La vicenda degli Stati Generali ha rilanciato il tema del cosiddetto “partito di Conte”. Il partito di Conte, un po’ come l’ “isola che non c’è” di  Peter Pan e di Edoardo Bennato.
“E a pensarci, che pazzia
È una favola, è solo fantasia.
E chi è saggio, chi è maturo lo sa
Non può esistere nella realtà’”.
Oltretutto, per arrivarci, dopo la “seconda stella”, bisognerebbe prendere a destra.
Beninteso, il partito di Conte, come quello di Monti, a suo tempo, o di qualunque altro capo transeunte, carismatico o meno che sia. Persone che, sia chiaro, meritano rispetto. Ed anche riconoscenza, perfino a prescindere dal giudizio sui contenuti delle rispettive politiche. Tanto più – per certi aspetti può valere perfino per Monti, ma sicuramente per Conte – quando si tratta di soggetti, presi di sana pianta dal mondo accademico – verrebbe da dire dalla strada – e sbattuti, dalla sera alla mattina, a Palazzo Chigi a gestire frangenti delicatissimi, addirittura drammatici della vita del Paese. In casi del genere siamo sul piano di “aggregati elettorali” per quanto possano essere niente affatto disprezzabili, nella contingenza di un certo, particolare frangente storico.
Tutti, peraltro, dobbiamo aver rispetto delle parole e chiarire che significato effettivo attribuiamo loro. Anche intenderci sul lessico, vuol dire cercare di introdurre qualche momento di verità in un confronto politico rattrappito su posizioni pregiudiziali. Tanto per sapere, quando ricorriamo a determinati termini, se stiamo parlando esattamente della stessa cosa o meno.
“Partito”, ad esempio – qualunque cosa ne dica chi spregia la politica oppure crede di mostrarsi “a’ la page” predicandone l’antitesi – è una parola seria e, se vogliamo assumerla secondo il significato storicamente consolidato dall’uso che ne abbiamo fatto, almeno da due secoli a questa parte, sta ad indicare una forma organizzata di presenza politica attiva che rimanda sostanzialmente ad una “filosofia”, ad una interpretazione del cammino dell’umanità, della civiltà, della storia, delle attese, del domani che ci e’ dato da costruire.
Che poi questo si esprima in un concerto di principi e di criteri, sia pure rigoroso, ma tale da configurare un sistema aperto che si interfaccia continuamente con il divenire degli eventi, così da affinare ed arricchire progressivamente la sensibilità degli assiomi da cui prende le mosse oppure nelle forme preordinate e chiuse di una ideologia, non toglie che, nell’uno o nell’altro dei due casi, ad un partito corrisponda una “visione” del mondo, una cultura che si è progressivamente stratificata nel tempo, nella quale si sono via via aggregate esperienze di vita e di popolo.
In altri termini, la politica attiva, come la si vive in un partito, la si potrebbe definire come una “dottrina vissuta”, cioè un punto di incontro tra un’idea, un principio ordinatore che orienta un’azione, che, a sua volta, non è niente di asettico o di accademico, bensì una “esperienza” di vita, qualcosa che attinge, ad un tempo, dalla ragione, dalla convinzione morale, ma anche dalla passione civile, dal sacrificio di altre cose, di altre opportunità che la politica può richiedere.
Del resto, se l’etimologia allude alla parte, la funzione rinvia necessariamente all’interesse collettivo. Insomma, un partito non è un giocattolo, un jolly o un asso nella manica da sfoderare al momento giusto. È una cosa viva, fatta di persone vere. Ha una storia. È una storia.
Qualcuno, più di uno, potrà dire che questa è una visione miope o strabica, che, tanto per cominciare, non tiene conto delle degenerazioni cui i partiti sono andati incontro. Ed è vero, ma solo per un verso. Altri diranno che si tratta di una logica ingenua e di altri tempi. Ed anche qui può essere vero in un senso, ma non in un altro. Perché è necessario che vi sia un luogo in cui la partecipazione non sia solo riflessione personale o esortazione oppure, tutt’al più impegno sociale, bensì un modo per entrare direttamente “in medias res”, assumere un impegno, accettare una responsabilità personale, condividere un orizzonte comune, a costo di sacrificare la specificità di un proprio singolare modo di vedere.
Ma perché la partecipazione non sia effimera ed occasionale, frammentata e saltuaria, non basta che si riferisca ad una forza che si limiti ad una dimensione meramente empirica o, sia pure, si identifichi in un programma.
La partecipazione, al contrario, e’ effettiva in quanto “adesione” ad un principio di fondo, ad una cultura politica.
Altrimenti, dalla cosiddetta società liquida non se ne esce.
Una volta, i partiti attestavano, nel loro stesso nome, la cultura di appartenenza. Poi siamo passati alla fase botanica e floreale e, ancora oltre, sono comparse denominazioni del tutto opache, come succede ogni qual volta una certa parola tradotta nel suo contrario, anziché segnalare un’antitesi che, nell’opposizione polare dei termini, rafforza entrambi, indica piuttosto una condizione non praticabile.
Altri ancora sosterranno che forze del genere possono esistere solo nel contesto razionale ed organico della cosiddetta modernità.
In effetti, ne ha tanto più bisogno un tempo slabbrato, eppure da ricondurre ad una ricomposizione dei mille segmenti in cui pare disarticolarsi.

Domenico Galbiati