le primissime civiltà, dove hanno le loro radici i tre monoteismi, dove si danno appuntamento tre continenti e dove, tuttora, insiste il più grave focolaio di conflitti e di guerre aperte, che da lì irradiano una tensione, che, senza soluzione di continuità, investe l’intero scacchiere delle relazioni internazionali.
Anche sul conflitto israelo-palestinese, l’Europa è afona, a maggior ragione perché, sostanzialmente priva di una politica mediterranea, non ha quella più vasta cornice di relazioni e di riferimenti, che le consentirebbe di far sentire la sua voce in modo unisono, chiaro ed autorevole. Né , ovviamente, bastano, a tale proposito, i balbettii del cosidetto “Piano Mattei”.
Per l’Europa è il momento di osare.
Tenendo presente che il decorso storico, lo sviluppo del pensiero filosofico, dell’arte e della scienza, il modello di civiltà, i sentimenti di fratellanza, di solidarietà, di coesione sociale, la coscienza religiosa e la ricerca teologica, i valori della libertà e della giustizia, che una vasta comunità di popoli ha elaborato e costruito nel tempo, rappresentano il suo destino. Le assegnano, cioè, lo sappia o meno, lo voglia o meno, un compito, una responsabilità, una funzione cui non può sottrarsi.
Del resto, l’Europa, secondo lo stesso sentimento dei suoi padri fondatori, comincerà ad essere compiutamente se stessa e finalmente esisterà davvero solo quando saprà “andare oltre”. Se, cioè, sarà in grado di proiettarsi al di là dei suoi confini ed esercitare, nei confronti della collettività internazionale, quel ruolo di ritrovata concordia e di pace tra i popoli che erano e sono tuttora nei presupposti della sua fondazione.
Un’Europa che non sapesse onorare questo compito che la sua stessa storia le conferisce, sarebbe destinata a concepire le stesse glorie del suo passato come un freno, un versante su cui masticare amaro ciò che ancora divide. Solo uno sguardo comune, proiettato sul futuro che ci attende, ci permetterebbe di superare questa colpevole inerzia.
E’, dunque, il momento di avviare una iniziativa diplomatica forte che lo stesso governo italiano dovrebbe sollecitare e pretendere.
Domenico Galbiati