L’8 giugno 2026 rischia di diventare una data simbolica nella storia della costruzione europea. Non perché sia stato firmato un trattato, né perché sia scoppiata una crisi diplomatica, ma perché in quel giorno Francia e Germania hanno preso atto del fallimento di uno dei più ambiziosi programmi industriali e strategici concepiti nel continente dopo la fine della Guerra Fredda. Doveva essere il successore del Rafale e dell’Eurofighter e rappresentare l’arma aerea del futuro, oltre che una risposta alle sfide tecnologiche americane, cinesi e russe.

Lo SCAF, il Sistema di Combattimento Aereo del Futuro, avrebbe dovuto rappresentare la dimostrazione concreta che l’Europa era finalmente in grado di dotarsi di una propria autonomia militare e tecnologica. Dopo quasi un decennio di negoziati, rinvii, dispute industriali e incomprensioni politiche, quel progetto si è invece trasformato nell’emblema delle difficoltà che ancora impediscono all’Unione Europea di parlare una vera lingua strategica comune.

Quando Emmanuel Macron e Angela Merkel presentarono il programma nel 2017, il contesto internazionale appariva profondamente diverso da quello odierno. L’elezione di Donald Trump aveva sollevato dubbi sulla solidità della protezione americana nei confronti dell’Europa, la Brexit stava modificando gli equilibri interni dell’Unione e la crescente assertività di Russia e Cina spingeva molte cancellerie a interrogarsi sul futuro della sicurezza continentale. In quel clima nacque l’idea di sviluppare un sistema d’arma destinato a sostituire il Rafale francese e l’Eurofighter tedesco e spagnolo, un velivolo di sesta generazione capace di operare insieme a droni autonomi, reti digitali avanzate e sistemi di combattimento integrati.

L’ambizione era enorme. Non si trattava semplicemente di costruire un nuovo aereo da combattimento, ma di creare il simbolo della sovranità europea nel settore più delicato della tecnologia militare. Lo SCAF avrebbe dovuto dimostrare che l’Europa era in grado di competere con gli Stati Uniti, la Cina e le altre grandi potenze industriali senza dipendere da fornitori esterni. Per molti osservatori rappresentava il banco di prova definitivo della cosiddetta autonomia strategica europea, concetto che da anni occupa il centro del dibattito politico continentale.

La vicenda ha però dimostrato che le difficoltà dell’Europa non risiedono nella mancanza di risorse economiche o di competenze tecnologiche. Francia e Germania dispongono di industrie aerospaziali tra le più avanzate del mondo, di centri di ricerca all’avanguardia e di capacità finanziarie adeguate a sostenere programmi estremamente complessi. Il problema si è rivelato essenzialmente politico.

Dietro le dispute apparentemente tecniche tra Dassault Aviation e Airbus Defence & Space si nascondevano infatti due diverse concezioni della sovranità. La Francia considerava naturale affidare la leadership del programma a Dassault, forte dell’esperienza accumulata nella progettazione del Mirage e del Rafale. Per Parigi, il nuovo velivolo avrebbe dovuto incorporare alcune delle competenze più sensibili della propria industria militare, comprese quelle legate alla deterrenza nucleare nazionale. La Germania, dal canto suo, riteneva inaccettabile sostenere finanziariamente un programma senza esercitare un’influenza proporzionata sulle sue scelte fondamentali. Berlino chiedeva una gestione realmente condivisa, sia sul piano industriale sia su quello tecnologico.

Questa divergenza non è mai stata realmente superata. Ogni fase del progetto ha visto emergere nuove tensioni riguardanti la proprietà intellettuale, la distribuzione delle attività produttive, il controllo dei software e la definizione delle responsabilità operative. Le trattative si sono progressivamente trasformate in un confronto tra interessi nazionali difficilmente conciliabili. Ciò che inizialmente appariva come una normale dialettica tra partner industriali è diventato col tempo uno scontro sulla leadership della futura difesa europea.

