C’è un paradosso che attraversa il Sudafrica contemporaneo e che, da solo, racconta il fallimento di una promessa politica. È il Paese che ha sconfitto l’apartheid, che ha fatto della riconciliazione il proprio manifesto morale e della dignità umana il proprio patrimonio universale. Eppure è anche il Paese africano in cui gli immigrati africani vengono sempre più spesso considerati il nemico.

È un cortocircuito della storia

Da decenni migliaia di persone attraversano i confini provenendo dallo Zimbabwe, dal Mozambico, dal Malawi, dalla Nigeria, dall’Etiopia e da altri Stati del continente. Fuggono da crisi economiche, instabilità politiche o semplicemente cercano quella che, almeno sulla carta, rimane l’economia più avanzata dell’Africa. Arrivano nel Paese che, per ricchezza, infrastrutture e capacità produttiva, continua a rappresentare un’eccezione nel panorama africano. Ma anziché trovare una terra di opportunità, incontrano una società sempre più ostile, attraversata da esplosioni di violenza xenofoba, campagne politiche contro gli stranieri e una crescente convinzione che siano proprio loro la causa delle difficoltà del Paese. Naturalmente non lo sono.

Le radici della crisi sono molto più profonde e affondano nella parabola incompiuta del Sudafrica democratico 

Nel 1994 la fine dell’apartheid aveva acceso aspettative enormi. La vittoria di Nelson Mandela non rappresentava soltanto la caduta di un regime razzista; sembrava inaugurare una nuova stagione in cui libertà politica, crescita economica e giustizia sociale avrebbero finalmente camminato insieme. La “nazione arcobaleno” era molto più di uno slogan: era l’ambizione di costruire uno Stato capace di trasformare la memoria della discriminazione in una cultura dell’inclusione.

Trent’anni dopo, quella promessa appare profondamente incrinata

La democrazia ha garantito diritti e libertà, ma non ha eliminato le enormi fratture economiche. Il Sudafrica continua a essere uno dei Paesi più diseguali del mondo. La disoccupazione giovanile resta drammatica, la criminalità elevata, la corruzione ha eroso la credibilità delle istituzioni e i servizi pubblici faticano a rispondere ai bisogni di una popolazione che vede restringersi le proprie prospettive. Milioni di persone vivono ancora nelle township nate durante l’apartheid, mentre una parte consistente della ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi.

Quando uno Stato non riesce a mantenere le promesse della propria rivoluzione, la ricerca di un colpevole diventa quasi inevitabile. È il meccanismo universale del capro espiatorio.

Gli immigrati sono i bersagli perfetti. Sono visibili, spesso privi di tutela politica, facilmente identificabili. Diventano così i responsabili della disoccupazione, della pressione sui servizi pubblici, dell’aumento della criminalità, persino del degrado urbano. È una narrazione semplice, emotivamente efficace e politicamente redditizia. Peccato che spieghi poco e risolva ancora meno.

Dietro questa ostilità si nasconde anche un altro elemento, meno evidente ma decisivo

Per una parte della sua storia moderna, il Sudafrica ha vissuto quasi separato dal resto del continente. Prima il dominio coloniale, poi il lungo isolamento internazionale imposto dall’apartheid, infine il suo sviluppo economico relativamente superiore hanno contribuito a creare un’identità nazionale fortemente distinta. Molti sudafricani si percepiscono come appartenenti a una realtà diversa dal resto dell’Africa, quasi un’eccezione africana più che una sua naturale espressione.

È una provocazione, ma contiene una parte di verità affermare che il Sudafrica conosca poco l’Africa. Ne condivide la geografia molto più della coscienza storica. Gli immigrati provenienti dai Paesi vicini non vengono percepiti come membri di una stessa comunità continentale, bensì come concorrenti in una lotta quotidiana per lavoro, case e servizi sempre più scarsi.

Il sogno panafricano si dissolve così davanti alle paure della vita quotidiana, ma sarebbe troppo facile attribuire tutto alle difficoltà economiche. Esiste infatti una crisi ancora più profonda: quella della classe dirigente nata dalla liberazione.

Il movimento che guidò la lotta contro l’apartheid ha governato il Paese per oltre tre decenni. Quella generazione ha avuto il merito storico di conquistare la democrazia, ma ha faticato a costruire un ricambio politico all’altezza delle nuove sfide. Il prestigio della liberazione è diventato, in molti casi, una legittimazione permanente del potere. Il risultato è una leadership spesso percepita come incapace di rinnovarsi, di affrontare con decisione la corruzione, di modernizzare lo Stato e di offrire ai giovani una prospettiva diversa da quella dei propri padri.

La liberazione è rimasta il principale capitale politico anche quando non bastava più a governare il presente

Su questo terreno si è inserito un altro fenomeno che rende il quadro ancora più delicato: il crescente peso del nazionalismo identitario zulu. Nato come espressione culturale e comunitaria, esso ha assunto negli ultimi anni una dimensione sempre più politica, alimentando un linguaggio in cui appartenenza etnica, rivendicazione sociale e difesa degli interessi locali tendono a sovrapporsi. In un contesto di forte insicurezza economica, questa narrazione trova consenso perché offre un’identità forte e un nemico riconoscibile. Contestarla diventa difficile, non soltanto per ragioni elettorali, ma perché viene facilmente interpretato come un attacco alla comunità stessa.

Così la competizione politica rischia di trasformarsi progressivamente in competizione identitaria: questo è forse il vero scacco della società post-apartheid.

Non l’aver sconfitto il razzismo istituzionale, impresa storica che resta una delle più grandi conquiste del Novecento, ma non essere riuscita a costruire uno Stato altrettanto capace di produrre crescita, uguaglianza e fiducia. La libertà politica è stata conquistata; quella economica e sociale rimane largamente incompiuta.Ed è proprio nelle promesse incompiute che prosperano il nazionalismo, la xenofobia e la ricerca del diverso da accusare.

Il paradosso è amaro. Il Paese che aveva insegnato al mondo come abbattere i muri della segregazione oggi rischia di costruirne altri, meno visibili ma non meno pericolosi. Non più tra bianchi e neri, bensì tra cittadini e stranieri, tra chi appartiene e chi viene escluso.

La storia del Sudafrica dimostra così una verità che vale ben oltre i suoi confini. Nessuna democrazia vive soltanto di memoria. Nessuna rivoluzione può nutrirsi all’infinito del prestigio dei suoi eroi. Quando il buon governo lascia il posto all’inerzia, quando le istituzioni smettono di offrire opportunità e la speranza si consuma senza produrre risultati, la politica finisce quasi sempre per sostituire le soluzioni con i colpevoli.

E allora il bersaglio diventa chi è più debole, più povero, più solo. Anche se parla la stessa lingua della sofferenza. Anche se arriva dallo stesso continente. Anche se, in fondo, porta con sé la stessa storia di privazioni che il Sudafrica aveva promesso di non dimenticare mai.

Edoardo Almagià

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