Ha fatto bene Il Domani d’Italia a pubblicare un breve, ma intenso e convergente scambio di opinioni intercorso tra Giuseppe Ignesti e Alessandro Comola ( CLICCA QUI ). La questione è quella della possibile consistenza di un nuovo partito che nasce quale espressione della ripresa di un’iniziativa politica dei cattolici democratici e popolari.

“In pochi? In tanti? E’ un problema serio, ma al tempo stesso è un falso problema?”. Queste le domande e la risposta di Ignesti. Egli, avendo studiato il Partito Popolare di Sturzo, e la sua fine, è in grado di mettere sui piatti della bilancia sia le valutazioni di quanti trasformano le competizioni elettorali in vere e proprie partite di calcio, tutte ridotte al solo risultato finale, sia la riflessione che il mondo è mosso dalle idee e non solo dai voti, senza per questo sottovalutare quanto questi finiscano per avere la loro importanza.

Spontaneo il chiedersi se conti di più, anche in politica, la quantità o la qualità. Ugo La Malfa, sapendo ovviamente quale mondo fosse in grado di rappresentare il suo Partito Repubblicano, portò sempre la voce importante di quello che definiva un “piccolo partito di massa”.

Ovviamente, nessuno dimentica che quando si parla di elezioni la questione dei voti raccolti non è cosa da poco. L’incapacità a richiamare il consenso può costituire una cartina tornasole di un progetto messo male in arnese, dalla scarsa credibilità, dalla mancanza di sintonia con il pensare e gli interessi del corpo elettorale, rivelarsi rivelatrice di una carente analisi sull’equilibrio da assicurare alla forza del pensiero espresso e a tutte quelle cose “pratiche” che la politica richiede:  individuazione dei gruppi sociali di riferimento, messaggio chiaro e percepibile, organizzazione sul territorio e, oggi, possibilità di essere presenti nei ben più numerosi ambiti in cui dev’essere sviluppata la comunicazione rispetto al passato, quando si affidava tutto ai manifesti, al volantinaggio ai comizi e al porta a porta. Poi, sono arrivate le televisioni e il web.

In realtà, se il partito territoriale, quello delle sezioni di una volta, è di fatto superato, anche quello digitale, in Italia e nel resto del mondo, è tutto ancora da venire e costituisce solo uno dei ben più ampi sistemi di circolazione di idee e d’informazioni cui dev’essere finalizzata la capacità di persuasione.

Indubbiamente, così, si pone pure il problema delle risorse finanziarie. Alcuni s’illudono che basti trovare dei finanziatori ( sì, ma sulla base di cosa: mecenatismo, interessi personali o d’azienda?) per dare vita a un partito. Non è vero invece che, al contrario, una buona e consolidata proposta politica possa richiamare risorse e sollecitare un ampio autofinanziamento? Magari, come ciò che sempre più si sta sviluppando negli Stati Uniti, vedi le elezioni di Obama, ma anche quelle di Trump, dove Internet diventa un collettore in grado di raccogliere milioni di piccoli finanziatori che inviano  pochi loro averi per sostenere una linea politica.

Le complessità dinanzi alle quali si trovano soprattutto nuove entità politiche intenzionate a muoversi in autonomia ci hanno portato finora a non gettarci in quelle che si sono rivelate delle vere e proprie “avventure” elettorali. Com’è stato nel caso delle elezioni europee dell’anno scorso, delle suppletive nel primo collegio di Roma e delle elezioni regionali di questa stagione.

Certo, è importante issare una bandierina, ma il limitarsi a questo e il continuo ricorrere ad essa senza essere in grado di superare lo zero virgola stanno solo a dimostrare l’incapacità di allestire un progetto organico e credibile. L’esperienza degli ultimi 25 anni dice che non basta “rispolverare” un vecchio simbolo per assicurare automaticamente chissà quale risultato.

Non sono state di poco conto l’incapacità a presentare una credibilità diffusa, la continua assenza di una proposta programmatica, lo stentare a mostrare facce nuove e finire così con l’apparire, tutti questi tentativi, legati a qualcuno che si ostina solamente a voler riprendere un posto in Parlamento.

Molti amici che da tempo si dicono desiderosi di dare vita alla presenza di un partito d’ispirazione cristiana non mettono nel conto quanto il “logorio” della propria immagine, frutto del loro continuo ripresentarsi in ogni occasione, senza offrire un progetto davvero attrattivo, contribuisca a rendere ancora più difficile raggiungere l’obiettivo perché poco disponibili a muoversi in una esclusiva logica di servizio a favore di gente nuova.