La guerra in Ucraina ha ulteriormente aggravato la situazione. L’invasione russa del 2022 ha riportato la sicurezza al centro delle priorità continentali, ma ha anche evidenziato la dipendenza europea dalle tecnologie americane. Numerosi Paesi hanno accelerato l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi, in particolare degli F-35, considerati immediatamente disponibili e pienamente interoperabili con la NATO. La stessa Germania ha scelto questa strada per una parte significativa del proprio riarmo. In tale contesto, un programma destinato a produrre risultati soltanto nel corso degli anni Quaranta del XXI secolo ha inevitabilmente perso parte della sua urgenza politica.

Nel frattempo è cresciuto il peso di un progetto concorrente, il GCAP, sviluppato da Regno Unito, Italia e Giappone. Mentre lo SCAF accumulava ritardi, il programma anglo-italo-giapponese ha mostrato una maggiore capacità decisionale e una più chiara definizione degli obiettivi industriali. Il confronto tra i due modelli è diventato inevitabile e ha finito per mettere ulteriormente in evidenza le difficoltà del partenariato franco-tedesco.

Il fallimento dello SCAF rappresenta dunque molto più di una battuta d’arresto industriale. Esso rivela i limiti strutturali dell’attuale progetto europeo nel settore della difesa. Da anni i leader del continente parlano della necessità di rafforzare la capacità autonoma dell’Europa, ma ogni volta che si tratta di trasferire quote concrete di sovranità emergono resistenze profonde. La cooperazione procede finché riguarda dichiarazioni politiche e principi generali; diventa molto più complessa quando entrano in gioco tecnologie strategiche, posti di lavoro, interessi industriali e prestigio nazionale.

La vicenda dimostra anche che Francia e Germania, pur rappresentando il motore politico dell’Unione Europea, continuano a possedere culture strategiche differenti. La Francia conserva una tradizione di autonomia militare costruita attorno alla propria forza nucleare e alla capacità di proiezione globale. La Germania rimane fortemente legata alla dimensione multilaterale e all’integrazione all’interno della NATO. Queste differenze non sono semplici sfumature. Esse influenzano il modo in cui i due Paesi concepiscono il ruolo della forza militare, la gestione delle alleanze e la natura stessa della sovranità.

Per questa ragione il naufragio dello SCAF assume un valore simbolico che supera ampiamente il settore aeronautico. Esso pone una domanda destinata a segnare il futuro dell’Europa: è possibile costruire una vera autonomia strategica senza una comune visione politica della sicurezza? La risposta fornita dagli eventi degli ultimi anni appare tutt’altro che rassicurante.

Paradossalmente, il momento in cui l’Europa avrebbe maggiore bisogno di una capacità industriale indipendente coincide con una crescente frammentazione dei suoi grandi programmi comuni. La guerra alle porte del continente, l’incertezza delle future relazioni transatlantiche e l’ascesa di nuove potenze globali avrebbero richiesto un salto di qualità nell’integrazione strategica. Invece, il progetto che avrebbe dovuto incarnare quella trasformazione si è arenato proprio sulle rivalità che avrebbe dovuto superare.

Lo SCAF non verrà ricordato soltanto come un aereo mai costruito. Verrà ricordato come il simbolo di un’ambizione europea rimasta incompiuta. Perché la tecnologia necessaria a realizzarlo esisteva. I capitali necessari erano disponibili. Le competenze industriali non mancavano. Ciò che è mancato è stato qualcosa di più difficile da produrre di un motore aeronautico o di un radar di nuova generazione: una volontà politica condivisa.

In questo senso il fallimento dello SCAF racconta una verità che l’Europa continua a rinviare. La sovranità strategica non nasce dalla somma delle eccellenze nazionali. Nasce dalla capacità di trasformare interessi diversi in un progetto comune. Finché questo passaggio non verrà compiuto, ogni discorso sull’autonomia strategica europea rischierà di restare sospeso tra l’ambizione e l’illusione.

Edoardo Almagià

 

 

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