Nel pieno del clamoroso scontro che ebbe nel 1987 con Pippo Baudo- reo di aver fatto sciorinare in prima serata al rampante Beppe Grillo una fustigante ironia sui socialisti “ladri”- il Presidente della Rai, Enrico Manca, disse una verità: quella di Baudo è una televisione “nazional popolare”. Per poi precisare che la sua era una espressione volutamente dispregiativo e che rovescia a il concetto gramsciano del nazionale popolare. E così rovesciare il concetto di “nazional popolare” valorizzato da Antonio Gramsci per la cultura e il modo di informare e comunicare.
E così, per giorni, il Paese si divise, soprattutto sui giornali, tra quanti il “nazional popolare” volevano e quelli – tra cui anche eminenti commentatori di oggi – che non volevano perdere i favori di Bettino Craxi. Oltre che di una parte della politica, interna ed internazionale – e connessi interessi economici – intenzionati a superare il duopolio dc – pci che, sostanzialmente, segnava tempi e contenuti della vita della politica e delle istituzioni da decenni.
Pippo Baudo faceva una televisione che, nella parte del cosiddetto intrattenimento – che poi era ciò che assicurava le più grandi entrate pubblicitarie e, dunque, rendeva forte la Rai- interpretava con grande maestria, e con quel modo colto che Enzo Arbore gli ha riconosciuto commentandone la scomparsa, la divisione del “controllo” della comunicazione e dello spettacolo di allora. Se il mondo dell’economia e liberal conservatore gestiva – come del resto oggi – la stampa e ai comunisti era riconosciuta la supremazia nel campo editoriale e del cinema, alle varie sfaccettature del mondo cattolico era stata sostanzialmente lasciata la preminenza radio televisiva. E questo grazie, in particolare, a Rai Uno – di cui Baudo era di fatto il volto più eminente- e al Tg1 di gran lunga il telegiornale meglio fatto. E tutto questo garantendo, in ogni caso, quel pluralismo della Rai che oggi non esiste più.
Con la Legge Mammì del ’91 si concluse un processo di mutazione poco prima che tutto saltasse con il cosiddetto passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica e all’ avvento di Silvio Berlusconi. E progressivamente il sistema televisivo da nazionale e popolare si trasformò: in un qualcosa di più populista invece che popolare, e molto meno nazionale visto come furono rotti gli argini a favore sempre più di un modo di fare televisione e dell’introduzione di contenuti che di italiano avevano solo il modo di scimmiottare ed assorbire acriticamente una visione del mondo oggettivamente più rozza e volgare com’è molta televisione americana.
Pippo Baudo, così, si trovò superato dai tempi e dai nuovi rapporti di potere emersi in politica e nel mondo televisivo. Nel ricordarlo non possiamo non constatare quanto quel suo smarrito sapore “nazional popolare” oggi sarebbe utile e necessario.
Dopo la sua scomparsa è stato facile per molti sorvolare su tutto ciò e farci ascoltare le solite frasi di circostanza. Anche da parte di chi, nato e pasciuto nella stessa Rai “nazional popolare” di Baudo, è passato nel campo opposto senza soluzione di continuità rinnegando la funzione positiva che quella Rai aveva svolto per oltre quarant’anni.
Giancarlo Infante