È ovvio: ce l’abbiamo proprio nel sangue, ma oggi possiamo dire nel Dna: il pateracchio! Sublime arte nazionale che interviene sempre quando di mezzo ci sono giochi di potere e di soldi. Il calcio italiano è una delle nostre “industrie” più forti, con i suoi oltre tre miliardi di euro di fatturato annuo, più di 100.000 addetti diretti e indiretti, e un indotto che supera i 10 miliardi tra diritti tv, sponsorizzazioni, scommesse e merchandising. Un sistema che muove interessi enormi, e che per questo non può mai restare senza “regista”.
E così Giovanni Malagò, appena disarcionato dalla Presidenza della Federazione Calcio – che già quella carica non poteva assumere perché non tesserato – torna alla Fgic come Commissario, senza neppure aver lasciato il suo ufficio per un minuto. Un’irregolarità che lo ha riguardato, utilizzata per non cambiare comunque nulla. Con il paradosso che, di solito, i commissari vengono chiamati per riparare a irregolarità altrui, non alle proprie.
E già c’è da considerare che il Malagò mandato alla Figc doveva liberare il posto del Malagò alla guida del Comitato Olimpico Nazionale. Si può proprio dire: è “l’Italia baby”, e pure la sua classe dirigente… a tutti i livelli.
Tutti d’accordo, nessuno si scandalizza
La nomina a Commissario di quello che non poteva fare il Presidente è stata votata all’unanimità dal Consiglio della Federazione. A conferma che gli interessi del calcio — miliardari — e quelli della politica — che decide o interviene pesantemente sull’apparato di potere sportivo — si sono perfettamente allineati. Nessuna voce si è levata per segnalare le anomalie di questa vicenda: né al momento dell’elezione di Malagò a Presidente, né ora con la decisione di farlo Commissario. Un silenzio che vale più di mille parole: quando il pallone e la politica si abbracciano, la regola è una sola — non disturbare il manovratore e, se necessario … annullare il calcio rigore.
Giancarlo Infante

