Ogni alba presuppone un tramonto. Ne l’alba compare se il tempo si arresta nella luce crepuscolare ed incerta della notte che incombe. Mettiamoci una pietra sopra, finiamo davvero ed una volta per tutte di elaborare il lutto ed andiamo avanti.
E’, ad un tempo, l’augurio e l’invito che ce la sentiamo di rivolgere a movimenti ed altri attori, personaggi ed interpreti di un “mondo” cattolico che – in quanto tale – non c’è più e non da oggi. Rischiamo di restare inceppati nella coda accidiosa di un bisticcio che, lo si creda o meno, nasce tuttora da una aspirazione serpeggiante e mai sopita – neppure quando venga negata, come vivesse in una sorta di insuperabile inconscio collettivo – orientata all’unità politica dei cattolici.
Perché nessuno fraintenda, segnalo che, su queste pagine, di quel che pensiamo dell’ origine e delle fonti della cultura politica di Giorgia Meloni, nonché del suo orientamento, del suo governo, dei cattolici che lo sostengono o vi concorrono, e, da ultimo, delle considerazioni che ha riservato ai cattolici ed ai temi che loro stanno più a cuore, a Rimini, non abbiamo mai fatto mistero, in modo franco ed aperto, esplicito e perfino crudo. Ciò non di meno, per quanto concerne le piu’ recenti “esternazioni” non ci sembra importante sapere se siano tutte farina del suo sacco oppure se, come sembra adombrare Rosy Bindi, siano un compito che le è stato dettato. Non è qui il punto. Né lo è il suo vero o presunto concorso a dividere i cattolici.
Ci hanno pensato da soli – eccome se ci hanno pensato – e ci hanno messo mano in tanti. I cattolici dentro il partito e quelli fuori. Da una parte e dall’altra. Non ultimi, esponenti di movimenti ecclesiali che, dall’ una e dall’altra parte, superato – e giustamente – l’antico “collatelarismo”, hanno preso a guardare ai “democristiani” – quasi, per definizione, fossero politicanti e faccendieri – con toni di pudibondo sospetto, se non, addirittura, con un pizzico di derisione o punte di malcelato disprezzo. Non solo per i “mariuoli” che pur ci sono stati, ma anche, in definitiva, per le decine di migliaia di amministratori e responsabili politici locali, le centinaia di migliaia e più di militanti che, per decenni, hanno innervato e quotidianamente interloquito con gli ambienti di lavoro, le categorie economiche e produttive, i corpi intermedi, le classi sociali, le mille forme comunitarie di volontariato e di impegno solidale, concorrendo ad incardinare molte di queste realtà, in termini rigorosamente politici, non a chiacchiere, nei rispettivi territori.
Da una parte, con il sussiego di chi, avendo incontrato Cristo ed essendo, quindi, gia’ “salvato”, può osare tutto e di più. Quasi che la fede, piuttosto che un dono da nutrire nell’ umiltà del cuore, sia una sorta di conquista personale da esibire sui gagliardetti, ostentando orgogliosamente la propria, particolare “diversità”. Dall’altra parte con la supponenza del vezzo pedagogico e quel tocco di superiorità morale che i cattolici adulti, adusi all’aria rarefatta ed alle alte sfere della “formazione delle coscienze”, possono permettersi nei confronti di chi traffica con il bieco potere. Orientamenti differenti, ma accomunati dal condiviso accorrere alla greppia del consenso elettorale che solo la vituperata Democrazia Cristiana sapeva ancora garantire, anche a chi, godendone i frutti, pur in cuor suo ne alimentava una considerazione sprezzante.
A noi piace pensare che, oggi, la pluralità delle opzioni politiche dei cattolici – ed abbiamo spiegato piu’ volte perché – non vada considerata una dissipazione, essendo, al contrario, una ricchezza. E, peraltro, non sia dovuta alla cosiddetta “diaspora”, succeduta alla conclusione del ciclo storico della Democrazia Cristiana. Non, insomma, a dinamiche – compresa qualche comprensibile miseria personale – degne della cronaca, ma non della storia. Ma piuttosto sia frutto di un processo storico di altra portata e di ben piu’ lungo corso.
Come osservava Mino Martinazzoli, la religione è universale e la politica particolare. Ora, se è ben vero che il meno ci sta nel più, non e’ altrettanto vero il contrario. Ne consegue che, ove si assuma, di comprimere l’ universale e stiparlo nello spazio ristretto e circoscritto del particolare, prima o poi quest’ultimo esplode e disperde attorno schegge, segmenti, brandelli e detriti non piu’ componibili. Ammesso, insomma, come non esista piu’ il cosidetto “mondo cattolico”, inteso come una sorta di architettura strutturata ed organica, nella quale ogni parte evoca le altre e ad esse, funzionalmente, rinvia, si tratta di entrare in una fase nuova e di viverla con impegno e con fiducia.
Assumendo, nel tempo della “grande trasformazione” che stiamo attraversando, anzitutto, un compito di verità, ben prima che non un ruolo di potere.
Il nostro Paese ha bisogno di ritrovare una speranza e di tornare a credere, con rinnovata fede, che le cose del mondo, le vicende della storia, la vita di ognuno, anzitutto, abbiano in sé l’inalienabile ricchezza di un senso compiuto. Peraltro, consapevoli e convinti che, in tutto ciò, la politica abbia gran parte.
Domenico Galbiati