Non aiuta neppure il fatto che molti degli eletti alla Camera e al Senato, definitisi sempre d’estrazione cattolica, sono stati incapaci a marcare una presenza riconosciuta perché, inseriti pienamente nella logica del bipolarismo, hanno finito per far prevalere l’istinto “gregario” coltivato all’interno dei partiti che hanno dato loro ospitalità.

Questo porta Ignesti e Comola a pensare a una ripresa di una tradizione politica e non a una “mera manovra strumentale” per mettersi “al servizio di idee e progetti”. Si tratta, dicono, di portare a casa “cose utili e buone per il Paese” e senza farsi “condizionare da quel che siamo stati, ma mettendosi nella prospettiva sturziana del primo dopoguerra, quando si lanciò con coraggio il messaggio dei liberi e forti, senza aver più paura di d’esser soli o minima minoranza”.

Così, noi torniamo al nostro progetto che parte tutto dalla proposta di “trasformare” il Paese sulla base di un “pensiero forte”( CLICCA QUI ) .

Il viatico ce lo dette monsignor Simoni prospettando la possibilità che dei cattolici  convergessero sulla realizzazione di una “ libera unione politica” all’insegna di una “ democrazia coniugata con i nostri grandi ideali sociali di matrice e linfa evangelica” ( CLICCA QUI ).

Importante il trattino che sottolinea il dei. Non pensiamo affatto che si possa dare vita a un partito che riunisca tutti i cattolici. Una cosa che non è mai esistita. Neppure nel periodo in cui la Dc raccoglieva il massimo dei consensi. Non erano, quelli, i voti di tutti i cattolici e non erano solo voti di cattolici. Chi crede nella costituzione di un “partito cattolico” o, comunque, di realizzare l’unità politica di tutti i cristiani non valuta quanto si sia diffusa la pluralità della scelta anche all’interno del nostro mondo. Neppure tiene conto del fatto che la fine della stagione delle ideologie richiede un impegno pubblico non definito solamente dal richiamo a dei principi generali se, partendo da questi, non vi è la capacità, nel concreto, di rispondere alle esigenze di una realtà nazionale in cui si stanno trasformando sempre più il lavoro, le famiglie, le relazioni interpersonali e il rapporto tra cittadino e cosa pubblica.

In questo senso va definito il superamento della divisione tra i cosiddetti cattolici della morale e quelli del sociale di cui tanto ha parlato il Presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti. Più volte egli è intervenuto sul tema ripercorrendo il pensiero di don Luigi Sturzo e di Giuseppe Toniolo ed ha indicato, così, l’ambito in cui è possibile superare la dicotomia approfonditasi nella lunga stagione della diaspora. Un superamento reso oggi possibile dal riferimento congiunto, come più volte abbiamo detto, al Pensiero sociale della Chiesa e alla Costituzione. Cosa che significa una scelta per la libertà intesa come diretta espressione di quella la legge naturale che “esprime la dignità della persona e pone la base dei suoi diritti e dei suoi doveri fondamentali” ( CLICCA QUI ). Una dignità che riguarda le esigenze materiali,  come quelle dei sentimenti e della trascendenza.

Un partito, insomma, è sempre monsignor Simoni ad indicarlo, ( CLICCA QUI ) non “ per la ricerca di poltrone”, ma per porci ” coraggiosamente nel cuore della società”. Composto da persone e gruppi “di varia provenienza – anche di provenienza democristiana e popolare – capaci di stare insieme intorno a un programma comune seriamente identitario (ma non settario) e veramente aderente alla concretezza dei problemi attuali”.

Non c’è bisogno d’attendere il momento che i cattolici ci siano tutti. E’ molto probabile che quel momento non si realizzerà mai, visto come abbiano finito per sparpagliarsi dalle fila di Salvini a quelle del Pd e, molti, nell’astensionismo.

Quanti, però, sono convinti che “qualcosa di nuovo” sul piano politico può e deve nascere, non devono aspettare oltre, (cito ancora una volta le chiare idee di monsignor Simoni CLICCA QUI ). E’ questo un messaggio dal significato evidente: non si tratta di mettere insieme degli integralisti, dei nostalgici o degli “sconfitti”.  Nella condizione di questi ultimi si ritroveranno tra meno di un mese tutti coloro che, ancora una volta, avranno preferito correre alle elezioni regionali in aiuto o del centrodestra o del centrosinistra.

Si deve, invece, rappresentare una novità di contenuti e d’immagine che dia un senso alla partecipazione alla dialettica pubblica sulla base della prospettiva di ricostruire il Paese, credendo nella solidarietà e nell’inclusione delle più ampie parte della società italiana finora tenute ai margini nonostante le loro vitalità e la voglia d’impegnarsi per il bene comune.

Giancarlo Infante